Yann è tornato. Non se n’era mai andato in realtà, ma il suo pianoforte un po’ sì. Chiariamo senza fraintendere: a due anni di distanza da Infinity, ennesimo tentativo di sperimentazione dal quale fuggirebbero spaventati gli amanti del “Tiersen di Amélie”, il compositore francese si è trasferito con i suoi pensieri e con le sua musica nella terra natia. Riassaporando quelle melodie valzeriane, Eusa suona come un ritorno a casa dell’artista, senza però metterci piede. Siamo a quel minimalismo intriso di uno straordinario gusto classico che tanto lo ha reso celebre. Il disco arrivato questo autunno, neanche a dirlo, è qualitativamente eccelso e le note poggiate a tratti sui suoni ambientali, descrivono quelle che sono le atmosfere dell’île d’Ouessant, “Enez Eusa” in lingua bretone, secondo la delicata osservazione di Yann Tiersen.

La naturale crescita del musicista, la sua evoluzione – come accade praticamente per ogni individuo che va incontro a differenti esperienze personali ed emotive – impone anche diverse scelte, diverse riflessioni sul concreto modo di suonare. Il mood non è una scusa per fare uscire tutti fuori dalla stanza per rimanere soli col pianoforte in stanza e cazzeggiare un poco. Il processo di composizione segue vie misteriose che neanche la divinità più imprevedibile può giustificare.

Lasciamo perdere le critiche superficiali, i malumori e le delusioni – tutte robe che nella maggior parte dei casi costituiscono solo “ansie da prestazione” per il professionista – e cresciamo insieme al musicista. Forse la vera delusione è quando chi sta ascoltando vuole di più e di nuovo ma “la musica è sempre la stessa”. Oltre la pigrizia del pubblico che si affeziona e non molla più il passato musicale di un artista, l’intimo bisogno d’espressione dell’estro creativo necessita un terreno vasto, vastissimo. Quanto, non si sa. Ma abbastanza da non attraversare sempre gli stessi cuori e le stesse menti atte ad ascoltare ansiosamente un nuovo lavoro atteso per anni.

Ed ecco Yann Tiersen, lui come tanti ma come nessuno (e scusate lo strumento retorico ma necessario!): esploratore affamato di nuovi “sistemi musicali”, curioso come un bambino verso la metafisica in suoni, la musica, come la definì Schopenhauer. E non ve la prendete se ha utilizzato strumenti giocattolo per alcuni precedenti lavori; e non ve la prendete se illude il vostro spirito francese nascosto e amante del lento folk con la fisarmonica; e lasciatelo in pace nel suo genio espressivo che continua a stregare anche i più “frigidi” esperti di musica contemporanea.

Yann è tornato a casa quest’anno, ma non è detto che il prossimo sia dello stesso avviso. Chissà se vorrà esplorare il continente africano o quello asiatico, ed allora lì, di nuovo, la nostalgia e “dove l’hai lasciata Amélie?” e tutta la tiritera che recita “Comptine bla bla bla la migliore”. Il talento non si vende (beh, ci sarebbe da ridire proprio su questo!) o almeno, il polistrumentista francese non lo piega al giudizio del mercato. Tanto si sa: in qualunque modo quelle dita tocchino i tasti del pianoforte – e non solo se pensiamo alla fisarmonica e al violino – chi vuole comprenderlo arriva dove ha viaggiato lui con quelle note. Passeggiando con Yann, in Eusa, l’Isola appare avvolta dalla nebbia e presa a schiaffi dall’Oceano, abitata da voci riecheggianti lontane e da gabbiani dominatori incontrastati delle scogliere.

A volte tornare a casa è il momento gioioso che attendi impaziente, il momento in cui ti ricongiungi con le tue origini, radici di una vita che è cresciuta in un cielo distante e magari dall’altra parte del mondo. Come si sentiva Tiersen durante le sessioni di registrazione di Abbey Road, non ci è dato saperlo. Piuttosto per noi, “tornare a casa” togliendo le cuffie, è un gran dispiacere.