Don’t You è l’atteso esordio di un gruppo di cui si era già cominciato a parlare verso la fine dello scorso anno con il rilascio dei primi singoli che anticipavano sul breve periodo l’uscita del primo vero album. Il 29 Febbraio Don’t You (questo il titolo del disco) ha debuttato sulle principali piattaforme di streaming musicale e su iTunes ottenendo dei risultati più che discreti; come ogni superproduzione americana che si rispetti.

Sulla lunga durata però anche le più rosee aspettative che si potevano nutrire nei confronti di questo gruppo vengono smentite dopo qualche minuto di ascolto. Non fraintendetemi: Don’t You è un album pazzesco da un punto di vista formale ma tutto purtroppo finisce qui. La formula del disco pop perfetto qui riproposta cambiandone solo i soggetti è cosa già sentita e risentita da 40 anni a questa parte. E non basterà una superproduzione a far pendere il giudizio da una parte piuttosto che dall’altra.
A supportare queste piccole ed intime sonorità di musica elettronica non vi sono nemmeno testi che brillano di una luce particolarmente luminosa, anzi. I Wet parlano esattamente lo stesso linguaggio che sentiamo nelle canzoni mainstream che passano in radio ogni giorno. E ribadisco che ciò non è certamente un male a prescindere o per partito preso, ma di per sé non aggiunge nulla di modo al già eccessivamente inflazionato mercato di testi d’amore,

Certo è che i Wet con questo esordio arrivano la dove molti altri non sono riusciti ad arrivare; al successo certo, ma anche alla produzione di un album più che piacevole. Don’t You è banale e scontato; è vero, ma lui stesso nasce per esserlo. Perché dietro le false pretese hipster che si porta dietro, questo album cela un palese spirito pop da classifica. Sarebbe illogico aspettarsi qualcosa di diverso o criticare eccessivamente qualcosa di così intrinsecamente adatto alla sua natura.