Ok. Questo momento doveva arrivare, prima o poi. Mi piace immaginare che qualcuno tra voi possa pensare, leggendo quest’articolo, “Era ora!”, o qualcosa del genere. Insomma, in una rubrica che, molto umilmente, tenta di esplorare parallelamente l’universo musicale e quello letterario, Alta Fedeltà, dell’autore britannico Nick Hornby, era, come dire… una tappa obbligata. Quindi scusate l’attesa. Possiamo iniziare.

Partiamo dalla trama, sulla quale non è necessario spendere molte parole. Rob è un trentacinquenne proprietario di un piccolo negozio di dischi in una zona poco frequentata di Londra. Viene lasciato dalla sua ragazza, Laura. Si ritrova a fare il punto della propria vita. Punto. Cos’è che rende speciale questo romanzo, allora? Il tocco incredibilmente umano di Hornby: ci sono protagonisti, ma non ci sono eroi. Ci sono situazioni, non avventure. E non ci sono nemici, villains, a meno che il vostro modo di vedere la vita non vi faccia considerare vostro nemico la ragazza che vi ha lasciato, o il tipo per cui vi ha mollati, o quel collega di lavoro che proprio non può fare a meno di darvi grane. Con ciò, Hornby avvicina il lettore ai suoi personaggi e alla loro vita, lo fa immedesimare in essi. Ci ricorda che in un mondo senza buoni o cattivi veri e propri, lo stronzo di turno può essere anche il protagonista.

Alta Fedeltà si potrebbe definire, per certi versi, un romanzo generazionale: opera che strizza un’occhio nostalgico ad un pubblico preciso, con una certa età, nato in un determinato momento storico. Una generazione cresciuta con le mixtapes da registrare per far colpo su una cotta, con i vinili a poco prezzo, con Solomon Burke e Marvin Gaye in discoteca. Eppure, il romanzo non si rivolge eslcusivamente ad una generazione: non si può pensare che delusioni amorose e passione per la musica, incertezza e speranza nel futuro siano prerogativa di un’epoca. Chiunque, ascoltando Born in the U.S.A., avrà sentito una certa affinità con i protagonisti delle canzoni di Bruce Springsteen; non serve essere stati adolescenti negli anni ’80, non serve essere americani. Alta Fedeltà ha la stessa forza, lo stesso fascino da cult senza tempo.

Tali e sentimenti e atmosfere sono incarnati alla perfezione nei personaggi del libro. Primo fra tutti Rob, il protagonista, un involontario Peter Pan trentacinquenne, incapace di crescere, maturare, imparare dai propri errori. È una crisi, quella che Rob sta vivendo. Una crisi che si riflette nel suo fallimentare negozio di dischi, nella sua relazione con Laura, nei suoi rapporti con chiunque gli sia vicino. Ci sono Dick e Barry, che lavorano al negozio di dischi di Rob: due persone agli antipodi, timido e mite il primo, impetuoso ed arrogante il secondo. Sembra quasi vogliano rappresentare due poli opposti nel gorgo interiore del protagonista. E tutti e tre, nel tentativo di tenere sotto controllo il caos della loro vita, la ordinano in classifiche. Il libro stesso si apre con la classifica delle “cinque più formidabili fregature di tutti i tempi, in ordine cronologico”. Ovvero, i cinque peggiori disastri amorosi del protagonista.

Ma troviamo anche la classifica dei cinque più grandi film e dei cinque migliori libri, delle cinque migliori canzoni presenti su un lato A…  In Alta Fedeltà la musica sembra ricoprire un ruolo duplice. Da un lato, è lo specchio delle emozioni dei personaggi, il riflesso della loro sensibilità.

“Cosa è venuto prima, la musica o la sofferenza? (…) Le persone più infelici che conosco, dico in senso amoroso, sono anche quelle pazze per la musica pop; e non sono sicuro che la musica pop sia stata la causa della loro infelicità, ma so per certo che sono persone che hanno ascoltato canzoni tristi più a lungo di quanto non siano durate le loro tristi storie.”

(Quanto mi è venuto spontaneo immaginare Hornby nell’atto di scrivere questi paragrafi mentre ascotava The Queen is Dead, Disintegration, Closer…)

Dall’altro lato, nel bene e nel male, è uno scudo volto a difendere dalla vita. Un modo per riempire un vuoto, o per far finta di riempirlo: dare un valore agli altri in base alla musica che ascoltano e alla loro collezione di dischi; ancora una volta si tratta di catalogare, semplicemente per non guardarsi in faccia e ammettere che forse siamo noi i primi a dubitare del nostro valore. Soprattutto se ci mettiamo a confronto con gente che ha un lavoro migliore, una casa più bella, amici più fighi… gente che è riuscita a crescere, che è arrivata da qualche parte.

Il bello di Alta Fedeltà è che non offre una morale. Come ho già detto, non ci sono buoni e cattivi; tutti i personaggi sono guardati con uguali simpatia e ironia. Hornby sembra punzecchiare il lettore al punto che questo non possa più trattenersi dal giudicare questo o quello, per poi portarlo a pensare: “Ma ehi, io sarò poi tanto meglio?”. Rob, il protagonista, come una moderna Alice, non esce maturato o trasformato dalla storia; eppure, per ammissione della stessa Laura, ha “del potenziale”. Che genere di potenziale? Come persona. E “potenziale”, quasi quanto “immaturità”, è forse la parola chiave di tutta la vicenda: Rob potrebbe avere l’occasione per uscire dal suo bozzolo e dare alla sua vita la spinta che sta aspettando. Ce la farà? Beh, non lo sapremo mai. A meno che Hornby non scriva un seguito, si intende.

Bene. In un romanzo ambientato a Londra, tra locali e negozi di dischi, la colonna sonora non lascerà a desiderare, giusto? Certo che non lo fa. La tracklist del libro è nutritissima: vengono nominate, cantate, suonate oltre novanta canzoni. Alcune sono un accompagnamento, un sottofondo; altre sono incise con inchiostro indelebile assieme ai momenti più incisivi, felici o dolorosi, di Rob e soci. Si va da Neil Young agli Smiths, da Rod Stewart ai Beatles, da Stevie Wonder a Peter Frampton, da Elvis Costello ad Aretha Franklin, passando per Bob Marley, America, Rolling Stones, Pink Floyd, Chuck Berry, Ritchie Valens…

Ora, diciamo che non me la sento di assumermi l’onere di analizzare tutta la soundtrack, di scremare, selezionare, prelevare… a quello ci ha già pensato Stephen Frears con l’adattamento cinematografico del libro (ambientato a Chicago anziché a Londra, che insomma… ma poteva andare peggio). Diciamo, piuttosto, che vi propongo un gioco più interessante: fatevela voi, la colonna sonora di questo libro. Le vostre Cinque Migliori Canzoni da ascoltare quando rompete con qualcuno. Le Cinque Migliori Canzoni da ascoltare quando va male al lavoro, o a scuola… Ma anche le Cinque Canzoni da ascoltare quando vi innamorate anche se pensavate che non sarebbe più successo, o le Cinque Canzoni da ascoltare quando tornate a casa dopo tanto tempo. Le Cinque Canzoni da ascoltare a un funerale me le risparmierei, ma vedete voi.

 

Nicola De Zorzi