L’espressione “Inherent Vice”, che dà il titolo originale al romanzo di Thomas Pynchon, è un temine legislativo legato al commercio marittimo. Un inherent vice è la proprietà di una determinata merce, per cui questa potrebbe subire delle deteriorazioni non dovute a cause esterne. Ebbene, ci sono delle ragioni, a mio avviso, per cui questo titolo ha una certa importanza, un significato preciso inerente al cuore del libro, a cui la traduzione italiana “Vizio di Forma” non è del tutto riuscita a tener fede. Ma di questo parleremo dopo.

Iniziamo dalla trama. Ci troviamo a Los Angeles, alla fine degli anni ‘60. Larry “Doc” Sportello, investigatore privato, viene contattato dalla sua ex ragazza Shasta, che lo incarica di sventare un complotto ai danni di Mickey Wolfmann, il suo attuale amante. Larry non fa quasi in tempo a digerire il fatto di aver rivisto la sua vecchia fiamma, che qualcun altro entra nel suo ufficio per ingaggiarlo: Tariq Khalil, un black militante, il quale vuole che Doc rintracci un certo Glen Charlock… guarda caso, una delle guardie del corpo di Wolfmann, scomparso a propria volta. Come se non bastasse, nella vita dell’investigatore entrerà anche Hope Harlingen, moglie del defunto musicista Coy Harlingen, ed incaricherà Doc di ritrovare il marito che, secondo lei, tanto defunto poi non è. E ora che abbiamo questo triplice giallo a comporre una solida base iniziale, mescoliamoci dentro omicidi e sparizioni, poliziotti e hippies, cospirazioni, organizzazioni segrete, dentisti assassini, surfisti, zombie… e, naturalmente, sesso, droga e rock ‘n’ roll.

Solo uno scrittore del calibro di Thomas Pynchon avrebbe potuto prendere quest’amalgama di elementi discordanti, caotici, e comporne un affresco armonioso e perfetto. Perché Vizio di Forma non è solo una narrazione ben riuscita ed estremamente piacevole alla lettura: è un’opera con un’anima, attraverso la quale lo scrittore comunica tanto. Nascosta tra lo humour e la suspence, troviamo una malinconia a volte sorprendente, una nostalgia per un’epoca che sta volgendo al termine e sta per essere sostituita da un’altra, più fredda e arida; e faremmo fatica ad immaginarci gli spensierati personaggi pynchoniani che si destreggiano in un mondo oramai spoglio dei miti hippie, delle droghe e del surf, della musica e delle spiagge californiane arroventate dal sole. Ma troviamo anche rabbia politica pura e commovente, innocente ed ingenua, eppure lucida e disillusa. E, tipica dei romanzi di Pynchon, una buona dose di paranoia, che attraverso una solida autoironia da parte dell’autore e dei personaggi, porterà spesso il lettore a chiedersi se detta paranoia non sia semplicemente una mania dovuta alle droghe di cui Larry e soci fanno allegramente uso. O se non si tratti, invece, una paura legittima e giustificata.

Come ho già detto, Vizio di Forma è un romanzo godibile, ma questo non lo rende necessariamente un’opera semplice, né tantomeno superficiale: la trama iniziale si dirama in numerose sottotrame, vicende attraverso le quali Doc dovrà districarsi per trovare una verità che, come da tradizione nelle storie di Pynchon, è mutevole, ingannevole, nascosta. Del resto risulta difficile perfino parlare di verità, quando la tua ragazza è disposta a venderti alla polizia e i poliziotti cercano di fregarti infilandoti dell’eroina nella tasca della giacca.
E, soffermandoci ancora un po’ su stile e tematiche, va sottolineato il fitto sottobosco di simboli in cui lo scrittore del Long Island ci fa smarrire, simboli che rendono il romanzo qualcosa di più di un semplice hard-boiled sotto l’effetto di sostanze stupefacenti e musica surf-pop. C’è Los Angeles, capitale del movimento hippie e della psichedelia, ma anche terra sacra del poliziesco e del noir, patria di gente alla deriva che cerca di arrabattarsi per arrivare alla fine del mese… o per evitare di pensare a come arrivarci (pensate a Il Grande Lebowski dei fratelli Coen, pensate al Drugo).

Ma c’è anche Lemuria, una specie di Atlantide affondata nel Pacifico, visitata nelle allucinazioni autoindotte dei personaggi, metafora del movimento controculturale hippie, destinato ormai ad affondare e scomparire. E c’è, naturalmente, il Golden Fang, lo schooner che, minaccioso, ben presto si pone ed impone in tutto il suo mistero al centro della vicenda: metafora di una politica corrotta, dell’abuso di potere e della strumentalizzazione della verità, che incombe su un’era giunta ormai alla fine.
Ed è qui che torniamo al nostro Inherent Vice. Ora che abbiamo tirato in ballo il Golden Fang, questo termine giuridico marittimo sembra già più coerente con la trama del romanzo, vero? Ma non si tratta solo di questo, non riguarda solo lo schooner e i suoi loschi traffici. Il difetto intrinseco di cui parla Pynchon è un concetto che coinvolge una città qual è Los Angeles, un mondo, un momento nella storia e ciò che ne consegue: l’epopea hippie che volge al termine, un’innocenza sul punto di marcire a partire dal suo stesso nucleo. E, come prevedono le pratiche legate all’ inherent vice, il prodotto difettoso non è coperto da assicurazione. Non è previsto un risarcimento.

E per quanto riguarda la musica? Mica vi sarete aspettati che un libro del genere non avesse un sottofondo musicale di tutto rispetto, vero? Potrei dirvi di tener fede alla colonna sonora dell’ottimo film di Paul Thomas Anderson, vista soprattutto la collaborazione del sempre meraviglioso Jonny Greenwood (sì, proprio quel Jonny Greenwood) che, alla sua terza collaborazione col regista statunitense, riesce a catturare, ma anche reinterpretare le atmosfere del libro. D’altro canto, sarebbe un peccato non tener conto dell’immensa lista musicale che Pynchon ha preparato per il suo romanzo, tra sottofondi di sax e refrain canticchiati. E allora ecco qui una piccola, sintetica playlist per accompagnare la lettura, o anche solo per continuare a respirare, anche fuori dalle pagine, l’anima di quest’America scomparsa. Calda, per parafrasare gli Stones, come il sole di sera.

 

Nicola De Zorzi