Iniziamo buttando giù una breve spiegazione riguardo un termine: generazione X.

Si tratta di quella generazione nata in seguito al boom demografico a cavallo tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il periodo della guerra fredda, formata da uomini e donne che hanno raggiunto l’età della maturità tra la caduta del Muro di Berlino e gli anni ’90. La lettera “X” ne definisce l’anonimato, la mancanza di un’identità culturale e individuale di base.

Un gran numero di autori, in ogni ambito comunicativo, ha rappresentato con opere letterarie, musicali, cinematografiche, lo smarrimento dei nati sotto il segno della X. Basti pensare ad Irvine Welsh e al suo Trainspotting, che descrive la furia caotica e autodistruttiva di un manipolo di giovani uomini nella Scozia della repressione thatcheriana; una mancanza di direzione alla quale i protagonisti del libro cercano di sfuggire tramite le droghe e impeti di sregolatezza che possano contrapporsi ad una pericolosa apatia individuale e collettiva. Qualcosa che possa donar loro un’identità, una direzione.

 “With your feet in the air and your head in the ground

Pixies, Where Is My Mind

Questa Generazione X, la generazione-di-mezzo, è la vera protagonista di un romanzo divenuto ormai un cult: sto parlando di Fight Club, dello statunitense Chuck Palahniuk.

 “Noi siamo i figli di mezzo della storia, cresciuti dalla televisione a credere che un giorno saremo milionari e divi del cinema e rockstar, ma non andrà così. E stiamo or ora cominciando a capire questo fatto.

Scritto nel 1996 come gesto di provocazione nei confronti dell’editore che aveva rifiutato il precedente romanzo di Palahniuk, Invisible Monsters, Fight Club passò all’inizio inosservato; tuttavia bastarono tre anni – e un film di David Fincher – ad assicurare al romanzo lo status di classico moderno e di inno generazionale.

La Generazione X è incarnata in un individuo: il protagonista, un uomo anonimo – non per modo di dire – in quanto il suo nome non ci è mai rivelato. Così come il suo aspetto, o la sua etnia. È un everyman, sulla soglia dei trent’anni, con un buon lavoro, una bella casa, e nessuna direzione che renda tutto questo davvero concreto. È apatico, dipende dai beni di lusso di cui si circonda per nascondere a se stesso l’anonimato della sua esistenza. Compone haiku, perché anche la bellezza serve a distogliere lo sguardo da qualcosa che non si vuole vedere.

 “Api operaie

   E fuchi in libertà

   Schiava regina

Soffre di insonnia e frequenta dei gruppi di sostegno perché il suo medico gli ha consigliato di vedere “cos’è il vero dolore”. Durante una di queste riunioni incontrerà la prima nota dissonante in una melodia apparentemente piatta: Marla Singer, la donna che sconvolgerà il precario equilibrio dell’uomo. Un’anima affine, disperata ed annichilita, che come lui cerca il conforto nei luoghi dove la vita di un uomo tocca il proprio fondo e lotta strenuamente per risalire, incontrata in un momento molto strano della sua vita.

 “La tigre ride

   La serpe ti lusinga

   Malo spirito

La seconda nota dolente è la persona che cambierà definitivamente la vita dell’uomo: Tyler Durden.

Spregiudicato, ribelle, libero, Tyler sembra incarnare tutto ciò che il narratore vorrebbe essere. Un guru moderno, un nuovo Moriarty che guiderà il protagonista in un percorso autodistruttivo: non si tratta di un modello positivo, ma parte dal presupposto che una strada oscura sia l’unico modo per farsi notare, per far sì che il mondo possa sentire il suo grido di rabbia. È un’alternativa preferibile al piatto anonimato in cui il protagonista, e tutti quell come lui, sono sprofondati.

Il modo in cui la vedeva Tyler era che attirare l’attenzione di Dio per essere stati cattivi era meglio di non ottenere attenzione per niente. Forse perché l’odio di Dio era meglio della sua indifferenza. Se tu potessi essere o il peggior nemico di Dio o niente di niente, che cosa sceglieresti?

Il cammino di Tyler, una sorta di ascesi metropolitana, inizia con l’incendio della casa del narratore. La rinuncia ai beni di cui si è circondato è il primo pezzetto di una maschera che si sgretola. Bisogna poi comprendere che a non avere senso è l’intera vita che si è costruito.

 “Le stelle in cielo

   Non conoscono l’ira

   Bla, bla, bla, fine

Così, dall’attenzione ottenuta nasce il Fight Club, in cui la lotta è la sublimazione di una bellezza cruda, fisica, crudele, ma è anche qualcosa in più: i due uomini al centro del cerchio non stanno combattendo semplicemente l’uno contro l’altro: stanno prendendo a pugni le loro paure, e le paure di tutti quelli che li stanno guardando.

Ma ad un certo punto, anche il Fight Club non basta: è diventato semplicemente un’altra forma di routine fine a se stessa. È il momento di passare allo stadio successivo: il Progetto Caos, la ribellione definitiva, il grande riscatto della Generazione X, la fine di una schiavitù (auto)imposta. Tyler vuole minare le basi stesse della società, vuole distruggere la bellezza canonica e crearne una forma più pura. I gesti di ribellione e scherno sconclusionati – i famigerati frame porno nascosti all’interno delle pellicole, la contaminazione dei piatti dei ristoranti con i fluidi corporei – saranno surclassati dalla formazione di una vera e propria società suburbana.

Ne è il simbolo il sapone fabbricato con i grassi ricavati dalle liposuzioni. Sapone umano, emblema di un sacrificio involontario ma non meno eroico; emblema del dolore della consapevolezza; emblema di un’ennesima beffa alla società, in quanto vendere quel sapone significa “vendere alle ricche signore i loro culi ciccioni”.

Tyler vuole rendere liberi i suoi fratelli, le sue sorelle.

Ma è davvero così?

Una generazione precedente alla X era stata rappresentata come schiava del consumismo. Il boom economico degli anni ’60 e ’70, e il popolo dipendente dalla nuova ondata di beni di lusso a disposizione di tutti, si sono visti incarnati in una creatura cinematografica: lo zombie. Il regista newyorchese George A. Romero rivisita la figura tipicamente haitiana del morto vivente e la trasforma: lo zombie non è più frutto della magia nera, ma di un’epidemia, metafora del consumismo dilagante e tossico; è una creatura decerebrata, si muove per istinto, e per istinto deve placare la sua fame insaziabile. Si nutre di carne umana, quasi a simboleggiare la società che, in preda ai propri appetiti, si autofagocita.

Non è una visione sociale così diversa da quella che ci offre Palahniuk nel suo romanzo. Ma l’alternativa che offre Tyler con il suo Progetto Caos è meglio?

 “La prima regola del Progetto Caos è che non si fanno domande sul Progetto Caos.

   La seconda regola del Progetto Caos è che non si fanno domande.

   La terza regola è niente scuse.

   (…) La quinta regola del Progetto Caos è che bisogna fidarsi di Tyler.

 Il risultato è quello di aver creato, semplicemente, una nuova genia di zombie: il disperato bisogno di attenzione, di distinguersi, di affermare la propria libertà, si trasforma in un nuovo tipo di schiavitù, di dipendenza e cieca obbedienza nei confronti di un leader, magari di un profeta.

La Generazione X è divisa da un conflitto interiore, che  vede ai due poli opposti il desiderio di ribellarsi all’anonimato, all’apatia, alle catene sociali, e una naturale predisposizione all’adattamento passivo a qualsiasi norma imposta. Governativa, religiosa (il Progetto Caos assume molte caratteristiche di una setta di fanatici), di tendenza. Predisposta alla dipendenza.

E sappiamo tutti come questo conflitto si concretizzi nella testa del protagonista di Fight Club. Ogni lotta con Tyler è una lotta contro se stesso, contro le proprie debolezze (ma anche contro le proprie forze), contro un ruolo prestabilito. Resta la domanda se la ribellione del protagonista sia da interpretare come un atto di coraggio, un improvviso e autentico slancio di libertà, oppure come un gesto di codardia, l’incapacità finale di andare fino in fondo.

  “Your head will collapse if there’s nothing in it, and you will ask yourself…”

La frase che ho scelto come titolo per questo articolo, “You met me at a very strange time in my life”, è l’ultima battuta del film di David Fincher, uscito nel 1999.

Mi hai incontrato in un momento molto strano della mia vita

 Sarebbe semplicistico affermare che questo strano momento riguardi solo quello narrato nelle vicende del romanzo e del film. Lo strano momento è un’età, un momento nella vita di un uomo e nella storia. Un decennio, un secolo, un millennio che stanno per andarsene, e dalla loro muta nascerà la loro controparte embrionale nuova di zecca. I figli di mezzo della storia, che a loro volta sono nel mezzo della loro storia personale, si trovano in quel momento della loro vita in cui certezze sono state promesse e disattese, e spesso e volentieri restano solo confusione e disorientamento. Così, la lotta più dura diventa la lotta per trovare il proprio posto, la propria storia, la propria identità.

 “…and you will ask yourself: Where is my mind?

Nicola De Zorzi

 

Postilla redazionale: Where is my mind?

Tratta da una storia tipo vera

Dov’è la tua mente?

Al momento è impegnata a scrivere un pezzo su Fight Club, il romanzo di Palahniuk. È impegnata a costruire, parola dopo parola, il tuo onere e onere settimanale nei confronti di una webzine musicale con cui collabori.

E adesso dov’è?

Si è già persa in altri pensieri, basta un’associazione di parole sbagliata, un calo dell’ispirazione: arriva la prima pausa, una sigaretta, il pranzo, altre due parole buttate lì, un’altra pausa, qualche porcheria in streaming. L’ispirazione torna, scrivi, se ne va, arriva un’altra pausa, il secondo pranzo (e insomma), il ciclo si ripete finché il giorno non finisce.

Dov’è la tua mente?

È seduta da qualche parte, prendendo in seria considerazione la possibilità di soffrire di disturbi dell’attenzione. Ma questa è un’altra storia.

Perché è già andata da un’altra parte, la mente, si è distratta perfino dall’argomento disturbi-dell-attenzione.

Adesso si chiede, senza particolare cognizione di causa, dove siano le menti degli altri, quando scrivono cose. Insomma, partiamo da soggetti vicini: quelli che lavorano per la webzine, come te.

Dove sono le loro menti?

Immagina che siano impegnate a scrivere [inserire testo a piacere], che siano impegnate a costruire, parola dopo parola bla, bla, bla.

E magari adesso saranno perse in altri pensieri, la sigaretta, il pranzo, il secondo pranzo (forse quello è un problema solo tuo), magari stanno prendendo in seria considerazione l’eventualità di bla, bla, bla.

Insomma, la mente è sempre un po’ dove vuole lei. Non è una scusa per perdere tempo. Rimettiti al lavoro.

Bene, è di nuovo sotto controllo. Allora, Fight Club è

No, ma pensa allora ad uno che ha, chessò, uno sdoppiamento di personalità. Che ha due menti, due, da tenere sotto controllo, ognuna che se ne va per i fatti suoi e

Non penso che funzioni proprio così

Ma che ne sai. No, perché una cosa del genere mi è capitata molto da vicino. Postilla redazionale, ricordi? L’hai scritto tu. Ci è capitato da vicino.

Non facciamo nomi. Ma voi cosa fareste, se aveste a che fare con un caso del genere?

Le prove sono pressoché inconfutabili. Per quanto si possa parlare di prove in ambito di social networks. Insomma, abbiamo queste due persone, che per comodità chiameremo F e I. Quando uno è presente in chat, l’altro sparisce. Quando il secondo compare, il primo fa perdere le proprie tracce.

Un caso.

Succede sempre.

Coincidenze.

Hanno anche la voce uguale.

E pensa che I non ha un’immagine del profilo. E non ha contatti.

Una storia alla Spiderman, insomma. Quando c’è bisogno di Spiderman, Peter Parker deve sparire. Quando Spiderman ha finito, Peter Parker può tornare.

Ecco, ci risiamo. Logout, di F, Login di I.

Ah ah ah.

Doppia identità, quindi?

O doppia personalità.

Eh no, adesso mi spaventi.

Pensaci, però. Non stiamo parlando di Fight Club? Tyler/Jack, Jack/Turner.

Te l’immagini? Magari se mai incontrerai F sarà tutto pestato. Perché si è picchiato da solo. Ah ah ah.

Non scherzare.

Piuttosto, chi incontreresti? F o I? O…

O?

O tutti e due. O nessuno dei due. Insomma, tutta questa gente che scrive con te, neancha l’hai mai vista. Magari non esiste.

Magari è una macchina.

Magari è sempre, sempre, la stessa persona. Ad esempio, tu. Con chi stai parlando adesso, scusa?

Con

Me

E io?

E io?

E io?

E io?

E io?

E