È uno strano mese, ottobre, per tornare a casa. Lo straniamento nasce in parte dal contrasto tra una città di modeste dimensioni, ma piena di vita, e un paese di montagna, infossato in una valle dimenticata dal mondo. La tua destinazione.

Lo straniamento nasce, per altra parte, dal fatto di essertene andato d’estate, lasciando un luogo caldo, assolato e discretamente vivace, per tornare e trovarlo in letargo. Ottobre, signore e signori.

Lo senti, lo straniamento, ancora prima di salire in treno: non importa da quanti mesi non lo facessi, le azioni che compongono un certo rito, ripetute con regolarità quasi settimanale per cinque anni, non hanno perso il loro automatismo ipnotico solo perché le hai interrotte per un paio di mesi. Sali, scegli un vagone deserto (se possibile, altrimenti ti accontenti di quello meno affollato), ti siedi ad un posto vuoto (ripeti il procedimento illustrato tra parentesi), tiri fuori un libro o le cuffie, scendi per la coincidenza, ripeti tutto, altra coincidenza, ripeti tutto da capo; la temperatura si abbassa considerevolmente (mi sono ammalato), prendi un autobus, un’ultima mezz’ora. Sei a casa.

La grande fregatura di un viaggio-non-diretto è che non puoi addormentarti in treno in santa pace.

Lo straniamento arriva – la parte restante, intendo – quando il senso di familiarità quasi inquietante che hai percepito durante il viaggio, si estende a qualsiasi sensazione legata a casa tua. Si tratta di una sensazione abbastanza paradossale, in cui percepisci ogni cosa come familiare, come se non te ne fossi mai andato, eppure nuova, anche estranea.

C’è una sorta di quieta eccitazione all’inizio nel rivedere la tua famiglia, il tuo animale domestico, camera tua – la tua casa. Poi ti rendi conto che è tutto esattamente come l’hai lasciato. Come se non te ne fossi mai andato. Come se il tempo non fosse passato. E parlare di tempo che passa, quando si tratta di pochi mesi e in quei mesi non eri neppure tanto distante, è anche un po’ ridicolo. Eppure lo straniamento inizia lì.

Poi, non fai neanche in tempo a goderti il fatto di essere tornato – posso azzardare che l’influenza sia stata una causa collaterale di quest’insoddisfazione – che già inizi quasi a sentire la mancanza di quello che ti sei lasciato alle spalle; quell’altro posto, sempre che si tratti davvero di un posto, che avevi già, in fondo, imparato a chiamare a sua volta casa.

Credo che un ragionamento del genere mi scatenerebbe le antipatie di un certo musicista statunitense di nome Ben Cooper. Il suo progetto Radical Face è diventato celebre grazie ad una trilogia, The Family Tree, una sorta di saga letteraria trasposta in musica, un romanzo americano incentrato sulle vicende di un’immaginaria eppure reale famiglia statunitense a partire dalle sue origini, nell’Ottocento. Una sorta di Steinbeck inciso su disco.

Dico che non incontrerei l’approvazione di Cooper perché la famiglia, la famiglia come entità, la famiglia come anima che dà vita allo scheletro freddo di una casa, è il tema portante della sua opera. Una famiglia che si può dividere, certo, ma nelle cui vene scorre con potenza lo stesso sangue.

Forse incontrerei maggiore comprensione da parte di Thomas Mann (e nientepopodimeno).

Mi è capitato di leggere, durante un viaggio che non era questo nello specifico ma che aveva con esso molti tratti in comune, il romanzo La Montagna Incantata. Il giovane protagonista, Hans Castorp, si reca in un sanatorio di montagna svizzero per quella che crede sarà una breve visita a suo cugino. Il ragazzo scoprirà presto che il tempo, tuttavia,  lassù ha dimensioni diverse. Che tre settimane sulla montagna sono lunghe, eterne, e non sono che un battito di ciglia. Il tempo è una convenzione del mondo qui giù, convenzione che perde di significato nel mondo di su.

Il romanzo è, di per sé, un affresco della civiltà occidentale del XX secolo, dell’Europa sull’orlo della guerra; sarebbe quindi diminutivo e scorretto ridurlo ad una riflessione sul significato del termine casa. Eppure è una tematica che ho sentito forte nella pagine del libro: casa come mondo interiore e sociale allo stesso tempo. Come l’aria della montagna ha la facoltà di portare a galla il male che uno si porta dentro, di farlo sfogare e poi debellarlo, allo stesso tempo ha il potere di liberare l’individuo delle sue abitudini, del ricordo stesso della vita nel mondo che conosceva; la montagna-casa è un mondo a sé. Il suo ospite si sentirà estraneo a tutto ciò che non riguarda questo mondo, e il pensiero di una vita diversa gli sembrerà assurdo, inverosimile.

Usciamo dal romanzo, torniamo a noi.

Ti porti dietro-dentro una casa, ovunque tu vada. Una casa che è un insieme delle tue abitudini, nel bene e nel male: se sei fortunato, si tratta di un insieme di affetti. Qualsiasi cambiamento in questo contesto può diventare, a mio avviso, straniante. Immagino non ci sia nulla di sbagliato, ma non c’è neppure da sorprendersi se ci si sente un po’… disorientati. Ci portiamo dentro mondi che collidono.

Mondi che collidono.

Proviamo ad immaginarcene un paio. Uno è la nostra città: una città in cui abbiamo un lavoro, una casa, una famiglia; e ancora degli hobby, dei vezzi, e magari qualche ambizione. L’altro è alieno, dimenticato, nascosto: un villaggio di sabbia, sprofondato nella sabbia, in cui siamo piombati attraverso una trappola, inseguendo le nostre ambizioni, e dal quale non riusciremo più ad uscire. E, se mai ne usciremo, dopo esserci assoggettati alle regole, alla geografia, alla vita di questo misterioso villaggio, riusciremo mai a sentirci di nuovo a casa nel nostro vecchio mondo?

Queste sono, in linea generale, le tematiche di Suna no onna (La donna di sabbia), romanzo dello scrittore giapponese Abe Kōbō. Anche in questo caso si trascende l’individuo, e a scontrarsi sono due modi opposti di concepire la civiltà. La sabbia, onnipresente, rappresenta una prigione, la gabbia di un peso sociale soffocante; eppure, rappresenta anche una protezione, e l’ostacolo che impedisce di uscire dal villaggio-buca ha un che di materno: il protagonista, una volta uscito, non troverà altro che delusione e rimpianto, e non riuscirà più a trovare il suo posto in quella che chiamava società: un moderno Gulliver di ritorno dal’isola degli Houyhnhnms. La sua casa ora è altrove.

Credo sia capitato a tutti (non di rimanere intrappolati in un villaggio di sabbia): di abituarci ad un’altra vita, anche se per poco, e di aver perso familiarità con quel luogo che ci dovrebbe essere familiare per eccellenza. La fregatura arriva quando inizi a passare qualche giorno in quel luogo, e ti ci abitui di nuovo; giusto in tempo per andartene un’altra volta. Alla fine, a quale luogo appartieni?

Cos’è una casa?

Prima ancora di Family Tree, Ben Cooper realizzò un disco dal titolo di Ghost. L’album è, più che sulla famiglia, una riflessione sulla casa.

A discapito del titolo, non si tratta di un concept sulle ghost stories in senso stretto: una casa è un luogo infestato, sempre; popolato di fantasmi, a suo modo. Ma si tratta degli spettri di chi ci ha vissuto e che continua a viverci dentro come un ricordo, come un’impronta. Una traccia di vita che va oltre la vita. Tornare a casa significa respirare tutto questo, immettere nei polmoni dell’aria che non li ha mai abbandonati, che ci è entrata nel sangue. Assaporare odori, suoni, immagini, che sono sempre rimasti con noi, in attesa solo di essere risvegliati.

 “Le lenzuola ondeggiano da una vecchia corda da bucato, come uno stormo di fantasmi intrappolati, sopra la vecchia erba morta

Radical Face, Welcome Home, Son

Non si tratta necessariamente di ricordi piacevoli. La stessa Welcome Home sembra riportare a galla dal subconscio ricordi soppressi, violenti e dolorosi

 “Guarisci queste cicatrici dalla mia schiena, non ne ho più bisogno. Puoi gettarle via, o conservarle nei tuoi vasi

Se la parola fantasma invoca la morte, l’album di Cooper ricorda sempre, constantemente, la vita: i fantasmi sono ricordi che ci portiamo dentro. Sono la testimonianza di quello che abbiamo vissuto, di chi e cosa ci ha resi ciò che siamo. Questo è forse il significato di casa.

 “Ho chiuso gli occhi e ho visto i peccati di mio padre, mi ricoprivano come una seconda pelle. Me li sono tolti, e certo, ho sanguinato un po’, ma almeno adesso sono libero di affondare su una barca che sia solo mia. (…) Lascia che il fiume entri. Forse affonderemo, ma abbiamo la pelle spessa.

Radical Face, Let The River In

Così, inevitabilmente, mi è tornato in mente quel piccolo gioiello che è This Must Be The Place, dei Talking Heads. “Home, is where i want to be, pick me up and turn me round”, canta l’autore, in cerca di un posto a cui appartenere. Poi, nella seconda strofa, un verso ancora più prezioso.

Home, is where I want to be, but I guess I’m already there”.

Da ripetere come un mantra, ancora e ancora (finché la cosa non diventa inquietante, ad ogni modo) ogni volta che il dubbio ci assale. Ogni volta che non capiamo più dov’è casa nostra.

 

Nicola De Zorzi