E se ti mostrassi il mio lato oscuro, mi stringeresti ancora, stanotte? Se ti aprissi il mio cuore e ti mostrassi le mie debolezze, cosa faresti?

Pink Floyd, The Final Cut

Ricordo un concerto, tanti anni fa. Il frontman al centro del palco, la chitarra in mano. Lo spettacolo era arrivato al punto culminante, ed era arrivata al punto culminante la canzone che era il punto culminante dello spettacolo. Le pennate di chitarra acustica avrebbero introdotto l’elettrica, avrebbero accompagnato l’assolo… quando il Mi si spezzò. La canzone si interruppe tra la sorpresa e l’imbarazzo della band, ed una certa varietà di emozioni e reazioni da parte del pubblico. Molti applaudirono ed incoraggiarono il musicista, altri risero. Altri ancora dimostrarono un antipatico ma non del tutto incomprensibile disappunto.

A quel punto il frontman, con un’alzata di spalle, disse quattro, brevi parole:

“I’m only human.”

Poi si fece dare un’altra chitarra, e la canzone riprese da dove si era interrotta.

Così quest’evento insignificante e banale mi aveva portato per la prima volta a riflettere su un’altrettanto banale considerazione: quella figura che noi vediamo sul palco, che si solleva alta ed invulnerabile sopra le teste dei fan, è semplicemente una persona che ha trovato il coraggio di esprimere qualcosa di sé al mondo. Qualcuno che, da solo o magari con qualche amico, ha iniziato a parlare di sé – tutte le canzoni parlano dell’artista che le ha composte, in un modo o nell’altro, sempre – partendo forse dalla sua cameretta, con una chitarra, un pezzo di carta e una penna, passando poi attraverso quell’infra-mondo che è lo studio di registrazione. Per salire infine su un palco e mettersi a nudo, in un senso molto più letterale che metaforico, davanti agli Altri. E quanto spesso dietro quel personaggio che il più delle volte ammiriamo e veneriamo solo in quanto tale, si nasconda una persona. Only human.

Mi sono venuti in mente i Gorillaz, queste meravigliose interfacce animate ideate dal fumettista Jamie Hewlett, dietro le quali Albarn e soci nascondono il loro ego. Ma si tratta davvero di nascondere? Mi sa che preferisco la parola “filtrare”: i quattro personaggi, tutt’altro che simboli vuoti, sono caratterizzati da tratti umani distintivi, magari esagerati e deformati dallo stile cartoonesco del loro design e delle loro avventure. Attraverso di loro, i membri della band dissimulano la propria personalità, fanno in modo che allo spettatore ne arrivi una caricatura, o magari una versione idealizzata della persona-dietro-al-personaggio.

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Per certi versi è un modo di nascondersi; per altri, è uno stratagemma di comunicazione alternativo, per cui il musicista esprime lati di sé che non potrebbe comunicare altrimenti.

Un’interfaccia alla fragilità.

Ce ne sono di molti tipi. Mi viene in mente uno scrittore, tra i più iconici e tormentati del nostro tempo. Mi vengono in mente la sua depressione, le sue dipendenze; l’umanità e la presenza di spirito con cui le trattava, alternando humour irresistibile ad immagini feroci e reali.

 “Hanno discusso un bel po’ sull’eventualità di sottopormi alla TEC, che poi sarebbe l’abbreviazione di «Terapia Elettroconvulsivante», solo che la TEC a volte cancella pezzi di memoria – piccoli particolari trascurabili tipo come ti chiami, dove abiti, ecc. – ed è terrificante anche sotto certi altri aspetti, perciò noi – io e i miei genitori – abbiamo deciso di non farla.

David Foster Wallace, Il pianeta Trillafon e la cosa brutta

Mi viene in mente la netta differenza, almeno apparente, tra un musicista che si ritrova, spesso impreparato, a gestire il mare delle folle a cui deve mostrare il proprio animo, e lo scrittore, la cui arte è molto più intima e nascosta. Eppure, in un modo o nell’altro, la fragilità trapela, alla fine, e si dimostra schiacciante, fatale.

Tu prova ad avere un mondo nel cuore, e non riesci ad esprimerlo con le parole”, cantava De André parafrasando Masters. Parliamo di Wallace, come potremmo parlare di Ian Curtis o di Kurt Cobain o di Nick Drake (ci arriveremo dopo). Parliamo quindi di artisti che sono riusciti ad esprimerlo, quel mondo, nel migliore dei modi possibili, con potenza e genio. Ma a quanto pare esprimere non coincide con il liberarsene.

Quando quello che chiamiamo genio incontra una morte precoce, violenta ed autoinflitta, i nostri pensieri a riguardo sono i più vari. Ci chiediamo perché mai una persona di talento e successo abbia preso una decisione simile, una persona con un futuro luminoso davanti, destinata a stagliarsi ben al di sopra di noi comuni mortali; pensiamo che un’anima tanto delicata non abbia retto alla pressione di tutto quel successo; finiamo per considerare l’equazione genio – sregolatezza e a classificare il fatto come inevitabile. Immagino che la soluzione più giusta sarebbe evitare giudizi e ipotesi, evitare analisi che non siamo in grado di fare, non avendo, noi, mai conosciuto l’essere umano accovacciato all’ombra dell’immagine. Ma non mi sento di dare consigli o elargire risposte che so di non avere.

Ora, cerchiamo un filo, non dico logico, almeno cronologico. Ho nominato Nick Drake, prima, giusto?

Seguiamo allora questo ragazzo – ha poco più di ventitrè anni – lo seguiamo dal suo ritiro in Spagna fino al ritorno in Inghilterra, al suo arrivo agli studi di registrazione, a Londra. Il suo viaggio è costantemente illuminato da una luna rosa.

È il 1971 quando Drake registra il suo capolavoro, Pink Moon. Fuori luogo nelle spiagge soleggiate della Costa del Sol, fuori luogo nel panorama musicale degli early ‘70s. L’anticonformismo è di moda, sballarsi è di moda, il rock è in mano alle grandi stelle, alle bestie da palcoscenico alla guida di folle oceanichedi ammiratori. Che spazio può esserci per un ragazzo alto, pallido, timido, per il suo album di una mezz’ora scarsa, interamente acustico; un album che parla di solitudine, di rimpianti, del tenero amore per un luogo da chiamare casa? La voce calda e profonda di Drake è poco più che un sussurro. Non raggiungerà praticamente nessuno, sovrastato dalle urla di chi aveva così tanto da dire al tempo; le urla di chi diceva alla gente esattamente quello che voleva sentirsi dire.

Ricordo che una volta, nel 1975 o ’76 mi pare, mi sono tagliato una sola basetta e per un certo tempo ho girato così, convinto che una sola basetta mi rendesse un anticonformista – non scherzo – e alle feste attaccavo bottoni lunghi e seriosi con le ragazze che mi chiedevano cosa «significasse» quell’unica basetta.

David Foster Wallace, Il re pallido

Ho scelto Horn per rappresentare – senza parole – la linea di pensiero di Drake. Brevissimo strumentale, minimale e scheletrico, il lamento di una coscienza consapevole di andare in frantumi, di aver intrapreso un percorso solitario.

Restiamo in Inghilterra, ma ci spostiamo a Manchester, e avanziamo di otto anni. Tra il 1979 e il 1980 due album imperversano sulla scena britannica, e poi mondiale, tingendola di bianco e di nero. Uno è un urlo, l’altro e un lamento. Uno è feroce e deflagrante, l’altro è lapidario come un testamento.

Entrambi gli album, Unknown Pleasures e Closer, hanno il tratto comune di rappresentare la personalità di Ian Curtis, leader dei Joy Division. Chiamarlo anima tormentata significa definirlo con una mancanza di originalità pressoché desolante, ma non mi vengono in mente altre parole per descrivere quel ragazzo cupo e allampanato, dalla voce sepolcrale e dolente, carica della tensione che avrebbe sempre accompagnato la breve vita dell’artista. L’epilessia, gli psicofarmaci, il nodo di una corda.

La persona che ha una così detta “depressione psicotica” e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette “per sfiducia” o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. (…) La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme.(…) Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano “No!” e “Aspetta!” riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta.

David Foster Wallace, Infinite Jest

 

Il punk è appena passato, un fuoco di paglia di cui ora restano solo le ceneri. La rabbia adolescenziale,  confusa e senza un bersaglio preciso, eppure così fiduciosa, così sicura, è spenta. Il suo epitaffio è rappresentato dalla batteria pulsante, dal basso ipnotico e incotrollato, e dalle parole che aprono Unknown Pleasures:

 “I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand

Non un urlo di rabbia o di ribellione: una richiesta di aiuto. È però con New Dawn Fades che l’album tocca la sua vetta più alta – o, per meglio dire, il suo abisso più oscuro – nel rappresentare l’angoscia di Curtis. Il basso intenso, la chitarra semplice ed ipnotica, superficiale ed insondabile.

Ho camminato sull’acqua, corso attraverso le fiamme; non riesco a sentirlo più. Ero io, era me stesso che aspettavo, speravo in qualcosa in più. Sono io, sono io quello che vedo, sperando in qualcos’altro

Il disco successivo, Closer, racchiude la lucida rassegnazione nei confronti di un male insanabile. È un labirinto emotivo attraverso il quale la voce di Curtis ci conduce, e la cui meta è già stabilita dall’inizio. Le pareti sono claustrofobiche, le svolte ipnotiche, e Ian ci guida, Virgilio, Caronte e anima dannata, tutto assieme. Si parla apertamente dell’epilessia, il suo Grande Male, di una vita persa irrimediabilmente, di un’esistenza in cui ogni cosa – amicizie e famiglia incluse – è una catena. Eppure, attraverso tutta quest’angoscia, il viaggio appare maestoso.

Il cane odiava quella catena. Ma aveva una sua dignità. Quello che faceva era non tendere mai la catena del tutto. Non si allontanava mai nemmeno quel tanto da sentire che tirava. Nemmeno se arrivava il postino, o un rappresentante. Per dignità, il cane fingeva di aver scelto di stare entro quello spazio che guarda caso rientrava nella lunghezza della catena. Niente al di fuori di quello spazio lo interessava. Interesse zero. Perciò non si accorgeva mai della catena. Non la odiava. La catena. L’aveva privata della sua importanza. Forse non fingeva, forse aveva davvero scelto di restringere il suo mondo a quel piccolo cerchio. Aveva un potere tutto suo. Una vita intera legato a quella catena.

David Foster Wallace, Il re pallido

Andiamo avanti di altri tredici anni, e spostiamoci in America, a Seattle. La scena grunge è appena sbocciata, e già sta per appassire. Nel 1993 esce l’epitaffio di un artista, di una band, di un’epoca. Con In Utero, la coscienza di Kurt Cobain esplode nella consapevolezza di aver involontariamente ricevuto il testimone di rappresentante di un’intera generazione. Incarnando il caos mentale del leader della band,  i Nirvana incisero un album dalle sonorità disordinate e noise, unite quasi paradossalmente ad alcuni dei migliori esempi di songwriting da parte di Cobain.

 

Non sono come loro, ma posso fingere. Il sole è tramontato, ma ho una luce. Il giorno è finito, ma mi sto divertendo.

Nirvana, Dumb

“La rabbia giovanile ha dato i suoi frutti” disse Kurt “Ora mi sento solo vecchio e stanco”. Un’affermazione, col senno di poi, molto meno ironica e scanzonata di quanto sarebbe potuta sembrare al tempo. Il testimone era diventato pesante, il microfono e la chitarra troppo assordanti, deformavano le grida di una voce sofferente, che avrebbe voluto esprimersi con mezzi altri alla rabbia. E forse non avrebbe voluto essere presa sul serio dal mondo intero.

Signori, benvenuti nel mondo della realtà: non c’è pubblico. Nessuno che applauda, che ammiri. Nessuno che vi veda. Capite? Ecco la verità: il vero eroismo non riceve ovazioni, non intrattiene nessuno. Nessuno fa la fila per vederlo. Nessuno se ne interessa.

David Foster Wallace, Il re pallido

 

E così mi torna in mente, per un’ultima volta, Wallace. Uno dei primi libri di D.F.W. che ho letto, Questa è l’acqua, prende il titolo da un discorso dell’autore di fronte agli studenti del Kenyon College nel 2005. Mi torna in mente quest’uomo alto (chissà se aveva la bandana in testa, quel giorno) che vince il proprio bisogno di intimità e la mole di lavoro da completare in scrivania e si confronta con tutte quelle giovani menti, senza l’intenzione di fare una paternale, senza la pretesa di insegnare qualcosa, ma solo con il desiderio di esprimere un pensiero, di comunicare la sua esperienza. E, incompatibilmente con quello che sarebbe successo solo tre anni dopo, un messaggio di speranza. Oppure, il passaggio di un testimone.

Vi pregherei di non liquidarlo come uno di quei sermoni che la dottoressa Laura impartisce agitando il dito. Qui la morale, la religione, il dogma o le grandi domande stravaganti sulla vita dopo la morte non c’entrano. La Verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte. Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararsi un colpo in testa. Riguarda il valore vero della vera cultura, dove voti e titoli di studio non c’entrano, c’entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi: «Questa è l’acqua, questa è l’acqua; dietro questi eschimesi c’è molto più di quello che sembra». Farlo, vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno, è di una difficoltà inimmaginabile. E questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia… adesso. Augurarvi buona fortuna sarebbe troppo poco.

Nicola De Zorzi