Sei ancora giovane, è questo il tuo problema, hai così tanto da imparare. Trovati una ragazza, sistemati, se vuoi puoi sposarti. Guarda me: sono vecchio, ma sono felice.

Un consiglio amorevole, dettato dall’affetto, ma anche dal bisogno di insegnare qualcosa; il bisogno di qualcuno che ascolti e voglia imparare da noi. Non si tratta, allora, di egoismo? Questi tentativi di aiutare qualcuno più inesperto, non sono forse tentativi di valorizzare se stessi? Quanta arroganza ci vuole per elargire consigli senza degnarsi neppure di ascoltare il diretto interessato?

Come posso provare a spiegarglielo? Appena lo faccio, lui si volta dall’altra parte. È sempre la stessa, vecchia storia. Perché dal momento in cui ho imparato a parlare, mi è stato ordinato di ascoltare. Ora c’è una via, e io so che me ne devo andare.

Il figlio, dal canto suo, si lamenta a gran voce di questa mancanza di considerazione. O meglio, se ne lamenta a gran voce dentro di sé.

La grandezza di Father and Son, celebre canzone di Cat Stevens, è proprio questa: le due voci, padre e figlio, non dialogano mai. I loro sono dei semplici monologhi; paternale e protesta danno l’idea di essere fini a se stesse, ripetute all’infinito fra sé, senza che si trovi mai il coraggio di far valere le proprie idee, senza avere la voglia di confrontarle. Credo che Father and Son sia, alla pari di The Sound of Silence, una delle più grandi canzoni sull’incomunicabilità mai scritte.

E allora perché non lo cerchiamo, questo dialogo?

Come?

Beh, letteratura e cinema ci insegnano da tempo incalcolabile che il miglior canale comunicativo tra padre e figlio è uno e uno solo: il viaggio.

Allora, facciamo così: prendiamo i nostri due incomunicabili personaggi, e trasportiamoli, trasformiamoli, incarniamoli in percorsi, personaggi, storie diverse. Non dovrebbe essere troppo difficile. Se l’apparenza esteriore cambia di volta in volta, il cuore del contenuto è sempre quello.

Insomma, è sempre la stessa, vecchia storia.

Confesso, non senza un pochino di imbarazzo, che la prima accoppiata che mi viene in mente ascoltando Father & Son, è quella formata da Pippo e suo figlio Max, nel film In viaggio con Pippo (A Goofy Movie in originale). Insomma, il padre porta il ragazzo, contro la volontà di quest’ultimo, in un lungo viaggio alla riscoperta dei luoghi dell’infanzia e di un rapporto che potrebbe scomparire. Il padre non vuole ascoltare ciò che il ragazzo ha da dirgli e il ragazzo, a propria volta, non vuole sentire le ragioni del padre. Andiamo, se la canzone di Stevens fosse un film, sarebbe questo… ok ok, la smetto (ma non senza puntualizzare che in quanto a traumi e scene strappalacrime, In viaggio con Pippo mi ha segnato più dei 152 episodi di Ken il Guerriero guardati a ripetizione su Italia 7 Gold durante tutta la mia infanzia).

E poi, a ben vedere, forse In viaggio con Pippo avrei dovuto lasciarlo per ultimo. Un lieto fine sarebbe stato l’ideale per concludere l’articolo. E non posso garantirne uno con le opere seguenti.

Proviamo a seguire questo filo conduttore del rapporto padre-figlio attraverso tre diverse relazioni, tre diverse sfumature di legami di sangue.

Iniziamo con un padre (e marito) degenere. Un fedifrago, erotomane, farabutto, ubriacone. La moglie si suicida, esasperata dai continui tradimenti; al che il nostro protagonista si porta dietro il figlio in un viaggio senza una vera e propria meta, né uno scopo preciso. L’importante è dimenticare, lavare il senso di colpa con sesso e alcol, e con l’illusione di aver fatto qualcosa di buono per il bambino, portandoselo dietro perché “impari il mestiere”. Poco importa se alla fine, più che dall’affetto, questo gesto nasce dalla convinzione che il piccolo sia l’ultimo pezzetto d’anima rimasto all’uomo, a cui rimanere disperatamente attaccato.

“-Mamma, io dipendo da te, quindi dimmi la verità.

  La madre chinò il capo, e disse:

  -Papà era un vagabondo. Ovunque potesse posare il cappello, quella era casa sua. E quand’è morto, tutto ciò che ci ha lasciato è stata la solitudine.

The Temptations, Papa Was a Rolling Stone

 

Il figlio, dal canto suo, adora troppo il padre per rendersi conto di quello che gli accade intorno, del modo in cui il genitore, egocentrico ed irresponsabile, lo tratta. Suo padre è il suo eroe, la sua approvazione conta più di qualsiasi altra cosa.

Già il titolo del romanzo lascia pochi dubbi circa l’esito di questo viaggio. Alla fine de La morte di Bunny Munro, di Nick Cave, il piccolo Bunny Jr resta solo. Le strade si sono separate. Possiamo solo immaginare la crescita del bambino, privato della figura paterna. Diventerà come suo padre? Oppure si renderà conto di ciò che l’uomo effettivamente era, uscirà dalla sua ombra, troverà la propria strada e la propria visione del mondo?

 “Caro papà, puoi vedermi ora? Sono me stesso, come te, in qualche modo. Cavalcherò l’onda ovunque mi porterà. Mi terrò stretto il dolore… liberami…

Pearl Jam, Release

Il rapporto padre-figlio è una tematica spesso presente nelle canzoni dei Pearl Jam. La madre di Eddie Vedder, leader della band, divorziò dal primo marito quando Eddie era solo un bambino; in seguito, i rapporti col secondo marito della donna non furono tra i più idilliaci.

Release, ultimo brano di Ten, è un monologo interiore su come questo ragazzo, lontano dalla figura paterna, percepisca per la prima volta il mondo con i propri occhi. Accetta la consapevolezza dell nuova realtà, estatica e terrificante; ma, da qualche parte dentro di sé, sta ancora aspettando, nel buio, che il padre gli parli… che lo liberi.

Il viaggio prosegue, ma con altri personaggi, e altri mezzi. Niente macchina ora, solo un paio di piedi che calpestano il suolo polveroso del Giappone feudale, E un carretto di legno, in cui un bimbo di tre anni ora dorme, ora guarda il mondo con occhi curiosi, innocenti e saggi.

Lone Wolf and Cub, manga (o meglio gekiga) di Kazuo Koike e Goseki Kojima parla di Ōgami Itto, un rōnin, un samurai senza padrone che vaga per il paese come sicario a pagamento. Il carretto di legno trasporta suo figlio Daigoro, l’unico legame che gli resta col suo passato

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Il bambino è in continua balia di eventi contro i quali non può far nulla: il freddo e gli stenti, la sua funzione da “esca” durante le battaglie del padre. Ciononostante, Daigoro non smetterà mai di nutrire affetto per l’uomo; il quale, a propria volta, è in grado di passare da una personalità fredda e spietata come il filo di una spada alla dolcezza che un uomo può riservare solo a quella creatura che rappresenta tutta l’umanità che gli rimane.

Tra i tanti capitoli degni di nota all’interno dell’opera, spiccano probabilmente quelli centrali, in cui i due protagonisti sono separati. Ci è possibile contemplare la profondità di due anime perse, divise, che lottano per ritrovarsi, in un viaggio di riunione narrato con intensità indescrivibile.

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 “Mi sono svegliato e ho immaginato che tutte quelle cose tremende che ci hanno separati, signore, non strapperanno mai più via i nostri cuori l’uno dall’altro

Bruce Springsteen, My Father’s House

Ci avviciniamo ora all’ultima tappa di questo viaggio. La strada è sempre polverosa, sempre gelata. Il cielo è coperto da una foschia perenne, il sole non scalda più. Pochi strascichi di umanità corrotta vagano sulla terra deserta. Il desiderio di incontrare qualcuno è soffocato dalla paura di chi ci si potrebbe trovare davanti. Padre e figlio devono bastare a se stessi.

Per questo padre senza nome, il bambino finirà per rappresentare non tanto il legame con la sua stessa umanità; lo ergerà invece a simbolo dell’Umanità nel suo senso più ampio: l’ultima creatura divina, non corrotta dalla brutalità di quel mondo distrutto, l’ultimo raggio di speranza rimasto su quel pianeta.

Ne La strada, di Cormac McCarthy, il viaggio che il padre intraprende col figlio ha come unico scopo la salvezza di quest’ultimo. Una salvezza astratta, simbolica, rappresentata dal mare che devono raggiungere, senza che sia mai spiegato chiaramente cosa potrebbe trovarsi sulla costa, quale sia l’utopia che quel luogo lontano dovrebbe contenere.

Gli occhi del bambino non perdono mai la speranza; ed è questa speranza che il padre deve preservare, pur combattuto tra il desiderio di illudere il figlio su un lieto fine, e la necessità di renderlo consapevole del male che li circonda.

E qui torna in gioco Nick Cave. The Weeping Song, quarta traccia di The Good Son, vede un padre e un figlio contemplare assieme un mondo in rovina, perso nel dolore.

 “-Padre, perché tutti i bambini stanno piangendo?

   -Si stanno solo lagnando, figlio mio.

   -Oh, si stanno solo lagnando, allora?

   -Sì. Il vero pianto deve ancora arrivare.

La canzone termina con una sconfitta della speranza, al punto che perfino il padre, fino ad allora insensibile al dolore che lo circonda, non può fare a meno di scoppiare a piangere a propria volta.

 “Padre, dimmi, perché piangi? Il tuo viso è bagnato, mi spiace così tanto, padre, non pensavo di averti fatto tanto male…

È la disperazione, quella cantata da Cave, che attanaglia per tutto il viaggio l’uomo nel libro di McCarthy: aggrappato ad una speranza che è poco più che un’illusione, deve farsi forza e non cedere alla disperazione, mentre le forze lo abbandonano e il mondo continua a cadere a pezzi. L’unica cosa da fare è andare avanti, lottare con tutte le sue forze per dare anche solo un giorno di futuro a suo figlio, e sperare che quel giorno sia quello giusto; il giorno in cui finalmente qualcuno “buono”arriverà e farà in modo che non sia stato tutto vano.

 “Tutto bene?, chiese l’uomo. Il bambino annuì. Poi si incamminarono sull’asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l’uno il mondo intero dell’altro.

 Nicola De Zorzi