Sembra che le persone diventino quelle cose che non vorrebbero mai essere. L’unica cosa per cui vale la pena vivere è l’oggi

Tom Waits, I Don’t Wanna Grow Up

Il disgusto verso l’ipocrisia e la corruzione del mondo “adulto”, il desiderio di conservare l’innocenza dell’infanzia sono al centro di I Don’t Wanna Grow Up, canzone di Tom Waits, tratta dall’album Bone Machine del 1992 (anche se probabilmente è più conosciuta l’omonima cover dei Ramones, registrata tre anni più tardi nel loro ultimo album studio, ¡Adios Amigos!).

Questi sentimenti sono anche il fulcro del romanzo Addio all’estate, dello scrittore americano Ray Bradbury. Seguito ideale e continuazione de L’estate incantata e pubblicato a cinquant’anni di distanza da quest’ultimo, il romanzo ci riporta nell’immaginaria cittadina di Green Town, dov’è in atto una rivolta: la rivolta contro la vecchiaia e gli adulti, la rivolta contro l’estate che sta finendo. A far scoppiare la guerra civile è il giovane Douglas Spoulding, tredicenne ribelle che guiderà la crociata dei suoi coetanei contro lo scorrere stesso del tempo, contro l’odiosa idea di diventare degli esseri spenti e grigi, di essere manipolati da creature decadenti e aliene in nome di un’autorità stabilita da chissà chi.

 “Non voglio crescere… come fai a muoverti in un mondo di nebbia in cui ogni cosa cambia in continuazione?

A capo dello schieramento opposto, l’ottantunenne Calvin Quatermain; vecchio, arcigno, costretto su una sedia a rotelle, pare essere il perfetto araldo della vecchiaia e della mortale decadenza di cui i ragazzi hanno tanto orrore.

Cambiamento,  mondi che si affrontano e scontrano. Sono questi alcuni dei temi di cui cantano anche gli Arcade Fire nel loro autunnale The Suburbs.

Questa città è così strana” recita Suburban Warl’hanno costruita perché cambi. E sai, quando dormiamo, le strade cambiano di posto.

E poi, ancora, si parla dell’allontanarsi, del non riconoscersi più: “Ora la musica ci divide in tribù: ti sei fatto crescere i capelli, e così ho fatto io (…) ti sei tagliato i capelli e non ti ho mai più rivisto.

Come la musica per gli Arcade Fire, per Bradbury è il tempo a creare un’identità umana e culturale: pochi o molti anni di differenza d’età sono sufficienti a dividere la città, il mondo intero, in generazioni, in clan, in stelle distanti.

Così, la rivolta ha inizio. Tuttavia, non c’è nulla di sanguinario in questa guerra: l’insurrezione dei ragazzi non presenta la cruda violenza della tribù di Golding, e neppure l’orrore mistico dei Figli del Grano di Stephen King. La morte di un vecchio, segnata dal dardo del tempo, è un evento simbolico; così come la conquista della torre dell’orologio, emblema del tempo, che va fermato, sabotato, distrutto.

Non è un caso se, contrariamente a L’estate incantata, in Addio all’estate la stagione non svolge un ruolo predominante, perlomeno da un punto di vista descrittivo-narrativo: l’estate sta finendo  e l’autunno è in arrivo, quindi c’è nell’aria un’indefinibile idea di cambiamento. L’autunno, stagione tanto cara a Bradbury, il cui profumo è tangibile in molte opere dello scrittore (da Il popolo dell’autunno a Paese d’ottobre) resta una presenza evanescente, una minaccia o promessa ancora da mettere in atto. Quest’idea di cambiamento è  però messa in contrasto  con la volontà dei giovani protagonisti di arrestare il tempo: quest’ultimo, in questa piccola grande guerra fuori dal tempo stesso, perde momentaneamente di significato. Il conflitto serve a mantenere vivi un entusiasmo e una voglia di vivere che sopravvivano alla noia

 

Sta diventando tutto un po’ troppo tranquillo in questa città. Ci vuole una rivolta adolescenziale per farmi alzare dal letto. Adesso!

Sonic Youth, Teenage Riot

 

e che non soccombano a quell’apatia stagnante, che il mondo adulto sembra incoraggiare

 

 “Un incrocio tra vuoto e noia. Loro non sono sicuri di quello che abbiamo dentro. Questa città sotto morfina deve venire a vedere che non ci importa di nulla, irrequieti come siamo, e che sentiamo l’energia di questo posto pieno di colpe e cemento colato

Smashing Pumpkins, 1979

La guerra, dunque, la rivolta; un conflitto segnato da un ideale, ma tenuto acceso dal desiderio di sentirsi vivi, di ingannare, più che cancellare, il tempo che scorre, un’estate che finisce. Per poi scoprire che il nemico non è poi così diverso da noi. L’odio si tramuta in senso di sfida, la sfida diventa desiderio di conoscersi; da una parte, dalla parte dei ragazzi, si tratta di imparare qualcosa di nuovo. Dall’altra, dalla parte degli adulti, di riscoprire qualcosa che si è perduto.

Un atto di pietà, di fratellanza, un gesto banale eppure colmo di significato come l’offerta di una fetta di torta, giustificato da una motivazione semplice eppure così profonda: “L’ho sentito respirare.”

Per arrivare infine alla dolceamara conclusione, scattata  come una trappola tesa dall’ avversario, eppure naturale come il tempo stesso che scorre, che si tratta semplicemente di compiere un passo necessario ed imprescindibile. E, dopo quel passo, dopo le incognite dell’amore e del sesso, nulla è davvero così terribile come sembrava. Si tratta solo di imparare a conoscere emozioni diverse, finora sconosciute. La tanto temuta apatia, in fin dei conti, è solo una scelta.

 “Se state sanguinando, siete fortunati. Perché la maggior parte dei nostri sentimenti sono morti e sepolti. Per divertirci, bruciamo dentro.

Daughter, Youth

La rassegnazione, in Addio all’estate, non è da intendere come una resa: al contrario, è una vittoria, una conquista. Il raggiungimento di una nuova serenità. Per Doug arriva la consapevolezza che l’estate che sta per finire non si perderà mai nel nulla. Per Calvin, la rivelazione che il suo acerrimo nemico è colui che riceverà il suo testimone. La paura, da una parte e dall’altra scompare. L’autunno è alle porte. Possiamo accettarlo.

Ogni volta che fai un passo, anche quando non vuoi… quando fa male, quando significa sfiorare con le guance la morte, o anche se significa proprio morire, va bene. Tutto ciò che si muove in avanti, vince. Nessuna partita a scacchi è mai stata vinta da un giocatore che è rimasto seduto per tutta la vita pensando alla prossima mossa.

Nicola De Zorzi