La vita artistica di Solange Piaget Knowles non è mai stata delle più semplici. Avere una sorella dalla figura titanicamente ingombrante come Beyoncé (oltre alla cugina Kelly Rowland) può farti pensare di cambiare mestiere in cinque minuti, al di là dell’indubbio vantaggio di poter collaborare con le allora Destiny’s Child. Tuttavia, dietro consiglio dell’onnipresente padre-manager, Solange decide per una carriera solista. Arrivano così il deludente debutto del 2003 Solo-Star e cinque anni più tardi il riuscito Sol-Angel and The Hadley St. Dreams, finalmente capace di farne emergere le qualità di autrice ed interprete neo-soul. Poi la crisi, un pesantissimo stress emotivo accumulato durante la lavorazione del terzo album che culmina con un esaurimento nervoso. Dopo l’EP Time del 2012, il 30 settembre scorso è stato pubblicato (tramite la sua Saint Records) A Seat At The Table, seguito a pochi giorni di distanza dal singolo Cranes In The Sky.

Scritto ben otto anni fa, Cranes nasce da un CD inviatole da Raphael Saadiq – qui co-produttore con la stessa Solange – contenente alcuni pezzi strumentali, tra cui uno costruito su basso, archi e batteria. Rilavorato aggiungendovi anche una parte di synth, questo r&b dalle atmosfere placide e rarefatte tratta delle difficoltà personali affrontate dall’artista, elencando una serie di soluzioni per alleviare il dolore – l’alcol, il sesso, la musica, la fuga da tutto – che alla lunga con lei non hanno funzionato. Nonostante non sia nulla di mai sentito, resta l’ottima confezione e la voce calda ed espressiva di Solo, oltre al fatto di aver trainato il disco al primo posto delle classifiche statunitensi.

Il relativo video diretto da Knowles e dal marito Alan Ferguson la vede sola, o circondata da altre donne afroamericane, immersa in ampi spazi naturali ed architettonici, la cui componente estetica diventa parte attiva nella fruizione del messaggio di autodeterminazione e libertà del brano.