Che suono fa una Fender nel deserto?
Probabilmente non lo sapremmo, senza i Tinariwen.

La lingua tuareg è una cosa meravigliosa, un groviglio di suoni di una musicalità che sembra fatta apposta per decorare le canzoni. Un così inesauribile bouquet di allitterazioni non potrebbe trovare corrispondenza migliore che in una poesia musicale. In tamacheq, la lingua dei nomadi di origine berbera, tinariwen è il plurale di ténéré, che vuol dire deserto. La storia di questi deserti dell’Ovest africano, quelli di cui parliamo oggi, comincia nel 1979.

L’Africa post-coloniale è terreno fertile per focolai ideologici di natura rivoluzionaria, ambienti in cui la resistenza all’autoritarismo francese e un revival del panafricanismo trovano perfetta realizzazione. Assieme alla musica popolare, ovvio.
Il chaabi, la musica tradizionale del nordafrica, è il più efficace mezzo d’espressione per le comunità che anelano a un’unione non soltanto sociale, ma culturale, artistica. Iyad Ag Ghali, che ha appena fondato il Movimento Popolare dell’Azawad, questo lo intuisce subito, e idividua nel giovane Ibrahim Ag Alhabib e nei suoi compagni di suonate uno strumento di propaganda per gli ideali del suo esercito rivoluzionario tuareg. Come un endorser dei giorni nostri, Iyad fornisce loro strumenti, nuovi membri e qualsiasi cosa possa permettere alla band di definirsi la voce autentica dell’Africa rivoluzionaria.
Ognuno col proprio nome d’arte, imbracciano bassi e chitarre che prendono il posto delle mitragliette. Ibrahim sceglie per sé il nome di battaglia di Abaraybone, ‘il ragazzo pezzente’.

L’uomo che possiede il dna del blues, come disse Ry Cooder. Niente plettri, per lui. Come un bluesman di tempi ormai andati ha bisogno di sentire le corde con le dita nude ed è così, che crea la magia. ‘Giocando con il vento’ che passa di tanto in tanto ad accarezzare le corde della sua chitarra.

E’ il 1979, quando i suoi Tinariwen cominciano a riempire musicassette che prendono a girare di campo in campo, e in men che non si dica la ormai consolidata band lascia l’esercito e la Libia di Gheddafi per tornarsene in patria: quel Mali culla di nomadi e dune vedrà la nascita di un rivoluzionario gruppo di musicisti che diverrà ben presto un vero fenomeno culturale, dapprima in madrepatria e, dalla metà degli anni novanta, anche fuori continente. Non prima della pace del 1996 quando, smessi i panni di militari ribelli ma sempre mantenendo il ruolo di simbolo della lotta tuareg, torneranno a casa e potranno, finalmente, dedicarsi completamente alla musica. Il primo ad intervistarli è il cronista americano Andy Morgan:

“Erano seduti di fronte a me come guerrieri a riposo, mai aggressivi, ma nemmeno amichevoli. La loro calma, la loro assenza di eccessi, nelle parole, nei movimenti, nell’appartenenza nelle emozioni, mi inquietava”.

La tradizione musicale dei nomadi tuareg ha origini millenarie, è qualcosa che hai nel sangue e che viene da molto, molto lontano (nel tempo), racconta Ibrahim. Parla della tradizione di suonare il flauto e il tehardant attorno al fuoco nelle notti desertiche, o degli incontri annuali durante i quali le tribù si scambiavano merci di ogni tipo, risolvevano conflitti interni, prendevano decisioni importanti. E una volta archiviate le cose ‘serie’, si suonava e ballava. Che è quel che accade ogni anno al più moderno Festival au Désert, pochi passi a nord di Timbuktu: un’esplosione di suoni e spezie e colori che non ha pari nell’emisfero boreale. E’ in questa cornice che va a collocarsi il blues del deserto, il tichumaren, un geniale cocktail di suoni africani ed electric blues.

Quello dei Tinariwen è blues sporco di sabbia che nulla ha a che vedere con Chicago o i moderni blues patinati. Puzza di condanna, di apatia, di voglia – tanta – di ribellione, e si avvicina incredibilmente ai gospel, ai canti dei campi di lavoro, a quel blues delle origini le cui radici nascevano da autentiche necessità di riemergere dalle ceneri conquistandosi la propria indipendenza. Musica di resistenza, musica che pretende libertà.

La differenza col blues del Delta è però immediatamente percepibile: nel blues del deserto infiniti pattern di chitarre, bassi, percussioni tradizionali, sinuosi vocalizzi di voci femminili s’intrecciano a formare una seta pregiata dal profumo speziato, unico nel suo genere. Certe volte capita che tutto quel che vi ho appena descritto incontri qualche riff reggae non di poco conto o versi parlati che s’avvicinano al rap, ornati da solo di chitarra che spazzano via qualsiasi barriera linguistica, perché in questi casi lo capisci, che la musica è l’unica lingua sotto la quale il mondo possa unirsi per davvero. Unione di razza e di genere perché, più che in altre tradizioni musicali, in quella tuareg la componente femminile è fondamentale.

“Women are at the origins of all our traditional songs. The men are only doing the accompaniment!”
Ibrahim Ag Alhabib

Il deserto è essenziale nella musica dei Tinariwen. Il tempo scandisce la precaria vita nel ténéré ed è il sole, a tendergli il braccio. Le ore si rincorrono come le dune a perdita d’occhio, e la lentezza infinita imprime ogni istante nella memoria, come a volerlo cristallizzare. In un ambiente così etereo, ogni suono ha la cadenza e l’importanza che in culture contaminate dall’incessante scorrere del tempo non riescono a trovare la giusta eco da molto, troppo tempo. Nell’ambiente desertico, questa si estende ben oltre lo spazio visibile. Ma nessun suono è davvero perso, nel deserto. 

“We are always playing in states of improvisation. It is essential to live in the moment. We never write down our music. The biggest challenge is just to keep the sensation, the intention, the trance – the same as we do in the desert.”

Il flusso ipnotico del tichumaren rapisce star della musica mondiale come Brian Eno, Thom Yorke, Robert Plant, che non vogliono far altro che suonare con i Tinariwen sulle distese di sabbia, dove ad ardere sotto una luna spettatrice non è solo la legna di un falò ma la passione per la musica. E’ per chiunque un onore, quello di lasciarsi ispirare dalle vibrazioni sciamaniche che questo numeroso gruppo, che pare direttamente uscito da Le Mille e Una Notte, emana.

Su questo moto ondoso e quasi senza forze è imperniato lo stile assouf, che assomiglia un po’ all’appocundria di Pino Daniele e un po’ alla nostalgia. La nostalgia della propria terra e della propria famiglia, che toccano Ibrahim così profondamente da convincerlo a lasciare per qualche tempo la band subito dopo l’uscita dell’ultimo album, Emmaar, nel 2012.

“Our music is a vehicle for old sentiment— which is most essential for us. “Nostalgia. We call it “Assouf.” We say, “We play Assouf.” The effect of our music comes from ancient practices in our culture. It is the custom in the desert to feel happy. Music is free. It costs nothing! And it can help you to understand all areas of your life.”

Il sesto album della band africana è il loro lavoro più cupo e triste, registrato in un altro deserto, quello della bassa California, nel cui spazio sconfinato si stagliano totem solitari che gli esperti del settore chiamano yucca. Le lande desolate di Joshua Tree (impossibile non ricordare gli scatti dell’omonimo album degli U2 realizzato da Anton Corbjin) li fanno sentire un po’ a casa, dove tutto è silenzio e i punti di riferimento sono rari e sparsi troppo oltre l’orizzonte, per potersene accorgere. In questo disco, emblema del blues dei deserti del mondo, i Tinariwen ospitano artisti del calibro di Fats Kaplin e il bistrattatissimo Josh Klinghoffer (RHCP).

Con il loro geniale blues africano, i Tinariwen hanno fatto da apripista ad una sfilza di gruppi iper-creativi, come i Tamikrest e i Tartit, maestri nell’inglobare elementi tradizionali nella musica moderna. Da quel momento storico, i popoli tuareg possono dirsi non più soli, ma parte di un universo musicale in continua espansione.

L’uscita del nuovo album dei Tinariwen è attesa per il prossimo 10 febbraio 2017. Ed è col primo singolo tratto da Elwan, che vi lascio.
Copritevi gli occhi quando sentite il vento alzarsi ma, mi raccomando, non le orecchie.

Martina Petrizzo