L’episodio palermitano del pestaggio, compiuto presumibilmente da militanti di estrema sinistra a leggere le rivendicazioni, del segretario provinciale di Forza Nuova, Massimo Ursino, deve portare a una necessaria riflessione sulle tensioni crescenti in Italia e su chi sta cavalcando la paura, a deformazione professionale, per accrescere il proprio consenso.

La violenza non è uno strumento di lotta politica. Non siamo più nel Ventennio. Forse non è abbastanza evidente che l’Italia non necessita di queste tensioni e di una lotta tra bande politiche. Come se non bastasse la lotta tra borgate e quartieri, la lotta tra i poveri e quella quotidiana della ricerca di un’occupazione e – più umanamente – della sopravvivenza. E allora non usiamola questa violenza, da destra a sinistra degli estremi politici. Usiamo il linguaggio, forte, deciso, quanto più potente vi pare. Ma che sia l’utilizzo della ragione e non delle spranghe a dominare la scena politica.

Partendo da qualche idea elementare: Antifascista è il cittadino democratico che riconosce nella Costituzione i valori più alti della sua permanenza civile all’interno del territorio, italiano nello specifico. Antifascista non è una situazione che “capita”: antifascista si nasce. Fascista, purtroppo, si diventa. Perché certi fenomeni sociali di grossa portata, paure nazionali e incertezze economiche, hanno già costruito gli stereotipi necessari a riunire le masse intorno a un nemico o a un inferiore. Prima Eritrei, Somali, Libici ed Etiopi e poi gli Ebrei. I fascisti – o neofascisti, per sottolineare la riproposizione di un vecchio costrutto politico – ce l’hanno con lo straniero.

Anche se sembra una generalizzazione, le ampie rappresentanze politiche vicine all’ostilità neofascista, sostengono proprio che la colpa di tensioni sociali, problemi economici e criminalità (grave e meno grave) sia addossabile agli immigrati, erroneamente affiancati alla definizione di “straniero”. Ma questa ingenua confusione, tra chi emigra verso il nostro Paese e chi invece ha la cittadinanza straniera ma risiede sul territorio italiano, la perdoniamo e perdoniamo Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia.

E allora i cittadini democratici (o antifascisti) quale condotta possono invocare contro i combattenti contro lo straniero in Italia? Dare ai fascisti quel che è dei fascisti. E così, va restituito ciò che appartiene alla politica xenofoba e antidemocratica; va dato il benservito democratico e nonviolento, seguendo anche l’insegnamento del saggio Gandhi.

Paura. State attenti ai neofascisti! Questa “patologia” dipinge i neofascisti come individui spaventosi e portatori di terrore e sofferenza. I neofascisti potrebbero venire a rubare nelle nostre case e stuprare le nostre donne, i nostri divani, le nostre borse. L’ombra nera, nerissima, nel giardino davanti casa, non lascerebbe dubbi alla canna del nostro tremolante fucile da caccia. Bang!

Segregazione. State lontani dai neofascisti! I neofascisti non possono essere integrati nella società e le loro condizioni di svantaggio e sfruttamento li costringono a riunirsi in ghetti, laddove solamente è possibile trovare conforto e comprensione contro un’intera società che li emargina e non gli consente un corretto ed equo ingresso nel mercato del lavoro, elemento fondante e nobilitante della vita civile.

Ostilità. Non vi fidate dei neofascisti! La diffidenza e la poca fiducia attribuita ai neofascisti lì distanza velocemente dalle reti sociali, anche quelle più elementari, e finisce per escludere dall’associazionismo alla rappresentanza politica – per raggiungere livelli più prestigiosi – le prime e le seconde generazioni neofasciste, tenute da parte nella spartizione del capitale politico collettivo.

La bomba sociale. I neofascisti si ribellano! Quando la tensione e l’insofferenza raggiunge l’apice, quando la povertà e il degrado raggiungono livelli tremendi, inimmaginabili ai più, si annida facilmente la criminalità. Che siano avidi o costretti per necessità non ha importanza (queste due condizioni sono comuni in tutti le masse criminali d’ogni provenienza ed etnia). E allora esplode il malcontento, la voglia di riconoscimento, la voglia di partecipare e di uscire dall’invisibilità. Tornare uomini e donne alla luce, non più lasciati all’ombra di palazzi fatiscenti di periferia. Tornare umani e non restare numeri. Vivere in compagnia e non morire da soli.

Forse questa storia non parla dei neofascisti, e forse non ne parlerà mai. Continueremo ad assistere all’impietoso spettacolo di una certa politica assetata di voti e di paure, come se i numeri da soli, senza contesto (la vera malattia italiana è la decontestualizzazione) potessero testimoniare un fatto, un fenomeno ampio e con complesse conseguenze su condizioni sociali ed emotive, quindi non scientifiche come la matematica delle statistiche. Per fare un esempio, come se l’alto tasso di criminalità degli stranieri fosse sinonimo di una “tendenza a delinquere”, che ha dell’assurdo quasi quanto la “teoria dell’obbedienza” spiegata da Leonardo Di Caprio nella celeberrima scena di Django, in cui l’attore spiega un comportamento degli schiavi – appunto, schiavi, sottomessi dagli americani – come derivante da una componente biologica ossea. Sono queste idee, implicite o meno, a spaventare più di ogni altra.

Intanto la campagna elettorale continua. Le botte per strada pure. La battaglia delle idee è già stata vinta nel 1945; quella volta finì con fucilazioni e impiccagioni. Stavolta a essere impiccate potrebbero essere le paure di una pacifica e paritaria convivenza, se a cedere saranno violenza e xenofobia, in due parole le “idee fasciste”.