È il 1997, ho diciassette anni.
L’estate è iniziata con la sonda Mars Pathfinder che si è posata sulla superficie del pianeta rosso e si concluderà con lo schianto di Lady Diana e del suo compagno Dodi Al-Fayed, contro un pilastro di sostegno all’imbocco del tunnel di Pont de l’Alma a Parigi.
Un altro semestre da sopravvissuto, un altro anno scolastico da colpevole impenitente.
La mia mente è uno stomaco feroce, ma si ciba solo di stimoli allergici ai programmi ministeriali.
In cima alle classifiche, anche le più improbabili (TV, Sorrisi e Canzoni), di quell’estate italiana, appare un disco che nessuno si sarebbe aspettato di veder scavalcare i tormentoni da luna park e le pedanti litanie da stabilimento balneare.
Era qualcosa agli antipodi del becero vociare su spiagge affollate, con la pelle bruciata e La Settimana Enigmistica che spunta dalla borsa.
La copertina dell’album mostra un uomo a cavallo, di spalle, mentre contempla una pianura sconfinata, dove spiccano alcune tende colorate, bestie al pascolo, cavalli per la transumanza e una manciata di persone affaccendate in mansioni quotidiane. Qualcosa che richiama un tempo diverso, antico e riti ancestrali, ripetuti, tramandati sempre allo stesso modo, di padre in figlio. Sopra di loro tralicci della corrente elettrica corrono verso un’orizzonte su cui incombe minaccioso il fumo delle ciminiere a saturare di veleno un cielo terso e senza fine.

Tabula Rasa Elettrificata.
Tre parole che allora suonavano ipnotiche come un mantra.
Non capivo bene cosa volesse dire Giovanni Lindo Ferretti con quei testi, ma era chiara a pelle la sensazione che avesse scelto ogni verbo, ogni epiteto, ogni segno di interpunzione, con amorevole cura e rispetto, che fossero qualcosa di simile a uno scandaglio gettato dentro il mio addome per sondarne profondità e consistenze. Quella voce così bassa e ruvida che si annodava ostinata al basso pieno, ingombrante di Moroccolo, i riff di Zamboni puliti, asciutti, a tubare con il noise maleducato e tagliente di Canali.
La voce di Ginevra Di Marco, come acqua fresca su un’incudine.
Era un modo di abitare il mondo che fino a quella calda stagione di puntuali rinascite, avevo ignorato completamente.

Anima fiammeggiante soffoca
Smaniosa d’aria non ce la fa
Giorni spremuti e notti
Attinti a un pozzo profondo millenni
Il somigliare agli altri non la salva
(C.S.I., Brace)

Il Consorzio Suonatori Indipendenti (C.S.I.) nel 1997, è a un passo dalla vetta di una parabola tracciata nel segno della rivolta, fra avanguardie berlinesi e un punk teatrale, fortemente influenzato dal folklore emiliano, che col nome CCCP diventerà oggetto di culto e fonte di ispirazione fino ai giorni nostri. Da quell’altezza, capostipiti di una nuova avvincente pagina di storia della musica alternativa italiana (che vedrà nascere o prosperare sulla strada da loro asfaltata, nomi come Marlene Kuntz, Üstmamò, estAsia, Ulan Bator, Disciplinatha, Yo Yo Mundi), con all’attivo due capolavori (del nuovo corso) della portata di Ko De Mondo (1993) e Linea Gotica (1996), Ferretti e Zamboni guardano un ambiente politico/culturale/sociale che non li rappresenta più completamente: il loro percorso in perenne mutamento richiede un ulteriore scatto evolutivo.

Delirio onnipotente
Dominio che sovrasta
Efficienza d’inetto
Burocratica casta
Potenza del pesante
Preme
Compatta
Schiaccia
Sogno Tecnologico Bolscevico
Atea Mistica Meccanica
Macchina Automatica – no anima
Macchina Automatica – no anima
Ecco la Terra in Permanente Rivoluzione
Ridotta imbelle sterile igienica
Una Unità di Produzione
Unità di Produzione
Tecnica d’Acciaio
Scienza Armata Cemento
Tabula Rasa Elettrificata
Tabula Rasa Elettrificata
Tabula Rasa Elettrificata
(C.S.I., Unità di produzione)

La risposta, come per la maggior parte degli individui, è quella universale del viaggio: lungo la Transiberiana contemplano un mondo allo sfascio, l’antico sogno tardo-bolscevico e più in generale il mito di un progresso, per definizione mai sazio, hanno portato a far terra bruciata di ogni cosa, a ridurre l’esistenza allo sterile imperativo produci-consuma-crepa.

Conosco le abitudini
so i prezzi
e non voglio comperare né essere comprato
Attratto fortemente attratto
Civilizzato sì civilizzato
Uno sguardo più puro sul mondo che la civiltà è ora, pagando
Decidi: cosa come quando
Comodo ma come dire poca soddisfazione
(C.S.I., Forma e Sostanza)

Il percorso, che assomiglia a una fuga dai disastri della politica, in cerca di sintesi, purezza e un ritorno alle origini, a un modo diverso di concepire a vita (rispetto a quella che era stata la loro vicenda fino a quel momento), li porta in Mongolia, fra gher variopinte e grigi condomini di stampo sovietico, fra piste sterrate e cavalieri nomadi, per trovare se stessi, la via di casa, attraverso un processo di alleggerimento, attraverso il proposito scrollarsi di dosso tutto il superfluo, di percepire il vuoto, il silenzio, la solitudine, come un atto di pulizia interiore, di spurgo dal surplus di sovrastrutture ammassate negli anni.
E quel vuoto, quel silenzio, hanno un nome: deserto.
Il Gobi.

Quanto è alto l’ universo quanto è profondo l’universo.
(C.S.I., Gobi)

Il deserto del Gobi è il secondo più grande del mondo.
Una pesante coperta di sabbia, arbusti e saltuari promontori livellati dal vento.
Cammelli bactriani, lupi della mongolia, kiang e cavalli, che diventano una cosa sola con l’uomo che li porta.
Un paesaggio che pare immutabile se si abbraccia con lo sguardo, ma in perenne quasi impercettibile trasformazione.
Qualcosa come una coscienza sotterranea, che evolve saggia e paziente, senza creare fratture.

E’ l’aria l’elemento
Il vuoto la sostanza
Vicini per chilometri vicini per stagioni
Sulle tracce dei lupi che fuggono le guerre degli umani
Vicini per chilometri vicini per stagioni
Traversando frontiere che preparano le guerre di domani
Vicini per chilometri vicini per stagioni
C’è modo e luogo di scoprire che il confine è d’aria e luce
D’Aria e Luce

(C.S.I., Vicini)

Il deserto, da sempre, è una condizione mentale di raccoglimento, ritiro fisico e spirituale per intraprendere un percorso iniziatico dentro se stessi e arrivare ad una consapevolezza nuova.
A volte sconfortante, come buona parte delle verità.
Ricordo Saramago, Il Vangelo Secondo Gesù Cristo, la sua versione apocrifa del Nuovo Testamento.
I quaranta giorni di “deserto” in cui il Messia, sopra una barca ferma in mezzo a un lago oppresso da una nebbia impenetrabile, faccia a faccia con Dio (in presenza anche del Diavolo), diviene consapevole della sua assurda condizione di martire dei martiri, per un capriccio del Padre,la pretesa di essere maggiormente venerato dall’uomo.

Poi penso a Jorge Louis Borges, a un suo racconto nello stile de Le mille e una notte, dove il deserto viene paragonato a una forma diversamente insidiosa di labirinto (allegoria della complessità del mondo), privo di muri, percorsi e delimitazioni, dove le infinite possibilità di rotta e approccio portano comunque allo smarrimento.
Il labirinto è una costruzione artificiale che ha come unico fine lo stupore e la confusione degli uomini.
Il deserto è la risposta naturale a questo intento e genera la stessa vertigine che si prova davanti alle infinite strade che si possono imboccare nella vita.
Nella storia dell’arte la struttura del labirinto, che nasce dal mito di Dedalo, Teseo, Arianna e Minosse, si manifesta in forme diverse, ma è sempre presente e il più delle volte, l’uso che se ne fa, rispecchia lo spirito di un determinato tempo.
Nella mitologia greca (già nella Creta minoica del II millennio a. C.) il labirinto rappresenta un percorso iniziatico verso il suo “centro”, il luogo mentale in cui può attuarsi la rinascita dell’individuo.

Cattedrale di Lucca, Labirinto sulla facciata. L’iscrizione riporta il seguente testo: “Questo è il labirinto costruito da Dedalo cretese dal quale nessuno che vi entrò poté uscire eccetto Teseo aiutato dal filo d’Arianna“.

Lo stesso vale per il Medioevo cristiano, fra XII e XIV secolo: viene sostituita la figura di Teseo con quella di Cristo, che diviene nuovo emblema di liberazione. Non a caso il labirinto diventerà in questo lungo periodo il simbolo distintivo della pratica del pellegrinaggio: il viaggio concreto, fisico, ma al contempo spirituale, di espiazione (per ottenere le indulgenze), verso mete cruciali della cristianità, come Roma, Gerusalemme e Santiago di Compostela, lungo le grandi direttrici che attraversavano l’Europa, come la Via Francigena (nata come via militare longobarda) o l’itinerario che compì Sigerico, arcivescovo di Canterbury, nel 990 per raggiungere Roma.

Cantami coi pellegrini nomadi gioie e bisogni
E delle carovane sfiancate da Occidente dall’interno dal Nord e
dall’Oriente.

(C.S.I., Ongii)

Sarà poi il Novecento, dopo il pragmatismo e il positivismo del secolo che lo ha preceduto, a riscoprire il fascino filosofico del labirinto, in un clima di perdita generale delle certezze, dovuto all’influenza di teorie come quella della relatività di Einstein o a quella dell’inconscio di Freud, che scardinano l’utopia ormai passata di poter ordinare il mondo in modo razionale e di conseguenza arrivare a comprenderne ogni più piccola sfaccettatura. L’arte, in questo clima, stravolgerà i dettami del metodo tradizionale, del concetto di progettualità, per ritrovare una dimensione istintiva, fantasiosa, a tratti animistica che molto si avvicina alla cultura sciamanica e alle pratiche ascetiche.

Paul Klee, Strada principale e strade secondarie,1929.

Prendiamo solo qualche esempio.
L’arte di Paul Klee, avventuratasi per prima nella sconfinata landa dell’inconscio freudiano, è sempre stata permeata da una forte tensione verso il mistero e il suo tentativo di traduzione e messa a nudo attraverso l’immagine. Klee si è posto come intermediario fra i segreti del mondo e lo spettatore, cercando di darne un’interpretazione propedeutica, che potesse porre le basi per una sorta di futura epifania. La risultante visiva di questo sforzo è un agglomerato di architetture impossibili, città immaginarie, labirinti di strade che si diramano per poi ritrovarsi o perdersi per sempre, dandoci un senso di disorientamento che è aderente al desiderio ancestrale di libertà.
Come in Strada principale e strade secondarie (1929), rappresentazione iconica di un concetto cardine dell’esistenza: ovvero che la via comoda, retta, senza scosse o emozioni, è una strada vuota di significati, priva di sorprese e incontri, triste e opprimente come le sbarre di una prigione.
Che vivere poi è un’altra cosa, fatta di bivi, strade senza uscita, sentieri persi nei boschi la notte, giorni di cammino in piena solitudine, panorami improvvisi che non avresti mai sognato di vedere.

Monito terrorista che la retta è per chi ha fretta
Non conosce pendenze smottamenti rimonte
Densamente spopolata è la felicità
Densamente spopolata è la felicità
Preziosa
La felicità è senza limite e viene e va.

(C.S.I, Bolormaa)

Piet Mondrian, attraverso l’astrazione pittorica, considerata come un atto spirituale, cercava di raggiungere una realtà superiore, riducendo il segno grafico a qualcosa di tanto minimo da diventare puro simbolo, che il ritmo della ripetizione riusciva a caricare di significati universali.

Piet Mondrian, Molo e Oceano, 1915.

O ancora Giorgio De Chirico che ha rappresentato il deserto e il labirinto, dove non avremo mai pensato di trovarne: nella metafisica opprimente delle sue piazze vuote. Guardando alla mitologia classica, con occhi di un uomo moderno, dissemina di solitudine e visioni, il dedalo intricato di portici, vicoli, zone di vuoto e di ombra materica, minacciose come mura di cinta, per rendere insidioso il percorso verso un centro salvifico, dove ci aspetta il premio di una rinascita interiore.

Percorsi incomprensibili tracciano al fine la nostra vita irriducibili
Irriducibili irriducibili
Ciò che deve accadere accade.

(C.S.I., Accade)

Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia,1954-55.

Tabula Rasa Elettrificata è un percorso circolare, ma compiuto su una superficie fortunatamente sferica (mi hanno raccontato nei giorni passati che esiste, fra le varie assurdità che popolano il paese, l’associazione dei “terrapiattisti”), dove ogni ritorno, fra alti e bassi, traccia circonferenze con coordinate diverse. Alla fine del disco si ritorna alle origini, ben oltre il Consorzio, a quelle dei CCCP, al punk, non più militante, alla velocità che non è rabbia e disgusto ma diviene urgenza di dire. Perché Zamboni e Ferretti tornano a casa, riscoprono l’Emilia Paranoica della loro giovinezza, ma con loro c’è un bagaglio che ormai non possono più ignorare. Così sono le lezioni, quando vengono davvero imparate.

Matrilineare
Nel ciclo lunare
Sul ritmo animale battente
Battente pulsare
Sul ritmo animale
Nel ciclo lunare
Matrilineare.

(C.S.I., Matrilineare)

Schizza la mente quando la si tende
Si contorce si espande
Se risucchiata ruggisce di dolore di piacere
Calore che irradia in onde rotonde
Calore che irradia in onde rotonde
Gelo verticale cunei sparati giù a frantumare
Gelo verticale cunei sparati giù a frantumare
Del resto m’importa ‘nasega sai
Ma fatta bene
Del resto m’importa ‘nasega sai
Ma fatta bene che non si sa mai.

(C.S.I., M’importa ‘nasega)

C’è un libro splendido di Gianni Celati, Verso la foce (1989), composto da quattro diari nati nel periodo in cui ha collaborato con Luigi Ghirri e i fotografi del progetto Viaggio in Italia, col fine di raccontare il nuovo paesaggio italiano, quello dei così detti non luoghi, ovvero quegli spaccati dello Stivale che non finiscono sulle riviste o sulle cartoline e ci riguardano direttamente e quotidianamente. Quattro viaggi che intraprende per lo più a piedi, seguendo invisibili fili di Arianna che l’hanno portato a girovagare per il centro e il nord Italia, con la fame di scoperta di un Gran Tour Settecentesco e la malinconia dello scrittore di provincia.
Celati nell’introdurre il volume sottolinea che “i quattro viaggi qui presentati narrano dunque l’attraversamento d’una specie di deserto di solitudine, che però è anche la vita normale di tutti i giorni”.
L’Emilia ritrovata di Ferretti e Zamboni, quella appunto di tutti i giorni, dopo aver azzerato ogni idea preconcetta e ricostruito con quiete e silenzio sulle macerie del frastuono degli anni andati, con tutto quel deserto appiccicato al cuore, doveva assomigliare a questa fotografia di Luigi Ghirri.

Luigi Ghirri, Formigine, 1985.

E le parole per descriverla e descriversi, che la bocca cercava di trattenere, forse erano simili a queste:

Ci hanno mescolato le anime e ormai abbiamo tutti gli stessi pensieri.
Noi aspettiamo ma niente ci aspetta, né un’astronave né un destino.
Se adesso cominciasse a piovere ti bagneresti, se questa notte farà freddo la tua gola ne soffrirà, se torni indietro a piedi nel buio dovrai farti coraggio, se continui a vagare sarai sempre più sfatto. Ogni fenomeno è in sé sereno. Chiama le cose perché restino con te fino all’ultimo.
(Gianni Celati, Verso la foce)

Alessandro Pagni