Show me the way to Chulahoma.

Sono le sette e un quarto di un umido mattino autunnale dell’Ohio. Dal laghetto accanto s’è sparsa una nebbia così fitta che qui, del sole che sorge, non c’è neppure l’ombra. Mettendoci in macchina buttiamo sul sedile qualche cd, del folk che in viaggio fa star bene, il country di Ryan Adams, The Joshua Tree, e per fare gli alternativi ci portiamo appresso un po’ di grunge.

Lasciamo il viale alberato incorniciato in un tappeto di foglie color oro, lasciamo Akron.

Se questo nome vi dice qualcosa – che stiate pensando a famosi pneumatici o campioni NBA -, non sbagliate. Se siete punkettoni anni ‘80, scommetto che Akron vi dice Robert Quine.
Fuochino.
Ci serve Quine? Ci serve sì, era cugino di Dan Auerbach.
Il pel di carota dalla voce nera che ruggisce negli scantinati assieme al compagno Patrick Carney sin dagli ultimi anni ’90. Reduci da una clamorosa sola in cui il resto della band non s’è presentato alle prove, i due passano da una cantina all’altra nelle umide strade della città della gomma, patria dei Devo e dei migliori pneumatici del continente (visto?). Fitte sessions casalinghe regolano le vite di questi goffi rockers alle prime armi. La polvere sotto i piedi di Pat si alza protestante ogni volta che questi toccano i pedali, testimoni di uno stile essenziale, tosto quanto basta. “We’re basically brothers”, confessa il batterista.
Fratelli di sangue blue(s), unici protagonisti dell’esaltante film girato nella contea di Summit che dura il tempo di 8 album studio. E’ questo, il setting che testimonia alla nascita della prima fatica dell’indissolubile duo.

The Big Come Up si apre con una sequenza crescente che, a sentirla, le tue ginocchia non riescono a starsene ferme. Trasuda blues come in preda ad allucinazioni gospel che pennellano l’album di accordi sporchi ed imprecisi, quasi Auerbach stesse passando, con meticolosa noncuranza, una spessa pezza sopra le corde, giusto per spolverarle un po’.
E invece, ciò che ne esce è una magic potion i cui fumi generano folate di note riverberate all’infinito ma mai a forza, ed irresistibili progressioni oltre misura sulla scia del drone-heavy style di Robert Lee Burnside.

Tutto ruota attorno a quel totem onnipotente che è la chitarra di Auerbach, madre esaltatrice che serve il groove. Lo stile dei due anacronistici ragazzetti annaspa fra mazzate sul charleston senza alcun rispetto apparente e lerce pennate su sei corde che faranno una fatica immane per sopravvivere al prossimo pezzo. Ma ci riusciranno.
In poco tempo i due di Akron raggiungono un successo planetario, a partire dal 2010 Tighten Up gli fa fare il giro del mondo e questo manda in nevrosi Pat che, prima di suonare a Glastonbury quell’anno, si “trasformò in Woody Allen”: era troppo da sostenere, tutto quel successo, ma almeno Dan si fece una risata.

Ma insomma, non lasciamo la statale. Abbassiamo giusto un attimo il finestrino per accogliere il vento fresco del Kentucky. Dicevamo.

Che mentre quello spilungone del vicino di casa, un certo LeBron James, veniva consacrato a talento assoluto dell’NBA, loro se ne stavano nello scantinato di Patrick con un Tascam
ad 8 tracce, cercando di cavare un ragno dal buco delle meraviglie dal quale sarebbe venuto fuori ciò che i giapponesi chiameranno Inazuma Rockin’ Blues: un album dal ‘blues fulminante’ cui il titolo madrelingua Thickfreakness non renderà mai abbastanza giustizia.

Impacchettata in 14 ore, la scaletta di questo ‘spesso’ LP prevede – come quello precedente, dopotutto – una cover dell’uomo che ha fatto innamorare follemente Auerbach del blues: Junior Kimbrough.
E’ il 2004, Dan e Pat si chiudono in una fabbrica di gomma abbandonata di Akron per registrare un album che poi, quello sfondo di calcinacci e vetri rotti, l’avrebbe usato come titolo. Rubber Factory sarà un generatore di successi in cui il delay non andrà mai sprecato. Anche qui c’è una sorta di bildungsblues, anche qui c’è Kimbrough, e allora uno si chiede: sarà mica importante, ‘sto Kimbrough?

“The walls came tumbling down and the earth shook, when I locked into Junior’s groove”

dice Auerbach tentando di enfatizzare ulteriormente la sua infatuazione, ancora ebbro di una poetica musicale che lo aveva scosso come un terremoto. Era un adolescente, e le vibrazioni positive emanate dalle sei corde del bluesman del Mississippi lo centrarono in pieno. Tanto da dedicargli un intero album, Chulahoma, uscito nel 2006. Dalla forza intrinseca nel riff di Have Mercy on Me ai miti sbiascichi di My Mind is Ramblin’, il moto ondulatorio delle sonorità d’antan colpisce un pezzo dopo l’altro come le pallattole della rivoltella in copertina.

Un grande cartello blu costellato di crome con su scritto ‘Welcome to Mississippi, Birthplace of America’s Music’ ci accoglie, e mi sa che non siamo più tanto lontani.
Dicevo? Ah sì.

Contrasti. A rendere Kimbrough così speciale agli occhi di Auerbach è la sua spassionata adesione ad un movimento che, pur nascendo nel Mississippi, si discosta nettamente dal blues del Delta, fatto di parti regolari e solo ben disposti. L’hill country blues, il cui Santo Patrono è indiscutibilmente quel Burnside che abbiamo nominato un attimo fa, si distendendeva comodamente su un hypnotic boogie interrotto da irresistibili picchi d’una chitarra arroventata, che scandiva il groove di riff riconoscibili al primo ascolto.
Il Delta non c’azzeccava granché, non c’erano solo di armoniche né metriche di 12 battute contate. L’hill non era nato nelle terre fertili del Delta, ma nei campi di cotone del nord in cui non sapevano che farsene, della fama. Lì i musicisti dei juke avevano capito che per far vendere alcolici al barman dovevano suonare musica che facesse muovere le chiappe alla gente. E le muovevano, per non sentirsi soli, ché in quelle terre era una brutta malattia.

Auerbach, che in Hold Me in Your Arms soffriva l’abbandono cantando “Lonely evenings, eyes are open wide”, in questo tributo lungo nemmeno mezz’ora straccia il senso di solitudine di un uomo diabolicamente geniale, e l’esorcizza.
Lo fa con una voce dalle sfumature così profondamente soul da farti scendere lacrime che non pensavi di avere. Lei, lui, il suo pollice destro che designa l’andamento di ogni singolo brano e le grezze mazzate di Carney che lo accompagnano e che scaturiscono dalla forza vitale nascosta nella sua gobbetta magica, rifugio di due bacchette alate. Ma non certo leggere.

Nei chiassosi anni ’80, la musica delle colline di cotone ondeggiava come nessun’altra, e il riverbero di quelle onde sta tutto in Chulahoma.

E nei lavori precedenti, nel trascinante flusso di un blues fluttuante espresso con spontaneità e altrettanta maestria, prima di passare – come piace ai polemici di turno – al dark side, il famigerato mainstream. O semplicemente, prima di una svolta rock, pensi.
Ma non c’è più tempo per pensare; siamo noi a dover svoltare, adesso.

Prima che possa rendermene conto, siamo già a Chulahoma. S’è fatto tardi, ma non abbastanza. Mentre tiro fuori un già consumato Turn Blue dal cruscotto per portarmelo via, alzo la testa e vedo che il tramonto è ancora là, di un rosso fuoco da fotografia. Meet me in the city, cantava Kimbrough. Chissà, magari siamo in quella giusta.