Questa storiella non inizia con lo schivo e solitario batterista adolescente che affigge nella polverosa bacheca della scuola un annuncio per cercare compagni di suonate pomeridiane. Questa è la storia delle storie, un avvincente romanzo dalle note fantascientifiche in cui storie di musicisti turnisti si incrociano fondendosi in una versione lirica della miglior Justice League della DC Comics. A capitanare questo dream-team di melodici supereroi è un bassista dal palmarès invidiabile, a 30 anni o poco più.

Il Flash della nostra Music League, qui, è Michael League (i giochi di parole non sono intenzionali, giuro). Un portento compositivo vestito da smilzo nerd californiano che pare uscito da una puntata di Big Bang Theory con la sua t-shirt colorata, ma che quando imbraccia il suo Precision a mo’ di fucile non ne ha più per nessuno. Quando Michael affigge quell’annuncio non è più un adolescente da un po’, è in una sala prove dell’università texana di Denton, ed ha appena iniziato i suoi studi jazz.

Ma la musica che compone non è jazz, o almeno non esattamente, perché a Michael piace fare il piccolo chimico coi tempi dispari e le progressioni, e allora riunisce una decina di amici a cui piace far lo stesso e si danno un nome.Si fanno chiamare Snarky Puppy, e in soli 7 anni sono arrivati al loro undicesimo album, l’ultimo è il primo in studio, Culcha Vulcha, uscito da appena un anno ed acclamato dalla critica poco dopo aver visto la luce, tanto da valergli un Grammy – il loro terzo, per amore della puntigliosità.

I cuccioli sfacciati del visionario fusion moderno si presentano come un brillante collettivo di 12 giovani professionisti, con occasionali comparsate di panchinari altrettanto validi. Questa manciata di preziosi talenti però non nasce dalle abili dita di fumettisti italo-americani, ma dagli alti palazzi di Brooklyn, dai cui tetti il suono si disperde in un istante ed è un peccato, allora loro si chiudono in studio e registrano, perché solo i nastri che girano coraggiosamente possono catturare tanta meraviglia. Il collettivo dalle radici newyorkesi è un armonioso amalgama di turnisti acciuffati dai più disparati palchi della musica contemporanea: gente che ha suonato con Marcus Miller, Aretha Franklin, Horacio El Negro Hernandez, John Mayer, The Roots e pure Snoop Dogg. Qualcuno ha una doppia laurea in Jazz, un altro colleziona magliette dei Van Halen, e c’è chi si diletta come chef provetto. E nonostante il turnover frequente, il nucleo di semper fidelis è fatto di identità musicali ognuna col proprio caratterino. Protagonista nessuno o forse tutti, in questo complesso di supermusicisti che, i complessi, li farebbero venire a chiunque.

Una dozzina di ragazzetti dalle dita magiche dotati del dono della sincope che non disdegnano un contorno, piuttosto light, fatto di sinfonie raffinate e buona elettronica. Compagna fidata e ben dosata, come si sente nei numerosi album live pubblicati: We Like It Here (2014) è un tripudio di sperimentazioni, otto pezzi energici e galvanizzanti, dall’intro orientaleggiante e la tromba protagonista di Stanton in Shofukan ai ritmi latini di Tio Macaco, dalle progressioni e i solo di sax di Lingus alle velocissime chitarre e le dita di Cory Henry che corrono sull’organo in What About Me?.

Sono i Weather Report che durante una sessione di jogging sottobraccio con i Soft Machine si scontrano con gli Steely Dan che inciampano nei Toto che intanto stavano facendo a botte con gli Spyro Gyra che vengono accerchiati prepotentemente dai Return to Forever di Chick Corea e messi all’angolo dal caleidoscopico supergruppo di Frank Zappa, ma anche nulla di tutto questo, che forse è meglio. Perché poi dovremmo tirare in ballo gli influssi arabi, le percussioni tribali, le intro che suonano come jingle da serie tv inquietanti in cui basso e fiati segnano il ritmo di punte di piedi in missione sulla moquette di un corridoio apparentemente importante e pericoloso allo stesso tempo. I fiati. Ecco, gli Snarky vi danno un esempio lampante di una famiglia di fiati realmente affiatata.

Non c’è definizione che tenga: world music, jazz, fusion, alternative rock, funky, numetal addirittura? Ma che è, un’insalata russa?
No, si tratta di generi calibrati talmente bene che dire una cosa del genere sarebbe una nota stonata. E qui, capiamoci, non stona proprio nessuno. E se succede, è intenzionale. E se è intenzionale, è la dissonanza più azzeccata che abbiate mai sentito in vita vostra. Brani dalla durata minima di sei minuti – quando siamo sfortunati – in cui i complessi incastri strumentali ed i ritmi serrati del funk si fondono con le cadenze sinuose del jazz e i decisi riff di rock, blues, in un concentrato di sperimentazioni mai banali, mai fuori posto, pura fonte d’ispirazione per le nostre orecchie ordinarie abituate alle jam sessions dei garage di provincia.

Specializzati in versioni live che sembrano venir bene sempre e solo alla prima take, paiono divertirsi e meravigliarsi e divertirsi ancora di quel che riescono a tirar fuori dal cilindro, ad ogni battuta. Come quando si chiudono in studio con la Metropole Orkest e, frementi come bambini al parco giochi, mettono in musica composizioni più complesse allargando in modo esponenziale il raggio degli elementi e dando vita ad un sogno ad occhi aperti. I loro sguardi si parlano, e se il bello della musica non è nella condivisione di momenti così emozionanti, dove diamine starebbe?Se c’è un termine che ha sempre affascinato qualsiasi appassionato di musica, quel termine è groove.
“Cosa vuol dire? Dove lo compri? Come lo tiri fuori, il groove?”
Il groove è quella cosa che non riesci a definire per 365 giorni all’anno ma, quando ne senti uno, sta sicuro che lo riconosci.

Lo sentite, il groove? Li sentite, i vostri neuroni che giocano a paintball ed inneggiano a ‘una gioia’? Gavettoni di rosso intenso dai quali spuntano borchie assassine di blu cobalto, e il giallo più acceso si acquieta sotto i passaggi soft di un arancio tenue per piombare nell’accecante rosa elefantino. Con la proboscide – sì, ditelo pure, so che lo sapete –  verde smeraldo. Dopo le percussioni cadenzate di Tarova, ascoltare il trascinante jazz latino di Semente è disorientamento puro, un imprevedibile cambio di inquadratura fra flauti e pennellate di pianoforte che ti trova spossato ed euforico nel giro di venti secondi scarsi.

Questi simpaticoni sono groove-builders nati, basta prendere la sezione ritmica la cui multietnicità fa girare la testa, è una festa al primo attacco e anche all’ultimo vorresti fosse sempre il primo. Un momento sei a Cuba ad ancheggiare dietro a un paio di timbales, quello dopo siedi a gambe incrociate davanti ad una tabla indiana e non riesci a smettere di muovere le mani.

L’ultimo lavoro dell’ensemble statunitense (il sopracitato Culcha Vulcha, appunto) si veste di purezza strumentale che si muove facendo lo slalom fra generi apparentemente inconciliabili. Dieci pezzi totalmente sconnessi fra loro, ma ineludibile e certosinamente tessuta traccia di fondo di un’avvincente pellicola su un gruppo di schizofrenici saltati giù da un aeroplano nella foresta Amazzonica.