In Italia ci siamo accorti che la sinistra è allo sfascio, nazionale e continentale. Dunque serviva questa grossa batosta italiana a far capire che esiste una crisi profonda della sinistra in Europa? Era necessario arrivare a fondere le risposte del riformismo di matrice socialista con quelle fornite dai liberali negli ultimi trent’anni? Una situazione è evidente: nel Vecchio continente il fronte di sinistra o crolla a pezzi o finisce per mascherarsi da destra per apparire piacente.

Dopo scissioni dolorose (elettoralmente parlando) si parla di riflessione per tornare al territorio – mentre la destra torna alla ribalta e il populismo racimola consensi raschiando il fondo del barile quasi svuotato dell’elettorato a sinistra. Ci si è accorti che la politica sembra essersi troppo allontanata dal suo popolo regalando consensi alla semplicità e all’immediatezza delle soluzioni populiste. Forse sta qui il bandolo della matassa: semplicità e immediatezza. Quello che le politiche dovrebbero dimostrare nella cura del proprio territorio, dal comune alla provincia, fino a Regioni e Stato. Il rimprovero diffuso in Italia per la sinistra frammentata è quello, da una parte, di aver bisticciato troppo, dall’altra, quello di aver mantenuto un comportamento “troppo di destra”.

Che vuol dire troppo di destra? Terziarizzazione e globalizzazione hanno trasformato l’economia, si tratti di quella nazionale e di quella globale per riflesso. Le risposte politiche sono state in quasi tutto il continente europeo una diminuzione delle tutele sul lavoro, riduzioni sul fronte del welfare e sugli investimenti. Politiche apportate, nella maggior parte dei casi, dai socialdemocratici arrivati al governo.

In Germania è stata la SPD guidata da Schroeder a introdurre alcuni significativi tagli al welfare, oltre alle riforme per aumentare la flessibilità – parola chiave di quest’ultimo decennio – nel mondo del Lavoro. Ad oggi la cancelliera riconfermata, Angela Merkel, ha dovuto accordarsi con i socialdemocratici che hanno votato “col naso chiuso” l’intesa col suo partito per formare un governo. Un accordo che è costato la disapprovazione dell’ala giovane del partito nei confronti della grosse koalition e l’allontanamento di Schulz dalla presidenza.  

Persino nella “supersocialista” Svezia, uno dei paesi con le tasse più alte e il welfare più esteso è accaduto l’impensabile: una ventina di anni fa è iniziata una politica di rialzo della tassazione indiretta ad opera di un governo socialdemocratico. Ci si accorse che lo stato sociale costava tanto e serviva risostenerlo con una crescita economica. E cosa serve in questi casi (parlando di un paese ragionevole che non dopa l’occupazione)? Taglio delle tasse sul lavoro e un recupero forte sulle imposte, gravando soprattutto sui ceti meno abbienti.

Ciò che indicano questi esempi è uno spostamento verso il centro. Si potrebbe dire verso il centrismo per sopravvivere e così pare spostandoci per i diversi “paesi forti” dell’Unione europea. Un richiamo irresistibile per accaparrarsi elettorato e per non scontentare l’allargamento spaventoso – quasi come un blob – del tessuto imprenditoriale e industriale sempre più intrecciato con la classe politica, oggi forse in grado di spostarsi più facilmente da un polo all’altro. A meno di sorprese populiste che possono far spaventare le lobby. E non è detto che la preoccupazione della finanza sia un fattore positivo per migliorare la qualità del mondo in cui viviamo. La favola dei “finanzieri scontenti e i poveri felici” non è esattamente la giusta semplificazione da applicare per fare luce sulle complesse problematiche nazionali e internazionali, connesse e non, al capitalismo selvaggio.

La destra radicale torna in auge allora. Molti partiti socialisti europei stanno soffrendo la concorrenza dell’elettorato dei partiti di destra radicale che offrono una piattaforma che recupera alcuni dei temi storici della sinistra: tutela del lavoro, lotta alla liberalizzazione dei capitali e alla concorrenza salariale al ribasso, soprattutto da parte degli stranieri. Un nazionalismo tradizionale per alcuni tratti antistorico nelle modalità di “dialogo” con la realtà multilaterale e internazionalistica in cui, per forza di cose oramai (e per fortuna!), viviamo l’era contemporanea. Un isolazionismo che piace tanto e sempre di più a chi vuole tornare più forte e più padrone di se stesso. Una retorica che non viene difficile accostare a periodi più oscuri della nostra storia.

Il Front National, il partito di estrema destra francese, ha fatto strage di cuori anche nelle rosse rossissime fabbriche francesi. Ma alla fine ai cugini d’Oltralpe è toccato Emmanuel Macron, l’indipendente che l’ha fatta all’estrema destra, al centrodestra di Fillon travolto dagli scandali, e alla supersinistra, con una ricetta di europeismo e affidabilità. Insomma, un velato (neanche tanto) centrismo che è piaciuto al ballottaggio rispetto alla Le Pen, l’ipotesi nefasta di un estremismo nel cuore economico e politico dell’Ue.

Ma in diversi paesi la base dei sostenitori dei partiti socialdemocratici ha chiesto un ritorno al passato, alla radice sociale dei partiti di sinistra. Sono pochi i casi in cui si registra il successo di una sinistra riformata per le necessità del tempo in cui viviamo: le vittorie rilevanti sono quella in Spagna di Podemos, di sinistra populista, e in Grecia, Syriza, di sinistra radicale. Ma quando queste forze vanno al potere, spesso i loro programmi radicali si dimostrano impossibili da realizzare. Syriza, per esempio, è stata costretta ad accettare le misure di austerità imposte dai suoi creditori. François Hollande, il socialista che “doveva cambiare le cose nel verso progressista” ha avuto una storia simile: la promessa di una nuova aliquota del 75 per cento per i più ricchi, è stata rimangiata e lo spostamento necessario verso il centro dell’asse del suo governo, ha portato alla liberalizzazione delle leggi sul lavoro che hanno causato mesi di proteste in tutta la Francia. Sappiamo dove è finito l’ex presidente francese.

C’è da capire se la sinistra ha un futuro nel mondo, o se la globalizzazione si è mangiata pure la possibilità di una speranza socialista. Un tema su cui soffermarsi per ripensare il paradigma utile a intercettare le giuste domande politiche a discapito di quel tessuto finanziario di cui la sinistra si è resa troppo spesso servitrice senza elettorato.