Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi

(David Foster Wallace)

È una storia fatta di colori e immagini, e movimento sullo schermo. E suoni. Soprattutto quelli. Risate, parole, versi, sussurri, urla, pianti, frasi di conforto e perdono. Alla fine, poi, scompare tutto, e resta solo l’eco  di quello che hai perso, che infesta gli angoli più insospettabili di ogni ricordo.  Quell’eco che, sia reale oppure immaginaria, ti tieni stretta. La tieni stretta per coprire i suoni che emetti da solo, sgraziati e tristi, adesso, perché manca la controparte necessaria a formare un’assonanza. Manca la voce che dava un significato all’accompagnamento strumentale.

Peggio ancora, la tieni stretta perché ti rendi conto che a farsi spazio nelle tue orecchie, che tieni tappate perché l’eco non ne esca, arriva il silenzio.

E per quanto riguarda la componente visiva? Il colore? Cosa resta sullo schermo quando la pellicola è terminata?

Secondo Eddie Vedder, a farla da padrone alla fine delle emozioni è l’onnipresente, soffocante nero.

Ascoltando Bon Iver, però, potresti farti un’idea diversa. Potresti pensare che, dopotutto, il colore della storia giunta al suo termine, dei suoni in fading come in un vecchio brano rock anni ’60, il colore del silenzio, sia il bianco.

È un bianco particolare, comunque. Ha le sue sfumature. Il bianco di una baita isolata nei monti del Wisconsin, il bianco di una neve che possa portare pace, sollievo ed ispirazione; il bianco di un inverno che, si spera, possa risultare gentile. E se l’amore, nel ricordo, conserva un tiepido ma lieve color amaranto, bastano una piuma (bianca) che galleggia in un ruscello e una luna pallida in un cielo statico come un grembo materno, a riportare tutto alla propria (ir)realtà.

Queste sono le premesse iniziali di For Emma, Forever Ago, album che con pazienza e cura (e un pizzico di fortuna mediatica) ha pian piano consacrato il cantautore statunitense Justin Vernon, per l’occasione ribattezzatosi Bon Iver. Un buon inverno (e un cattivo francese), che lavi la tristezza e aiuti a scacciare la solitudine di un ragazzo allontanato(si) dagli amici e col cuore spezzato. La neve che ingigantisce un silenzio già immenso, ma che dà anche la forza di creare qualcosa che sovrasti questo silenzio.

 “Ho venduto il mio freddo nodo, il mio fardello. Ho venduto il mio cavallo rosso per una casa di fortuna

(Lump Sum)

Ma un silenzio del genere non sempre si può riempire da soli. E allora torna in gioco l’eco. Una voce che continui a sentire, con la quale puoi improvvisare un dialogo, o riportare alla mente una conversazione già avvenuta. For Emma, title track dell’album, nasconde dietro un incedere scanzonato, quasi spensierato, un tête-à-tête nostalgico dai toni onirici, a tratti metafisici.

 “-Va’, trova un altro amore da portare… da lasciare in sospeso.

   -Nonostante tutte le tue bugie, sei adorabile.

   -Ho fatto un giro nella luce, attraverso così tante strade straniere… per Emma, un’eternità fa.

(For Emma)

A quasi duecento anni di distanza, sembra la rappresentazione in musica dei famosi dialoghi di Edgar Allan Poe, che lo scrittore di Baltimora inscenò per sentirsi di nuovo unito alla sua platonica amante perduta, Elena Stannard. La morte, la forza che più di ogni altra può dividere due amanti, è superata dall’immaginazione poetica, incoraggiata dalla metafisica platonica, unica ancora di salvezza contro una nostalgia insostenibile.

 “MONOS  Non parlare, qui, di quelle pene, mia diletta Una, mia ora e per sempre!

   UNA  Ma la memoria del dolore passato – non è forse la nostra gioia presente?

(Edgar Allan Poe, Colloquio di Monos e Una)

Finito il dialogo, torna il silenzio. Tornato il silenzio, si ripresenta la nostalgia, il dolore. La solitudine, che spesso è sinonimo di fragilità, che si tratti di fragilità individuale o di un legame. Torna il freddo.

  “Quanto siamo fragili. Non è vero? Tutti noi su questa terra.

(Don DeLillo, Zero K)

Questo freddo mi riporta all’ultima fatica letteraria di uno dei grandi della letteratura americana contemporenea: Don DeLillo, col suo romanzo fresco fresco di stampa, Zero K. L’amore di un vecchio nei confronti della sua nuova moglie malata terminale lo spinge ad abbracciare una nuova fede scientifico-religiosa, ad entrare a far parte di una setta che crede nella crioconservazione di corpo e coscienza, fino al giorno in cui arriverà un nuovo mondo, in grado non solo di curare ogni male, di curare la morte, ma anche di formare una nuova società. Così, benché il tema più grande del romanzo sia il controverso rapporto dell’uomo con la grande trinità fede-scienza-morte, a colpire da un punto di vista più intimo è l’attaccamento di un vecchio all’ombra della moglie; la sua incapacità di dirle addio, la sua paura a seguirla in un percorso di cui non si sa la fine. E, ancora, come il silenzio da lei lasciato sia insopportabile.

-Tu sai perché siamo qui?

 -Mi hai detto che l’ultima volta sei venuto qui con Artis.

 -E lei è per sempre parte di quello di cui stiamo discutendo ora.

 -Mi pare troppo presto.

 -Non penso ad altro, – ha detto lui.

 Non pensa ad altro. Artis nella camera. Anch’io penso a lei, ogni tanto, rasata e nuda, in piedi e in attesa. Lei lo sa che sta aspettando? È in lista d’attesa? O è semplicemente morta, al di là anche del minimo fremito d’autoconsapevolezza?

(Zero K)

Ho detto al mio amore di distruggere ogni cosa, di tagliare le corde e farmi cadere. Oh mio dio, proprio ora che avevo trovato il giusto equilibrio…

(Skinny Love)

E il silenzio è il tema di un’altra opera che appartiene ad una serie che mi è molto cara. Il numero 362 di Dylan Dog vede la firma, dopo tanto, tanto tempo, del suo creatore: Tiziano Sclavi. Una copertina spoglia, completamente bianca, e un titolo che è un nomen omen dell’opera: Dopo un lungo silenzio.

Silenzio appena interrotto da Sclavi, che per la prima volta da anni scrive una sceneggiatura inedita per la sua creatura più famosa, l’Indagatore dell’incubo. Ed è colma di silenzio anche la storia che leggiamo: un uomo distrutto dal dolore e dall’alcol, che riempie l’abisso della propria esistenza con il fantasma della moglie scomparsa; uno spettro che non si può evocare con sedute spiritiche o individuare con dei macchinari, ma che si lascia percepire tramite il desolante vuoto che lascia.

 

 

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 “Quello che potrei aver perso…

(Bon Iver, The Wolves (Act I and II))

La speranza in un lieto fine assume forme diverse. Per Poe prende vie metafisiche, per DeLillo scientifiche. Per Sclavi si tratta di una quieta rassegnazione. Il lieto fine per Justin Vernon prevede l’accettazione, certo. Ma, alla fine di questo buon inverno, alla fine dell’introspezione, il freddo e il silenzio, i ricordi, l’ululato dei lupi, l’esser messo alle strette, potrebbero avere forgiato un uomo più forte. Capace di farsi carico del proprio fardello e di colorare il bianco.

 “Questo non è il suono di un uomo nuovo, o di una fragile consapevolezza. È il suono di un’apertura, dell’alleggerirsi dai pesi. Il tuo amore sarà al sicuro con me.”

 (re : stacks)

Nicola De Zorzi