Sentite un po’: vent’anni dopo l’attacco che le ha rase al suolo, le Torri Gemelle rispuntano come per magia. Intatte, gigantesche, spettrali. Dal nulla. Dal nulla e nel nulla. Perché non riappaiono dove una volta si trovava il World Trade Center, nel Lower Manhattan. Sbucano nelle Badlands, nel South Dakota. E sentite anche questa: pare siano deserte, completamente disabitate. Se non fosse per un unico inquilino – chiamiamolo così – che non sa neppure perché si trovi lì. E quell’inquilino altri non è che il fratello nato morto di Elvis Presley, Jesse. Solo che viene da un – cosa? – universo, realtà alternativa?, in cui è lui, Jesse, il gemello sopravvissuto, e il vuoto lasciato da Elvis ha delle conseguenze… particolari? Va da sé che le redivive – ma sarà davvero così? – Torri non passano inosservate. Si creano un bel pubblico. In mezzo al quale ci interessano in particolar modo due fratelli, Zema e Parker, e la playlist che si portano dietro, eredità del padre deceduto. Poi succede che le torri appaiono e scompaiono, o forse restano sempre lì ma qualcuno riesce a vederle e qualcun altro no, e risuonano di musica: una canzone diversa per chiunque.

Detta così è parecchio delirante, ma questa è, a grandi linee ed evitando spiacevoli spoiler, la sinossi di Shadowbahn, l’ultimo romanzo di Steve Erickson, edito in Italia da Il Saggiatore. Ma dato che la parola “delirante” non si addice particolarmente (sorprendentemente) al romanzo in questione, sarà il caso che provi a spiegarmi bene.

Ritrovandosi tra le mani un libro del genere, con una trama del genere, uno avrebbe anche il diritto di essere diffidente. Non tanto per il tema trattato, che potrà di sicuro essere sconveniente per qualcuno e chissenefrega, che può suonare un po’ come un facile bait (e già questo mi andrebbe meno a genio); quanto per la difficoltà di trattare un argomento simile: non senza essere sconvenienti, non senza essere offensivi (ancora una volta, chissenefrega), ma senza essere ridicoli. Magari senza scadere in quel trash tra il volontario e l’involontario che è uno strumento da quattro soldi fin troppo facile da mascherare con la parola “ironia”. Se mai mi fossi immaginato una storia del genere – e ne dubito – mi sarei immaginato a scriverla, forse, Kurt Vonnegut, con la sua ironia grottesca e disperata. O Donald Barthelme, che ha un’ironia diversa, più surreale, a volte tenera, a volte caustica. O magari quel genio della satira contemporanea che è Paul Beatty. Resta il fatto che mandare avanti un romanzo come questo senza questa parola magica, ironia, sarebbe molto, molto difficile. Mi sa che sarebbe stato molto difficile mandarlo avanti in qualunque modo, comunque.

Fatto sta che mi sono ritrovato a leggere qualcosa di sostanzialmente – e non spiacevolmente – diverso da quello che mi aspettavo. L’atmosfera che Erickson infonde al romanzo ricorda più quella vagamente asettica e sognante del De Lillo di Zero K, che quella caustica ed energica del Beatty de Lo Schiavista (paragone preconcetto mentale che mi ero creato mio malgrado prima ancora di iniziare il romanzo). I capitoli sono minimali, spesso poco più che lunghi paragrafi (un po’ alla Biancaneve di Barthelme, per intenderci); la narrazione corale e frammentata, con continui sbalzi di protagonisti, punti di vista e linee temporali, mette il lettore di fronte ad una serie di tasselli da ricostruire; presto le Torri passano in secondo piano, usurpate da un altro protagonista, sempre più ingombrante: la musica.

Il romanzo è accompagnato, forse costituito, da una colossale playlist, costruita dal padre di Zema e Parker – forse alter-ego dello scrittore – e incarnazione dell’intera identità culturale degli Stati Uniti. Nella realtà di Erickson, una realtà nella quale la canzone americana è stata completamente cancellata, risalta come, per l’autore, l’ancora giovane identità statunitense si rifletta soprattutto nel suo pantheon di miti, anche quelli apparentemente più patinati e frivoli. Il fatto che a sopravvivere sia stato il Presley “sbagliato” si riallaccia ad una serie di altri eventi da realtà alternative (Kennedy non ha mai vinto alle presidenziali, i Beatles non hanno mai sbancato) e sfocia in un’America privata della sua canzone e, di conseguenza della sua identità; i personaggi che ci siamo abituati a vedere sulle copertine dei giornali e riecheggiare in Internet vagano come ombre di se stessi nelle strade di New York. I rimandi a questi personaggi (Kennedy e Lennon, Lester Bangs e Sufi Abdul Hamid, e decine e decine di musicisti) restano a propria volta oscurati, anonimi. Appunto, nell’ombra. Parola non casuale. La stessa Shadowbahn del titolo,  l’interstatale “segreta” che taglia le Badlands, richiama il motivo ricorrente di Jesse Presley che vive nell’ombra del fratello mai nato, delle Torri intatte ma deserte, delle radio che non trasmettono più musica.

Nicola De Zorzi