Away è l’ultimo lavoro (uscito a settembre 2016 per Jagjaguwar) degli Okkervil River. Come al solito, oggi, cercheremo di raccontarvelo con semplicità ed immediatezza. Ecco a voi i 5 punti che seguiremo per farlo:

Chi sono gli Okkervil River?
Il disco
Il disco: tracce migliori
Vale la pena ascoltarlo?
Conclusioni

CHI SONO GLI OKKERVIL RIVER?

Nati nel 1998 a Austin in Texas, gli Okkervil River sono un gruppo indie rock che risente della forte influenza della musica folk e country. Guidati dal loro fondatore e frontman, Will Sheff, sono giunti alla loro ottava fatica, riuscendo negli anni a mantenere costante il livello di qualità ed innovazione. L’atipico nome deriva da un racconto di Tatyana Tolstoja (sì, è parente di un certo Lev) ambientato presso l’omonimo fiume a San Pietroburgo.
Dopo aver iniziato come un trio di amici, nel corso degli anni i membri sono cambiati più volte, per motivi familiari e lavorativi, fino alla formazione attuale, il cui unico membro stabile è proprio Will Sheff.
In seguito alla pubblicazione del loro primo album (Stars Too Small To Use) registrato in un garage hanno firmato per la Jagjaguwar, una delle etichette più importanti nel panorama indie.
Inoltre nel 1999 Johnatan Meiburg e Will Sheff fondarono un’altra band (Shearwater) per pubblicare una serie di canzoni dall’atmosfera più rilassata su cui stavano lavorando all’epoca, anche se Sheff lasciò il gruppo poco dopo per dedicarsi completamente al progetto Okkervil River.

IL DISCO

Con Away forse non è più il caso di parlare degli Okkervil River come di un gruppo. Will Sheff è rimasto solo e per l’occasione si è avvalso di diversi musicisti presi dai generi più disparati: jazz, folk, musica classica. E già in questo abbiamo la prima nota positiva del disco che grazie proprio alla contaminazione riesce (in parte) a non cadere in una facile ed insidiosa ripetitività. Dicevamo in parte, perchè se da un lato questi elementi creano quella novità che mantiene alta la soglia dell’attenzione e del piacere – perchè dobbiamo dirlo è un disco veramente piacevole da ascoltare – dall’altro questa stessa novità alla lunga risulta abbastanza monotona. Probabilmente proprio per questo motivo si percepisce una netta differenza tra la prima e la seconda metà del disco che riesce a risollevarsi solo nell’ottimo pezzo conclusivo.
Il secondo valore aggiunto dell’album sono le liriche. Ora malinconiche, ora più ironiche, ma sempre dotate di una vena poetica da ricondursi all’amore della letteratura americana per la quotidianità, colta anche nei suoi gesti più semplici. Ed è possibile notare quest’accostamento tra tematiche personali e dolorose, come la morte del nonno, il passare degli anni e l’attesa dell’amore e situazioni e cose più banali ma in ogni caso congeniali nel far passare quelle sensazioni di disorientamento e di tristezza provate da Sheff. Lo spunto viene sempre dal suo poco fortunato periodo iniziato dopo la realizzazione di The Silver Gymnasium (2013) e definito dal musicista in persona come “a confusing time of transition in my personal and professional life”.
L’unica pecca che possiamo evidenziare è la durata di alcuni brani, tirati a volte un po’ troppo per le lunghe.

IL DISCO: TRACCE MIGLIORI

I momenti più felici, musicalmente parlando, di Away sono concentrati nella prima metà del disco, in cui abbiamo l’idilliaco folk rock di “The Industry” che parla del giovanile senso di stacco nei confronti del mondo trasformatosi poi in qualcosa di più personale ed indefinito (“I thought that it was us against the world / But now it’s me against something so big and abstract / That I can’t tell what it is”).
“Call Yourself Renee” è uno splendido storytelling sul ricordo di un’indefinita ragazza, in cui il folk si incontra con un pianoforte delicato ed archi soavi per poi gradualmente approdare verso lidi jazz.
Il tema del lutto del nonno diviene centrale nell’umbratile “Comes Indiana Through The Smoke” accompagnata da una chitarra scarna. Il titolo deriva dall’ USS Indiana, nave da guerra su cui il nonno combattè la II Guerra Mondiale, ora immaginata di ritorno per traghettare il parente defunto verso l’ultimo, mortale viaggio.
La medesima tematica viene ripresa nella bellissima elegia di “Okkervil River R.I.P.” pur venendo affrontata con maggior leggerezza. In particolare il brano vuole porre l’accento sul tempo, che imperterrito passa, portandosi via cari, amici e anni che non torneranno più. Il tutto in un’atmosfera malinconica ma non per questo priva di slanci colmi di speranza.
“Days Spent Floating (In The Halfbetween)” è la perfetta chiusura del disco grazie ai suoi spunti lounge.

VALE LA PENA ASCOLTARLO?

Posto che stiamo parlando di un disco di ottima fattura, sarebbe interessante ascoltarlo per vedere le varie contaminazioni che possono coesistere (dando ottimi risultati) con un genere dalla lunga tradizione come il folk.
Un disco perfetto per settembre, mese votato alla nostalgia e alla ripresa frenetica della vita, per la sua capacità di dispensare sorrisi, malinconici, ma pur sempre sorrisi.

CONCLUSIONI

Away arriva in un momento delicato della vita di Will Sheff e appunto per questo porta con sè gli umori e le speranze di un animo provato e sensibile. Forse per questo motivo risulta in qualche modo manchevole di qualcosa, quel qualcosa che lo avrebbe potuto far diventare un gran disco. Ma Sheff, almeno per ora, non ha questa pretesa e riesce comunque a regalarci un altro ottimo tassello in questo ricco 2016.
Un disco di passaggio in attesa di tempi migliori: “A death story for a part of my life that had, buried inside of it, a path I could follow that might let me go somewhere new.”
E il percorso sembra essere quello giusto.

Filippo Greggi