Un viaggio nelle profondità dell’animo umano, dell’animo di Nick Cave. Ecco la chiave di lettura per interpretare Skeleton Tree e forse ogni altra opera di quest’artista. Ma c’è un ma. Nel mezzo del viaggio il ragazzo si è fatto uomo e l’uomo si è fatto padre, e nel suo essere padre ha subito il dolore più grande che in quanto tale potesse subire, la perdita di un figlio. E questo disco, nel suo esito e nel suo sviluppo, è frutto di questa perdita. Meno forse nel suo concepimento, avvenuto a fatti non ancora accaduti.

Non bisogna, tuttavia, considerare l’opera suddetta un’elegia funebre, un compianto monotematico. Come dicevamo il viaggio interiore continua tra fantasmi del passato, ricordi soffocanti e domande prive di responso. Si cerca una via d’uscita, un’alternativa, una redenzione desiderata ormai da lungo tempo. Le strade sono tante, possibili, eppure mai veramente esaustive. Dio in primis, ora più che mai lontano o forse semplicemente assente. È a lui che il Re Inchiostro rivolge le sue riserve nell’iniziale e dal titolo emblematico “Jesus Alone”: “You believe in God, but you get no special dispensation for this belief now […] You’re a distant memory in the mind of your creator, don’t you see?”. Sono pensieri impregnati di nichilismo ma al contempo scontati per un uomo in una condizione simile. Semplici considerazioni eppure universali, come vuole dirci il “tu” a cui si riferisce Cave: potrebbe essere lui, potrebbe essere il figlio, potrebbe essere ognuno di noi.
Il clima del brano è altrettanto cupo ed è costruito su palpiti drone, acuti elettronici e brevi climax di archi a dare quel senso di vertigine che si prova quando ci si affaccia nell’abisso dell’esistenza umana. Il canto mesto di un Cave vate ci accompagna in quest’immersione. Non ci è data tregua. Essa sembra solo profilarsi nel ritornello in cui canta “With my voice / I am calling you”. Il ricordo del figlio l’illusione del ricongiungimento creano per un solo istante un’apparente speranza subito soffocata dall’incedere ansiogeno del brano.

L’oscurità prosegue in “Magneto” che presenta contemporaneamente ingredienti diversi come un piano delicato, synth glaciali, intermezzi drone e sul finire anche semplici accordi di chitarra creando nel complesso un effetto straniante. Il tutto è retto dalla voce di Cave, provata da un passato avvelenato dalla tossicodipendenza (“My blood was full of gags and other people’s diseases”).

Pur presentando pochi e semplici elementi, l’innovazione del disco è notevole grazie all’utilizzo di soluzioni atipiche rispetto al classico repertorio del cantante australiano come sintetizzatori, drum machines, loops (esemplare il trip-hop etereo di “Rings Of Saturn”) ma anche nella struttura dei brani che spesso e volentieri non seguono la tradizionale forma strofa-ritornello. Importante, inoltre, l’utilizzo di un pianoforte scarno e delicato, sempre in disparte ma vitale nell’alleggerire il climo sinistro del disco.
Un’innovazione non rivoluzionaria ma studiata e giostrata con eleganza senza sconfinare nello stravolgimento e nello snaturamento delle peculiarità che hanno caratterizzato la sua carriera. Gran parte del merito va ai compagni di Cave, uno su tutti il factotum Warren Ellis.

Sono ancora presenti, dunque, ballate stupende e struggenti come “Girl In Amber” e “I Need You”. La prima, dolce ed intima, si configura come una consolazione, probabilmente rivolta all’artista stesso, un invito a lasciare che il dolore laceri e faccia il suo corso temprando (“And if you want to bleed, just bleed”). Un passaggio obbligato ed estremamente personale che niente e nessuno potrà alleviare, come ci ricorda nel finale con voce tremolante (“Don’t touch me”). La seconda rappresenta il momento di più esplicito riferimento e sfogo per il recente lutto: synth ambient accompagnano una batteria singhiozzante e un canto disperato che rasenta la commozione (“Nothing really matters, nothing really matters / When the one you love is gone”). Il testo si struttura su alcune frasi chiave, ripetute più volte, sintomo di un’urgenza espressiva sciolta da ogni pretesa poetica, elevandosi, per assurdo, a tale altezza proprio grazie a ciò.
Possiamo estendere il discorso al resto delle liriche, più studiate ed oscure, spesso prive di espliciti riferimenti al figlio Arthur, ma in ogni caso vere e proprie poesie in musica.
La penna del Re Inchiostro non è mai stata tanto incisiva e toccante.

Skeleton Tree è un disco essenziale, perchè traduce in musica il tentativo di Nick Cave di arrivare al midollo della propria esistenza, del proprio animo. A tale scopo è necessario spogliarsi di ogni superficialità, virtuosismo e oggetto accessorio. Come chi sta per partire per un lungo viaggio da cui sa che forse non tornerà più indietro.
I brani sono rivestiti di questa consapevolezza, primitiva e vitale, e ognuno nella sua diversità riesce nel creare un’opera sublime, in bilico tra un dolore viscerale e un desiderio di redenzione metafisico.

Nel finale del disco la catarsi arriva a compimento. Il Re Inchiostro raccoglie i frutti della propria tensione esistenziale aprendo nuovi spiragli di luce. Difatti nella meravigliosa “Distant Sky”, in cui è presente il canto soave della soprano danese Else Torp, Nick, maturo di un’ulteriore presa di coscienza, si libera delle illusioni che animano ogni uomo cantando “They told us our dreams would outlive us / They told us our gods would outlive us / But they lied”. E così nel conclusivo ambient-folk di “Skeleton Tree” dove per un attimo si respira un briciolo di serenità, continua “I called out, I called out right across the sea / But the echo comes back empty”.
La tragica accettazione dell’insensatezza della sorte e della vita umana.

Skeleton Tree è la conclusione di un periodo sofferto, un punto all’estenuante percorso di purificazione di Nick Cave, ma anche un saluto, silente e commosso, al giovane figlio scomparso come suggeriscono titolo e copertina, che tanto ricorda un elettrocardiogramma ormai vuoto e spento.
Otto brani oscuri ed estatici, all’interno dei meandri più reconditi dell’animo di un artista totale. Il dolore è elevato ad arte all’ennesima potenza, grazie all’umiltà di chi, a quasi sessant’anni, trova ancora la forza di lasciarsi andare e di condividere un dolore troppo grande, senza scadere nell’autocommiserazione, regalando al mondo un album di rara profondità e bellezza. Una sventura, che ha spinto ancora più a fondo l’anelito di redenzione di Cave. Una redenzione cercata, sofferta e forse finalmente raggiunta a caro prezzo.
Un’amara soddisfazione.

“Nothing is for free

And it’s all right now”

 

Filippo Greggi