L’ORA DEL TRAMONTO

A quanto pare sembra essere giunti al tramonto. Non di una carriera, certo, quella di Tycho che conta ora appena il suo terzo disco, ma bensì di una storia fatta di momenti, raccontata anche attraverso le copertine dei suoi album che rappresentavano a quanto pare l’alba (Dive), il mezzodì (Awake) e ora appunto il tramonto con Epoch. Intepretazione non dichiarata ufficialmente, ma pare essere la soluzione al rebus a cui Tycho ci ha sottoposti fino ad oggi. Dicevamo del tramonto, e del bagaglio che si porta dietro, fatto di esperienze, istanti, gli stessi che Tycho cerca di cogliere con quest’ultimo lavoro. Che poi, è dal primo disco che il nostro Scott Hansen cerca di apprendere a pieno i significati di questi momenti e di farne una trasposizione, magari da assaporare durante un viaggio o in un attimo di semplice contemplazione dove siamo impegnati a perderci ed immergerci nelle nostre elucubrazioni.

SQUADRA CHE VINCE NON SI CAMBIA

A questo punto però pare chiudersi un cerchio, ed Epoch è la raccolta di tutte le sensazioni, percezioni e sfumature a cui Tycho ci ha abituato negli ultimi anni. Quest’ultimo lavoro di Hansen risulta probabilmente la produzione più complessa da lui concepita, composta da momenti caldi, cupi, densi e lontani dalla concezione dei dischi precedenti. La linea stilistica rimane coerente con tutto lo svolgersi della triade, forse anche troppo. Se considerato Tycho su questo aspetto rimane decisamente legato ai sentieri da sempre seguiti. Squadra che vince non si cambia? Ciò che realmente fa la differenza questa volta, è il fatto che Scott Hansen riesce a inquadrare esattamente i punti dove toccare. Con fare disinvolto ed elegante, riesce a proporre cambi di umore ad ogni pezzo, con tutte le tonalità del caso a prendere il sopravvento sulle percezioni. Questa si potrebbe definire come una sua personale teoria dei colori, costruita su un sentore ultraterreno, altre volte marino, altre ancora plastico, creando un connubio che all’apparenza sembra impossibile o di difficile costruzione, ma che Hansen riesce a far coniugare alla perfezione. “Horizon” è il primo segnale dell’articolata strada intrapresa da Tycho, mostrando subito tutte le gradazioni e le nuance che sono state messe sul tavolo, con il solito tandem basso-batteria a farla da padrone. Tutto un crescendo che poi arriva a “Slack”, pezzo sfavillante e folgorante, quasi al pari di “Epoch”, dove tutto si anima, prendendo forma e vita, risultando il brano più “vivo” mai pensato da Hansen, come se all’interno fossero contenute tutte le sensazioni più frenetiche e palpitanti da lui mai avvertite. L’album è costellato anche da momenti riflessivi, meno lucenti, e decisamente intricati. “Receiver” si rifà proprio a quelle sensazioni “marine” prima accennate, con uno sguardo profondo, penetrante e ovattato. “Division” è un tuffo nell’ultimo mantello di luce prima che cali il buio, il saluto al tramonto che scende lentamente fino all’oscurità. “Source” è il pezzo ombrato del disco, con un velo di suoni timidamente calendoscopici, i quali calano vorticosamente in basso. Basso e batteria sempre a dirigere i giochi, come da arbitri parziali pienamente proprietari del tutto. In “Local” viene anche fuori anche un po’ di chitarra, che da improvvisamente da colore alla piega cupa che aveva preso il disco. Scorrono i titoli di coda con “Field”, dal sapore post-rock e probabilmente uno dei pezzi più belli dell’album. Un arpeggio quasi da ballad dalle trame fredde, che fa venire giù il finale, e anche, letteralmente il buio. Forse l’annuncio di un nuovo giorno e di una nuova prospettiva sonora a cui ci apre Hansen.

CONCLUSIONI

Epoch di Tycho, come avevamo già accennato, non si è fatto portatore di immense novità sul piano stilistico, riassumendo tutte quelle che sono state le sonorità degli ultimi due album. La crescita è però evidente, e la chiusura della trilogia ha forse portato su nuove strade Tycho, che probabilmente voleva ancora parlarci di quei momenti e di quelle sensazioni, e di certo non poteva mancare il tramonto. Non emergono però le grosse novità che ormai ci aspettava dal terzo disco, rendendo questo lavoro sì, toccante (Tycho sa benissimo i punti dove toccare) ma con un modus operandi ridondante. Hansen passa la prova facendoci come al solito commuovere, e gliela abbiamo sempre data vinta per questo. Undici brani tutti diversi, e undici percezioni tutte diverse fra loro, trasformando questo disco come in un sentimento che non ha un nome preciso, uno di quelli che puoi raccontare solo tramite sensazioni.