Ty Segall ha scelto di dare il proprio nome al suo nono album, di nuovo, nove anni dopo il debutto nell’ormai lontano 2008. Per chi non lo sapesse, Ty Farrett Segall è affetto dal morbo della prolificità tipico di certe band anni ’60 e che trova riscontro in alcuni suoi contemporanei – non ultimo il suo grande amico John Dwyer dei Thee Oh Sees. Per questo lavoro pubblicato per Drag City, il ventinovenne californiano ha riunito attorno a sé un gruppetto di collaboratori niente male: Mikal Cronin al basso, Charles Moothart alla batteria, Emmett Kelly alla chitarra e Ben Boye al piano. Boye a parte, gli altri facevano già parte dei The Muggers, dalle cui ceneri è nata appunto la Freedom Band. Potrebbe sembrare un aspetto marginale (e tutt’altro che inedito per lui), ma mai come questa volta il fatto di avere una band d’accompagnamento in fase di registrazione è stato determinante nel dare una decisa connotazione ‘live’ al disco. Steve Albini in veste di producer è la perfetta chiusura del cerchio dentro il quale intrappolare un sound più melodico ed in generale meno aggressivo rispetto alle ultime uscite.

Una delle prime cose che appare evidente è che le amatissime sovraincisioni hanno lasciato il posto al suono dal vivo che solo ‘cinque uomini in una stanza’ possono dare. Ty Segall è trasparente, un flusso chiaro e genuino lontano dall’autoindulgenza di Emotional Mugger e della sua complessità concettuale. Già dall’iniziale e corrosiva Break A Guitar, mastodontico pezzo alla Black Sabbath, si avverte questa connessione diretta che Segall vuole avere con l’ascoltatore, come a volersi presentare una seconda volta al pubblico per quello che è e per ciò che sa fare. Più avanti nell’album, tracce come The Only One – mid-tempo dall’incedere lento e solenne, molto lennoniano nella voce – e la sua controparte selvaggia ed infuocata Thank You Mr. K implementano una sorta di ritorno all’essenza garage del nostro, articolata però attraverso strutture accattivanti e mai banali (e pure divertenti: la seconda contiene una pausa già passata alla storia come ‘Segall e Albini che spaccano cose‘).

Poco più di trentasei minuti rendono Ty Segall tremendamente efficace nel veicolare i suoi messaggi. È tanto viscerale quanto penetrante e, nel gioco dei rimandi, è assai più conciso di Manipulator, anche se a differenza di quest’ultimo latita di picchi assoluti. Nonostante ciò contiene uno dei momenti migliori della discografia del nativo di Laguna Beach: anticipato dalla frenetica Freedom – breve episodio semi-acustico – Warm Hands (Freedom Returned) ne è la prosecuzione ideale, il vero fulcro del disco. Lunga suite divisa in più parti, è probabilmente il suo brano più ambizioso ed audace di sempre, riuscendo ad unire glam e qualcosa di folk, proto-metal e garage-punk, in cui la versatilità della voce di Segall si dimostra un valore aggiunto enorme. Alla lineare laboriosità di Warm Hands, altrove l’ex wünderkind californiano contrappone l’episodio forse più catchy, Papers, tre minuti guidati dal pianoforte in pieno stile Kinks, a dimostrazione di come la serialità della produzione non debba per forza inficiare né la qualità né tantomeno la ricerca musicale.

Ed in effetti Ty Segall è in definitiva il frutto di un prezioso equilibrio ritrovato, e forse inedito, fra la parte elettrica e quella acustica (malinconica, che a dire il vero ricorda parecchio le atmosfere di Sleeper) dello spirito dell’autore, tra aspirazione verso un folk più puro e genetica psych-garage à la Twins. Se la ballad sincopata Talkin’ lascia che sia il country a penetrare il folk, Take Care (To Comb Your Hair) dà a questo una tinta maggiormente rock/americana, ma è Orange Color Queen a rappresentare la sintesi perfetta delle due spinte di cui sopra. Canzone d’amore scritta per la sua ragazza Denée Petracek, Orange è un momento d’intimità purissimo, un pop venato di psichedelia in cui ritornano ancora una volta i T-Rex e quella sincerità manifesta accennata prima. Forse è da qui che Ty Segall ricomincerà per il prossimo (siamo quasi certi imminente) lavoro, da una pace interiore raggiunta al fondo di una strada percorsa in piena accelerazione. Perché per alcuni il modo migliore per conoscere se stessi è andare sempre avanti, non fermarsi e tornare da dove si era partiti.