Ci eravamo lasciati otto mesi fa in “questo mondo”, Konoyo, in giapponese, il nome del disco di Tim Hecker uscito a settembre dello scorso anno. Ora ci ritroviamo in “quell’altro mondo”, Anoyo, il nome del nuovo disco di Tim Hecker, registrato, insieme al precedente, con l’aiuto del Tokyo Gakuso, un ensemble di musica Gagaku – la musica classica giapponese – e i loro fiati taglienti, le loro percussioni abissali e le loro melodie così dissonanti per le nostre orecchie occidentali.

Chiariamo subito un paio di cose: Anoyo è certamente un disco minore. 34 minuti meno lavorati, con un’impronta più minimale e con ancora più spazio sonoro lasciato libero da riempire all’ascoltatore. Ma meno rifinito per Tim Hecker significa comunque precisione quasi chirurgica nella costruzione e nella manipolazione dei suoni, e soprattutto in Anoyo un approccio completamente diverso all’arrangiamento, rispetto al fratello maggiore.

Se per Konoyo l’ibridazione fra suoni digitali e suoni analogici era il focus principale, stavolta Hecker si fa produttore più passivo: lo stacco fra le registrazioni con l’ensemble diretto dal musicista giapponese Motonori Miura e le aggiunte digitali di Hecker è più netto, a tratti più dissonante e difficile da digerire. Come i colpi di percussione che in “Into The Void” si stagliano su tappeti ambient più o meno invadenti come frecce scagliate in un cielo azzurro. Anzi multicolore.

E proprio le percussioni, rare nella discografia di Tim Hecker e appena accennate in Konoyo, in alcuni punti, in particolare “Is but a simulated blur” e “Not alone”, prendono il sopravvento e sembra proprio ci trasportino con i loro ritmi ipnotici, ma atemporali, in “quell’altro mondo”, che Hecker a intravisto e cerca di restituirci. Poi c’è spazio anche per l’ambient più classica, che strizza l’occhio a Brian Eno, ma anche alle malinconiche texture dei Boards of Canada, di “Step away from Konoyo” e la sua melodia evanescente.

Tutto ciò è il nucleo di Anoyo, racchiuso da due composizioni più lunghe, “That world” e “You were never”, brani più vicini come densità e intrecci sonori a quelli di Konoyo, che probabilmente non hanno trovato spazio nel mix finale del disco. Qui si ritrova il Tim Hecker manipolatore di Virgins e Love Streams, ma più attento agli spazi fra un suono e l’altro, ai vuoti che si creano nella contrapposizione, ai punti che l’ascoltatore deve riempire senza l’aiuto di molti appigli melodici convenzionali. Finché, proprio in chiusura, Hecker prende le redini, spezza l’incantesimo e chiude quello che possiamo considerare, tenendo conto anche di Konoyo, come un doppio disco, con le galleggianti note di un occidentalissimo Fender Rhodes.

Chiariamo un altro paio di cose: Tim Hecker è entrato, già da qualche anno ormai, senza dubbio dopo Virgins, nell’olimpo di quei musicisti che cercano di raccontare la realtà rallentandone un istante, scolpendo il tempo, direbbe Tarkovskij. Anoyo non è di certo il tassello più importante nel suo percorso, ma sicuramente un avanzamento. Un altro passo in un altro mondo ignoto fatto di ombre e spiriti sfuggenti, l’ennesimo che Hecker cerca di mostrarci nel modo più tangibile possibile con il materiale meno tangibile possibile: le frequenze sonore. Anche stavolta c’è riuscito.