Nella primavera del 1989 sembrava quasi che tutto fosse possibile.

L’europa orientale era nel pieno delle insurrezioni di fine secolo, e così come l’assetto geopolitico continentale anche la musica stava cambiando: era la fine dell’epoca dell’air rock, del glam e della musica barocca che aveva caratterizzato il decennio, piena di elementi pleonastici, satura di brani con soli lunghissimi ed esibizioni quasi fini a se stesse; si iniziava dunque ad uscire dalla vuota mentalità dagli avidi anni ottanta.

In Inghilterra la città che probabilmente fu più colpita dal movimento di unione artistica tra rock psichedelico, alternative, punk e acid house fu Manchester. Band come Joy Division e The Smiths avevano spianato la strada a gruppi con sonorità ben diverse da quelle richieste dal mercato globale portando l’attenzione su artisti di matrice decisamente più underground, che divennero poi il ponte tra la musica inglese di metà anni sessanta e tutto il movimento indie e revival di inizio millennio.

La band che riuscì a sintetizzare meglio lo spirito del momento furono gli Stone Roses.

Il gruppo nacque nel 1983 dall’idea dei due amici d’infanzia Ian Brown (voce) e John Squire (chitarra), che avevano già collaborato e partecipato ad altri progetti in passato, tra cui i The Patrol (band fortemente ispirata ai Clash) e gli English Rose. Dopo un esordio discografico incerto con l’etichetta FM Revolver e una formazione ancora non al massimo delle sue potenzialità il gruppo decide di cambiare bassista e firmare per la Silvertone Records nel 1988.

Con Allen Wren detto “Reni” alla batteria e Gary Mounfield detto “Mani” al basso la band inizia a registrare il tutto esaurito nei live e rilascia il terzo singolo “Elephant Stone”, preannunciando quelle che saranno le caratteristiche del loro vero esordio.

“The stone Roses” viene rilasciato ufficialmente il 2 maggio del 1989, prodotto da John Leckie (che aveva già collaborato come recording engineering con i Pink Floyd e i Beatles), registrato ai Battery Studios di Londra con sessioni anche ai Konk e Rockfield Studios. L’album contiene nella sua prima pubblicazione undici tracce, tutte scritte dalla coppia Brown-Squire, con la copertina disegnata dal chitarrista, visibilmente appassionato dell’arte del dripping di Jackson Pollock. Oltre all’opera d’espressionismo astratto, ad attirare l’attenzione di chi guarda il disco vi sono degli spicchi di limone, i quali simboleggiano le rivolte studentesche di Parigi del ’68, dove i manifestanti mordevano i limoni per cercare di neutralizzare gli effetti dei gas lacrimogeni lanciati dalla polizia.

La band si esibì in vari concerti di alto profilo a sostegno dell’album, di cui uno nel famoso locale notturno The Hacienda di Manchester, centro della scena baggy. Il concerto che gli Stone Roses tennero a Spike Island nel 1990 di fronte a 27.000 fan fu definito la “Woodstock” della baggy generation.

L’album ha come primo brano una delle prime hit del gruppo: “I wanna be adored”.

Il giro di basso che va in crescendo e l’atmosfera sognante data dai chorus della chitarra si uniscono alla voce di Ian Brown che ieraticamente afferma di non aver bisogno di vendere la propria anima e di voler essere adorato (“I don’t have to sell my soul, he’s already in me/ I don’t need to sell my soul he’s already in me/ I wanna be adored”). Il testo si ripete come un mantra per tutta la durata del pezzo e sono presenti anche elementi, dall’effettistica della chitarra e del basso ai riverberi utilizzati per la voce, largamente utilizzati nel genere che stava nascendo in America: il grunge.

Mounfield continua a dare lezioni di riff accattivanti di basso nella seconda traccia: “She bangs the drums”. A differenza della prima canzone questa ha un’atmosfera decisamente più positiva e rilassata, data dalla melodia decisamente più allegra e pop. I cori armonizzati nel ritornello (caratteristica del gruppo sono appunto le armonizzazioni di Allen Wren) annunciano la tendenza del gruppo ad indirizzarsi verso un mood decisamente sixties e coinvolgente.

“Waterfall” costituisce il brano di punta del gruppo, sia per l’hook che ha nel riff iniziale di chitarra, sia per il suo essere diretto e per la sua linea vocale semplice. Il solo di chitarra si tiene a metà tra un tema carico di delay ed un arpeggio. Subito dopo la versione reversed di Waterfall, chiamata “Don’t stop”, ricorda molto gli esperimenti fatti dai Beatles dell’ultimo periodo. Il brano possiede un’autonomia e contiene sovraincisioni vocali fatte da Ian Brown.

Si prosegue con il palm muting della chitarra di Squire con il pezzo “Bye bye badman”: un suono pulito con un phaser usato per addolcire. Il brano parla delle rivolte parigine del ’68 ed è rivolto direttamente alla polizia dal punto di vista di un giovane ragazzo ribelle che si oppone alle riforme del ministro dell’eduzazione Fouchet (“I’m throwing stones at you man/ I want you black and blue and/ I’m gonna make you bleed”) .

Seguono poi “Elizabeth my dear”, ispirata alla ballata tradizionale inglese “Scarborough fair” e brillantemente adattata in chiave acustica, e “(Song for my) Sugar Spun Sister” che possiede una vena decisamente disimpegnata sia nella musica che nel tema del pezzo.

Da qui in poi l’ultima parte di questo LP contiene quattro brani con particolari cambi di intensità dati dalle variazioni nella batteria quasi dance (nonostante i Roses siano forse il gruppo meno dance di tutti quelli della scena Madchester) e a tratti funk: “Shoot you down” e “Made of stone”.

Il filo conduttore di tutti questi pezzi rimane la radice anni sessanta (si noti la somiglianza con gruppi come i Byrds) con un ampio uso di effetti sempre più vicini a quelli di moda nel corso degli anni novanta. L‘album è innovativo sia perchè sarà di riferimento per tutto il britpop e il periodo post-punk, sia perchè in accordo con la tradizione della musica leggera inglese. Purtroppo gli Stone Roses non riuscirono a bissare il successo e la qualità di questo album a causa di problemi legati alla Silvertone Records che non li permise di tornare in studio per cinque anni, facendo quindi sfumare l’opportunità di affermarsi seriamente a livello mondiale, diventando la più grande band della sua epoca.