Don’t touch my pride

They say the glory’s all mine

Don’t test my mouth

They say the truth is my sound

Don’t touch my hair

 

There’s a riot goin’ on: la nuova consapevolezza civile black

C’è una nuova consapevolezza nell’aria che vibra intorno al mondo black. Gli ultimi anni hanno scoperchiato in America un vaso di pandora di tensioni razziali che l’avvento del primo presidente afroamericano sembravano ormai archiviate e consegnate alla storia: così non è stato ed anzi,  la presidenza liberal di Obama verrà ricordata, tra le altre cose, per il clima di guerra civile fredda tra bianchi e neri riesploso negli ultimi anni.

La cultura afro, r’n’b ed hip hop mainstream, dopo decenni di bling bling e donne oggetto ha capito che si può e si deve ritornare ad essere veicolo di ribellione, megafono dei brotha and sista che vivono ai margini per via di discriminazioni, vere o presunte che siano, e contribuire a creare una massa critica nell’opinione pubblica bianca raccontando la realtà di tutti giorni che vivono molti afroamericani. Un disco  fondamentale di questa new wave civile è sicuramente Black Messiah di D’Angelo & The Vanguard: un artista soul che rischiava tra la fine degli anni novanta e i primi anni zero di far parlare più della sua avvenenza e coolness che della sua musica e che sforna invece nel 2014 un album di straordinaria bellezza e ricercatezza, facendo ritornare tutta la comunità black nel ghetto delle proteste di Ferguson ma anche di piazza Tahrir in Egitto, in un dialogo globale tra rivoluzioni mancate. La consapevolezza che le conquiste della comunità afroamericana non erano più da dare per scontate ma erano messe in discussione spinge a recuperare un po’ di quello spirito che animava i Public Enemy o KRS One e, seppure senza toni violenti, fa ritornare in auge quell’attivismo che sembrava perduto, anche alla luce dei recenti fatti di cronaca che coinvolgono gli scontri polizia americana.

Il posto a tavola della famiglia Knowles

Questi spirito ha di recente contagiato persino una come Beyoncé, che più che una artista è una multinazionale con poteri di lobbying: il pregevole album Lemonade, pubblicato a sorpresa quest’anno, è stato una cesura rispetto al passato più frivolo e ha fatto calare la signora Jay Z nella contemporaneità dei movimenti come Black Lives Matter e delle madri afro che piangono i loro figli uccisi negli scontri a fuoco con la polizia. Che poi questa attenzione al sociale sia una ruffianeria dettata da una posa radical chic non possiamo dirlo, ma tant’è: o tempora o mores.

Ho parlato di Beyoncé non a caso, proprio per introdurre la sorella che ormai – e direi giustamente e finalmente – dopo tanta gavetta da mediana fa parlare di sé come artista a tutto tondo, ovvero Solange Knowles, la cui carriera partì dal mainstream sotto l’ombra della sorella e delle Destiny’s Child  e soprattutto sotto la guida ingombrante del padre manager, per poi evolversi verso territori indie, a volte di nicchia e sviluppando in particolare una propensione per il soul e il funk vintage.

Oggi Solange è una artista che ha raggiunto la propria credibilità come dimostra questo A Seat At The Table (pure premiato dalle vendite in America, a dimostrazione del credito acquisito anche tra il pubblico)  autentica prova di maturità dopo il grande successo dell’Ep del 2012,True, che lasciava intravedere la direzione che avrebbe poi percorso l’artista. Il titolo stesso di questo terzo album è una espressione idiomatica che si riferisce alla rappresentanza in un tavolo dove vengono prese delle decisioni che pesano sulla collettività e solitamente si discute di tematiche relative all’uguaglianza.

E proprio come Beyoncé (e qui chiudo con i riferimenti alla parentela) anche lei inserisce nel suo disco senza proclami o comizi lo spirito del proprio tempo, alla ricerca di quel senso di comunità che il mondo afroamericano sembrava aver perso e con un occhio di riguardo sull’essere una donna nera in una America che fatica a tenere a bada le sue contraddizioni.

Non è una posa, Solange sa di quello che parla e lo dimostra con un album corposo, il suo personalissimo There’s A Riot Goin’ On in versione più pop e luminosa rispetto al lavoro capitale di Sly & Family Stone, ma che comunque è ben calato nella attualità dell’America odierna. E così una canzone scritta quattro anni fa e dedicata ai fatti di Ferguson e di Baltimora (dove dei poliziotti uccisero dei giovani afroamericani) apre A Seat At The Table, ma non ci aspettiamo una sferzata di rabbia e cupezza: Rise (questo  il titolo della canzone) è un mantra gentile con un vago ricordo della poesia Still Rise di Maya Angelou  che non aggredisce l’ascoltatore ma entra in punta di piedi, per comunicarci che bisogna essere saldi ed onesti con sé stessi sia nella caduta che nella sconfitta. Questa la cifra stilistica dell’intero album: la rabbia è contenuta nella forma di un soul, r’n’b e funk mai eccessivo, sempre elegante, ricercato e a volte persino soave. Ma siccome questa fatica di Solange, ipse dixit, ha come obiettivo il self empowerment dell’ascoltatore e sempre e comunque di lotta si parla, i temi non cedono alla facile consolazione o a minimizzare la rabbia del popolo afroamericano.

A Family Affair

Tanto è vero che nella maggior parte degli interludi che costellano ASATT  a fare da mattatore è Percy Miller meglio conosciuto come Master P, amico sin dall’infanzia di Solange nonché rapper ed imprenditore che partendo dal basso (come ci racconta in Interlude:No Limits) è riuscito a creare un impero tra musica, abbigliamento ed altro senza cedere a compromessi e, proprio in linea con lo spirito dell’album, tenendo fede a sé stesso (Interlude: The Glory Is In You). La sua presenza è un esempio di emancipazione black (Interlude: For Us By Us) ed emblema di un afroamericano che non si rassegna e persegue i propri obiettivi sino alla fine, ben inserito in un album che vuole spingere la comunità nera a fare altrettanto: credere in sé stessi ed esserne orgogliosi senza dimenticare la propria essenza e da dove si proviene, come spiega la madre di Solange, Tina, in Interlude: Tina Taught Me, in cui stigmatizza le critiche da parte di chi parla di razzismo al contrario da parte dei neri (“ Because you celebrate Black culture does not mean that you don’t like white culture or that you putting it down”). Ma non c’è rosa senza spina, ed infatti Solange, cresciuta in una famiglia che sin da bambina le ha insegnato ad essere fiera della propria cultura, in un altro intermezzo inserisce la testimonianza del padre (Interlude: Dad Was Mad) figura ingombrante e controversa per le sorelle Knowles, che ha dovuto subire episodi di intolleranza e di minacce incombenti (“We lived in the threat of death every day”), sin dall’infanzia, cosa che gli ha provocato una intensa rabbia trascinata per anni .

Ma A Seat At The Table è un album che unisce passione civile, self-empowerment ed impegno politico con un sound r’n’b, soul e funk di abbacinante eleganza, come in Weary, dove Solange si domanda perché devono esserci paletti tra le persone se alla fine siamo tutti uguali, a prescindere dal sesso o dalla razza (”But you know that a king is only a man/ With flesh and bones, he bleeds just like you do”); in Cranes In The Sky (la cui ossatura è prodotta da Raphael Saadiq) gli archi che fanno da bordone ben si sposano al groove della sezione ritmica contribuendo all’eleganza e alla sobria misuratezza del brano, con gli echi dei cori soavi come se fungessero da sollievo e da contraltare al dolore espresso nel testo (“I tried to run it away  Thought then my head be feeling creare /I traveled 70 states /Thought moving round make me feel better”).

E poi il notevole e robusto elettro funk di Don’t You Wait in cui Solange si toglie qualche sassolino dalla Louboutin rivolgendosi a quei critici e quel pubblico che, in seguito alla pubblicazione dell’Ep True, la ritenevano un’artista indie rivolta ormai ad un pubblico bianco e che reprimeva la sua natura afroamericana e le sue radici: una presa di posizione sulla libertà di coscienza di una artista, insomma. Una artista che vuole liberarsi dai limiti altrui imposti alla sua personalità e orgoglio black: nella sinuosa ed elegante Don’t Touch My Hair, altro momento manifesto, che cresce armonizzandosi con i cori e i fiati funk senza esondare dai suoi confini, Solange sublima una microagressione a sfondo razziale occorsole ad un concerto dei Kraftwerk e che diventa l’emblema della difficoltà di un nero ad essere accettato in posti frequentati da bianchi. Come ha dichiarato Solange in una intervista, Don’t Touch My Hair rimanda nel concetto a I Am Not My Hair di India.Arie: la questione dei capelli non è frivola perché riflette sui preconcetti che le persone, soprattutto bianche, hanno nel vedere una donna come lei con i capelli crespi e non lisci, cosa che – pare incredibile – viene guardata ancora oggi come qualcosa di folcloristico e non come espressione della genuina natura di una persona.

Gli aneddoti sulle difficoltà dei neri oggi proseguono in Where Do We Go (con un sample di Bennie and The Jets di Elton John), dove viene raccontato un’altra aggressione a sfondo razziale a danno dei nonni di Solange, in un brano che ricorda la Janet Jackson di Velvet Rope. Altre chicche: la citazione old school rappata da Lil Wayne nella Princiana Mad  (“Now tell ‘em why you mad son/ Cause doing it all ain’t enough”: quel “tell ‘em why you mad” è una frase iconica resa popolare negli anni 90 da vari skits grazie al produttore The Madd Rapper, al secolo Deric “D-Dot” Angelettie, utilizzata anche in un brano di Notorious B.I.G); il beat di ottoni preso da R U Ready dei TNGHT in F.U.B.U.( featuring  The-Dream & BJ the Chicago Kid), inno al potere black ispirato alla linea di abbigliamento rivolta appositamente al mondo afroamericano e in cui Solange chiama a raccolta “All my niggas in the whole wide world  / All my niggas in the whole wide world / Made this song to make it all y’all’s turn / For us, this shit is for us”; l’omaggio nel sound ad Aaliyah e all’r’n’b anni zero (che comprende vagamente anche le prime Destiny’s Child e le TLC) in Borderline (An Ode to Self Care), altra ode alla cura di sé stessi.

Concludono il funk  frizzante di Junie (con la collaborazione di André 3000), la ballad soul Don’t Wish Me Well e quello che forse è l’episodio più trascurabile dell’album, ovvero Scales (con Kelela, sua amica e compagna di tour).

L’ultima parola spetta alla fine a Master P, che chiosa con un messaggio  che vuole imprimere forza e fiducia ad un popolo afroamericano che negli ultimi tempi si sente smarrito:  “Now, we come here as slaves, but we going out as royalty, and able to show that we are truly the chosen ones”. L’epigrafe che meglio descrive A Seat At The Table.