Il 2017 sarà l’anno della terza stagione di Twin Peaks e la musica di Roy Montgomery sembra fatta apposta. Queste atmosfere invernali, così profonde e cupe ti aprono l’anima e ti fanno entrare nell’inconscio proprio come in un film di Lynch.

Roy è un chitarrista neo zelandese di Christchurch, insegna alla Lincoln University e che ci piaccia o no il post rock è nato anche grazie a lui. Negli anni ’80 e ’90 ha lasciato il segno nella musica avant-rock suonando con band come Pin Group, Dadamah e il duo Dissolve. Gli anni 2000 gli ha spesi concentrandosi sulla carriera all’università, tralasciando in parte la musica se non per qualche album sparso tra gli anni (il più recente Grouper e la colonna sonora Music from the Film Hey Badfinger). Non vuole essere definito come un musicista, nella vita ha vissuto talmente tante esperienze che sarebbe un termine limitativo. Ora torna esplorando la musica post rock, post punk e sperimentale a modo suo, concentrandosi sulla chitarra e sul suo uso in questi anni, sul come riuscire a fare qualcosa di nuovo con uno strumento su cui si è fatto davvero di tutto.

RMHQ Headquarters è una raccolta di quattro LP, quasi tre ore di musica di un chitarrista con molta creatività a cui piacciono i Velvet Underground. E fa proprio piacere sentire un progetto così ambizioso, dove la chitarra fa spesso da protagonista. Dimentica la luce del giorno, questi sono album che viaggiano tra il tramonto e l’alba, in luoghi dove andare per perdersi, tra un sentimento e l’altro. Sono album dove Roy prova diverse atmosfere (con intelligenza), si ascoltano bene sia da soli che di seguito e ognuno ha un timbro diverso.

R: Tropic of Anodyne è l’unico disco cantato e ci presenta una voce scura, riflesso di una attitudine malinconica che sparge un po’ ovunque, che si appoggia delicatamente ai suoni eterei delle chitarre. È il capitolo più convincente e sicuramente il più semplice da capire. Degno di nota è il finale di “As The Sun Set”, un assolo che ti apre il cuore facendoti ritrovare i sentimenti ovunque tu gli abbia sepolti, mostrando una sensibilità che pochi musicisti riescono a cogliere. In M: Darknotif Dancehall c’è un po di shoegaze e suoni distorti lo-fi, della neo psichedelica accompagnata da una batteria minimale. È molto emblematico, le atmosfere che si formano sfiorano la malinconia (“10538 overdrive”) e si gettano in un’ allegria innocente (“Slow Heroes”). È un disco che suona molto ruvido, quasi consumato.

Il terzo album, H: Bender, ricorda quasi la colonna sonora di uno spaghetti western rivisto in chiave moderna e sì, ci sarebbe stato bene in The Hatetful Eight. Canzoni come “And Later We Looked Up at the Stars” ti fanno voglia di distenderti tra la neve a guardare il cielo notturno. Q: Transient Global Amnesia è l’ultimo capitolo del progetto, cinque canzoni meditative che culminano nei venti minuti finali di “Wearing Mortality”, dove viene aiutato da Emma Johnston. Poi apri gli occhi e torna giorno.

La musica di Roy Montgomery è una danza ripetitiva come un mantra che trascina in un freddo e lungo inverno. Certamente non è intuitiva, ma è proprio qui il bello, scoprirla un po’ alla volta come una persona misteriosa. È tutto un po’ offuscato e sbiadito, non riesci bene a mettere a fuoco quello che ascolti, ma le melodie che Roy crea hanno della poesia, quasi troppo intima per essere condivisa.