Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Questa celebre citazione di gattopardiana memoria sembra adattarsi perfettamente alla storia dei Real Estate. La band originaria di Ridgewood nel New Jersey arriva al quarto album dopo aver subito l’ennesimo mutamento di formazione, ormai una consuetudine per loro. Dal 2009, anno dell’omonimo debutto, al 2014 del fortunato Atlas, passando per Days nel 2011, i soli Martin Courtney (voce, chitarra) e Alex Bleeker (basso) hanno rappresentato le colonne immutabili della band. Rispetto a tre anni fa, In Mind vede la conferma di Jackson Pollis alla batteria e di Matt Kallman alle tastiere, mentre dalla scorsa primavera il chitarrista principale e membro fondatore Matt Mondanile è stato sostituito da Julian Lynch.

La dipartita di Mondanile – avvenuta non del tutto pacificamente, ma che gli consentirà di dedicarsi al progetto Ducktails – pareva porre una questione cruciale riguardante non tanto la sopravvivenza della band quanto la strada che avrebbe intrapreso e l’eventuale nuovo sound del disco. In aggiunta, per la prima volta i Real Estate abbandonano la costa est per registrare a Los Angeles sotto la supervisione di Cole M. Greif-Neill, già produttore per Beck e Julia Holter. Benché molto sia cambiato, fin da subito Darling vuole far sentire l’ascoltatore a proprio agio, grazie al rodato indie-pop della casa: un gran bel riff ed un altrettanto valido (e orecchiabile) ritornello impreziositi da synth gentili che rimandano alla California delle spiagge e del surf. La sensazione iniziale è quella di un album più estivo che primaverile, un momento rigenerante di pausa delle questioni di tutti i giorni, in ogni caso una sorta di ‘musica per lo spirito’ come confermerà più avanti anche White Light. La continuità col passato diventa elemento imprescindibile soprattutto per Courtney che verso la fine, in Same Sun, cita addirittura la sua Green River. Ora che per forza di cose è maggiormente coinvolto il cantante, rimasto ormai leader indiscusso della band, tiene a sottolineare con forza di esserci sempre stato (“When does one thing ever end, and the next begin? Everyday back then felt like a hyphen”), e che il trauma della separazione è stato assorbito senza troppe conseguenze.

Se ciò è avvenuto, gran parte del merito va ad un songwriting curato e fine, schietto come al solito. In Mind è stato composto per suonare innocente in modo quasi fanciullesco, ed in questo i Real Estate sono stati aiutati dal fatto che Lynch, Bleeker e Courtney siano cresciuti insieme e rimasti sempre amici. Un affiatamento che permette alla distorta Serve The Song di funzionare nonostante sia agrodolce ed estremamente introversa (“The chorus only interrupts, I sing to serve the song”) ma che dà i maggiori dividendi nella beatlesiana Two Arrows, di gran lunga il momento migliore del disco. Una sorta di jam che forse vuol essere la cartina di tornasole di ciò che la band sa fare ora: una partenza indolente ed assonnata dalla tipica lentezza che muta, attraverso fuzz insidiosi, in un isterico finale reiterato che senza troppe scuse cita I Want You (She’s So Heavy). Una naturale trasformazione, che fornisce anche la chiave per comprendere il tema predominante di questo lavoro, ossia la raggiunta maturità.

Se Atlas viveva (e si perdeva) nei conflitti fra adolescenza ed età adulta, qui i cinque si trovano già dall’altra parte del muro, raggiunti ormai i trent’anni fra matrimoni, figli e quant’altro. Anche così si spiegano le scelte classiciste della già citata Two Arrows e di Stained Glass – jangle-pop di stampo Byrds, calmo e riverberato – che oltre ad esaltare il gioco di interazione tre le chitarre conferma l’osservazione attenta e sensibile di Courtney per l’ambiente circostante (“The laughing brook that ran right through this town, slowed to a smile when the mercury went down”). Rispetto alla triste malinconia del suo predecessore, questo LP è famigliare e confortevole, è vero. Tuttavia non manca qua e là un sotteso senso di smarrimento come in Holding Pattern dove il frontman, oggi padre di famiglia che si allontana da casa, è inaspettatamente disorientato (“Was it the rain or a southbound train that woke me up last night?”) e preda, a dir la verità un po’ divertita, di nuovi dubbi e ansie (“What this is, is not real life, at least it isn’t boring”).

La riflessione finale di Saturday sull’andare avanti anche quando ci si sente gli stessi suona parecchio auto-ironica alla luce di un album, il più lungo della loro carriera, in cui i Real Estate latitano di reali ambizioni di cambiamento. Ciò comporta una chiusura in se stessi – nel suono e nelle tematiche – alla lunga eccessiva, che rappresenta il vero difetto di quest’opera. D’altra parte, nonostante l’eccellente produzione, la centralità della figura di Martin Courtney rischia (anche in chiave futura) di cannibalizzare le velleità autoriali degli altri quattro, considerato che se After The Moon e Time non sono memorabili, l’episodio decisamente peggiore è la blanda Diamond Eyes scritta da Bleeker. Però la band del New Jersey non è qui per sconvolgere le nostre vite e i cinque sono abbastanza capaci ed intelligenti per trovare, ogni volta, la formula più efficace per comporre la loro musica migliore. In un genere che latita sanguinosamente di idee e che spesso quando cambia lo fa in peggio, la costanza dei Real Estate è già di per sé un’ottima notizia.