Prima hanno dovuto cambiare nome – nel ventunesimo secolo chiamare una band Viet-Cong a quanto sembra è ancora troppo politicamente scorretto – poi hanno dovuto smarcarsi dall’etichetta di progetto revival post-punk, e in questo il loro nuovo nome non li ha per niente aiutati: Preoccupations, che per una band con le radici nella musica dei Joy Division e dei Bauhaus suona abbastanza banale. Ma nonostante tutto, la band guidata da Matthew Flegel è riuscita a ritagliarsi uno spazio importante nel panorama musicale, soprattutto grazie alla capacità di richiamare atmosfere musicali del passato senza cadere nella trappola dello scimmiottamento. Con il loro nuovo disco, New Material, cercano di fare un altro passo avanti, forti della maturità raggiunta, stavolta verso il pop, riuscendo a metà.

Il suono, gli arrangiamenti e le trovate compositive alla base di New Material sono quelle già collaudate: sezioni ritmiche decise e sporche, chitarre reverberate, frequenze basse che avvolgono il tutto e poi la voce profonda e aggressiva di Matt Flegel. In “Espionage”, brano d’apertura, c’è tutto questo e anche qualcosa in più: un approccio melodico più diretto, che ritroviamo nella seguente “Decompose”. Qui anche i toni elettronici sembrano acustici e le armonie vocali di Flegel ricordano i lavori del Brian Eno di Another Green World. A chiudere il fulminante trio iniziale ci pensa “Disarray”, l’apice più orecchiabile del disco e della carriera dei Preoccupations. L’ipnotico riff di chitarra sembra essere scappato da un brano dai Coldplay per venir risucchiato nel filone New Wave anni ’80; ma al posto dei toni violacei e intermittenti delle piste da ballo ci sono i toni cupi degli incubi di Ian Curtis. Il brano lascia però una sensazione di incompiuto, quasi la band si sia accontentata della forza melodica del riff.

Trying to untangle the map
Everything slips right through your shaking hands
Whether we ask for it or not
To live is to suffer again and again

Oltre che nella produzione sporca e grezza, l’influenza dei giganti del post-punk fa capolino soprattutto nei testi di New Material, criptici e densi di significato allo stesso tempo, sempre in bilico fra la confusione interiore e i tentativi di sbrigliare la matassa dell’esistenza nell’era dell’information overdose, come canta Matt Flegel nella magnetica “Antidote”, tutta basata su un loop di batteria, un po’ come “Atrocity Exhibition” dei Joy Division; peccato si trascini troppo sul finale. Con “Solace”, sesto brano del disco, le pulsazioni aumentano, ma è una parentesi breve, si riscende subito dopo con “Doubt”. Qui la semplicità nell’arrangiamento funziona: una drum machine trascina i timidi pad elettronici in una marcia funerea resa ancora più disperata dalle cupe parole cantate da Flegel:

With doubt we comply
They ask and we supply
The cells divide and multiply
They multiply
The cells divide and multiply

A chiudere il disco c’è un pezzo strumentale, “Compliance”, che emerge da una cassa sintetica e prosegue verso un crescendo di sintetizzatori: una versione sporca e distorta di ”The Big Ship” di Eno, che suona un po’ come la luce in fondo a tunnel, ma la sensazione è che sia ancora molto lontana. Per i Preoccupations invece New Material è allo stesso tempo la fine e l’inizio di un percorso. Matt Flegel e soci sono ormai una band matura, che dopo due buonissimi dischi tenta di uscire dai binari del post-punk. Ora con grandi speranze bisogna aspettare la prossima mossa, sperando però che il treno non deragli.