Moby, nome d’arte del più austero Richard Melville Hall, è tornato e si è trasformato, ancora. A due anni dal rabbioso These System Are Failing, composto insieme al collettivo The Void Pacific Choir, e a meno di uno dal dimenticabile continuo di quell’esperienza, More Fast Songs About the Apocalypse, rilasciato gratuitamente il giugno scorso, l’iconico produttore newyorkese torna alle origini, abbandonando la deriva punk electroclash, con un disco meno arrabbiato, contraddistinto dai tenui colori della fine del mondo.

Una rassegnazione al destino dell’umanità che però sembra aver fatto bene alla creatività di Moby, che in Everything Was Beautiful, And Nothing Hurt – titolo tratto da un passo di Mattatoio n° 5 di Vonnegut – ribalta i pronostici aggiungendo un tassello nuovo, ma non troppo, alla sua ormai lunga carriera. Ecco che già dai primi secondi, affidati al singolo “Mere Anarchy” – altra citazione letteraria, stavolta da Yeats – si mostrano atmosfere intossicate: Moby canta di un mondo fragile, come la sua voce, e morente diretto verso l’apocalisse.

There was light and clear skies
There was hope and endless dreams
There was love and no dying
There were forests as far as I could see

Per guardare verso il futuro, Moby torna verso il passato, verso le sue origini sonore, al trip hop e al downtempo danzereccio, ma senza sample. Questo rincasare è più evidente in alcuni brani, come “The Waste of Suns”, in cui i sintetizzatori sussurrati inseguono ritmiche che sembrano lontano nel tempo e nello spazio, e “Like A Motherless Child”, che nasce dall’incontro fra un canto spirituale afroamericano, una linea di basso alla Daft Punk e il suono rarefatto di Burial. Ma dall’alto della sua esperienza Moby sa anche quando e come alzare il volume e dare un tocco di epicità e spiritualità, con un’orchestra di archi digitali che accompagna i ritornelli della già citata “Mere Anarchy” e di “The Ceremony of Innocence”, uno dei pezzi forti del disco.

Nell’introduzione di “The Last of Goodbyes” – un nome che è tutto un programma – e poi in “This Wild Darkness” torna anche quella chitarra acustica che ci aveva fatto viaggiare in “Everloving”, tratta dal capolavoro Play; ma Moby non si adagia nel passato e cerca di guardare avanti su due piani: quello sonoro, con suoni più ricercati e puliti; quello tematico, e qui le cose secondo Richard non vanno benissimo: all’orizzonte sembrano scorgersi solo nuvole cupe che ispirano la soporifera “A Dark Cloud Is Coming”. C’è anche l’altra faccia del ritorno al passato, quella che mostra i rimpianti e i sensi di colpa, cantati in “The Middle Is Gone”.

Alone
The dreams of hopes and wasted goals
Sources and forces of the wasted lie
They slip
The pursuit of time, just wasting more

In questo viaggio tenebroso e rassegnato Moby non è solo. La sua voce, che qui è più cupa del solito, è affiancata in quasi ogni brano del disco da quella di una o più cantanti: Apollo Jane, Julie Mintz, Raquel Rodriguez, ma soprattutto Mindy Jones, che canta da sola la funerea “Welcome To Hard Times”. Tutte queste voci femminili alleggeriscono l’atmosfera e aggiungono quel pizzico di malinconia che tiene viva la curiosità per tutti i 56 minuti del disco, forse una decina di troppo.

Everything Was Beautiful, And Nothing Hurt è un disco calmo e stabile, che non dà scosse, rimane sempre sulla stessa intensità e non pretende troppo dall’ascoltatore. Nel caso di Moby, un pregio e un difetto allo stesso tempo. Ma il nostro Richard Melville Hall, lasciando da parte, almeno apparentemente, la sacrosanta causa dei diritti animali, argomento diventato un po’ troppo invadente nella sua musica, sembra essere più libero creativamente, anche di rimanere nella tenue ombra trip hop pessimista in una realtà, musicale e sociale, che non ammette timidezza. I tempi di “We Are All Made Of Stars” non torneranno, ma per ora possiamo accontentarci.