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Non si può dire che Mark Kozelek ci metta l’anima in ogni progetto musicale che lo veda coinvolto: con i Red House Painters ha dato voce ai territori più oscuri del proprio vissuto e della propria fragilità, con quel timbro monocorde ed espressivo insieme, caldo e delicatamente potente e il vissuto portato con umana compostezza nel sound sadcore e nei testi del suo gruppo negli anni 90; i progetti che correvano in parallelo (Sun Kil Moon, le collaborazioni con i Jesu, i Desertshore, Jimmy LaValle) a seguito dell’esperienza con i Red House Painters proseguivano su quel solco tracciato, sempre ponendo la stessa intensità e cura, oltre ovviamente a quel genuino afflato malinconico (ça va sans dire) che mai si trasforma in una posa sterile.

Dagli anni zero Kozelek si mette in gioco anche in prima persona con una serie di album solisti e nel 2014 prende in contropiede pubblico ed addetti ai lavori con un disco in cui interpreta dei classici natalizi. Ovvio che il risultato è tutt’altro che pacchiano bensì struggente, grazie alla sensibilità di un artista che spoglia degli evergreen noti e meno noti delle feste in brani dominati dalle corde di nylon delle chitarre, dalla sua voce, dai cori e praticamente null’altro.

… Sings Favorites prosegue nel solco tracciato sul binomio cover e arrangiamenti minimali con la differenza che questa volta Kozelek punta su una selezione di brani che spaziano dagli standard più classici come Moon River e Send In The Clowns al repertorio folk rock di artisti come Waylon Jennings e Roy Harper (più un outtake natalizio dal precedente album, una elegante ed a tratti epica O Holy Night), e gli arpeggi  della chitarra classica lasciano il posto al posto al piano come base per voce e cori. Pur riducendo ai minimi termini il comparto degli arrangiamenti, l’ex leader dei Red House Painters rimane sostanzialmente fedele nella struttura, nelle modulazioni, nelle armonie dei brani, evitando di stravolgerli: un’operazione dal risultato comunque intenso, perché se è vero che basta solo la voce di Kozelek con quel suo timbro carico di spleen cantautorale a rendere unica qualsiasi canzone e sebbene qualche cover non sia proprio memorabile (una prescindbile Somewhere Over The Rainbow, forse perché già abusatissima di suo), in questo viaggio back to basics le canzoni diventano come le armature degli edifici spogliate dal cemento ma in molti casi la bellezza rimane intatta, se non addirittura amplificata.

E così Win di David Bowie (con il featuring di un misurato Mike Patton) perde la sua sovrastruttura funky sensuale ed ammaliante, la tradizionale di repertorio blue grass Get Along Home Cindy diventa una malinconica ballad, il groove scanzonato di Float On dei Modest Mouse sparisce e cede il posto a riverberi spettrali ed ossessivi. Come già detto, non ci sono però stravolgimenti, Kozelek rimane filologicamente fedele all’originale (gli standard Send In The Clowns, gia presente in versione acustica nell’album The Finally, Something Stupid cantata con Minnie Driver, Moon River), quasi fosse un atto di riverenza verso brani ed artisti affini a Kozelek (la struggente Another Day e Amanda, con la partecipazione di Mimi Parker dei Low e Will Oldham, quest’ultimo presente anche in Get Along Home Cindy).

Rispetto al percorso intrapreso con i Sun Kil Moon ed in particolare con le recenti collaborazioni con Jesu, questo album non segna tanto il percorso artistico del cantautore dell’Ohio quanto quello umano, ed è allo stesso tempo la forza e la debolezza di …Sings Favorites: Kozelek confeziona un disco di rara eleganza, compostezza e a tratti persino solenne nella sua semplicità ma che scivola via senza scossoni o momenti davvero memorabili. Come ha lui stesso dichiarato “making music is the air I breathe”, e Mark Kozelek Sings Favorites è senz’altro una boccata di ossigeno rigenerante, ma ne possiede la stessa consistenza.