Chissà, forse i The Lumineers si erano stancati di sentir replicare il loro suono da altre band. Dopo il loro successo planetario del 2012 con “Ho Hey”, molti gruppi hanno adottato questo sound folk-pop speranzosi di poter ottenere il loro stesso buon risultato. Sta di fatto che il loro secondo album “Cleopatra” suona più malinconico ed in qualche modo scontroso, un disco fin troppo semplice (solo 33 minuti di canzoni, molto facili), che difficilmente si ha voglia di ascoltare una terza volta. A parte il primo singolo “Ophelia” e “Cleopatra”, brani che in qualche modo viaggiano sullo stesso livello del precende album, il resto delle canzoni sembrano aver voglia di trascinarsi verso la fine dell’album, tentano di riconquistare la formula che li ha resi famosi, ovvero ritmi lenti e accordi semplici, purtroppo però questo stile era già stato spremuto a dovere a suo tempo.

È pur vero che era difficile replicare il successo planetario del precedente album, ma ascoltandolo si ha la sensazione che il trio di Colorado non abbia voluto spingersi oltre.

“Abbiamo voluto tenere lo stesso approccio che avemmo col primo album, registrando demo in una piccola casa. Il disco riflette ciò che ci è successo negli ultimi tre anni.”

Mantengono quindi la stessa atmosfera acustica del primo album, dimostrando appunto che la band non si è lasciata andare ad altri suoni e di conseguenza una volta costruita quell’intimità con i propri fan non pensano a distruggerla.
Se nell’album di debutto i The Lumineers descrivevano i loro anni universitari, in Cleopatra diventano più maturi, a livello di scrittura sicuramente, ma non di musica; a mio avviso.

Undici sono le tracce del disco (quattordici nella versione deluxe, per i più audaci), praticamente indifferenti l’una dall’altra, alla lunga anche irritanti.
Fra le varie canzoni da segnalare abbiamo Sleep On The Floor che apre il disco, dove un’uomo spinge la sua donna a prendere la sua roba e viaggiare senza meta con lui. La canzone che segue è il primo singolo Ophelia, mentre la title track dell’album racconta la storia di una donna pentita di aver allontanato l’uomo che amava. Spiccano anche “Gun Song” e “Angela”, una donna che lascia il suo piccolo paese per inseguire un sogno più grande.
Cleopatra sembra quasi diviso a metà, la prima parte piena di passione, sofferenza e desiderio mentre la seconda più tranquilla e contemplativa. Chitarre acustiche e pensieri introspettivi si intrecciano attraverso queste canzoni, le quali purtroppo non riescono a catturare del tutto l’interesse.

La maggior parte dell’album insomma risulta struggente e monotono, con ritmi e melodie simili, un’album senza sorprese.
Probabilmente nel prossimo album saranno più avventurosi e creativi, di sicuro sono orecchiabili per carità, ma sicuramente potevano osare di più.

 

Davide Anastasio