I Lambchop nel corso degli anni hanno sempre cercato di sperimentare, rinnovando il loro suono di album in album. Capitanati da Kurt Wagner al cui seguito si sono affiancati svariati musicisti, hanno spaziato dal country al soul passando per il post-rock. In questo lungo ed etereogeneo percorso, FLOTUS, il loro ultimo disco, non fa eccezione e seguendo le mode del momento si indirizza verso un’elettronica raffinata.
Il termine moda, soprattutto nell’ultimo periodo, è spesso accompagnato da una percezione negativa come sinonimo di scarsa originalità e di “paraculaggine”. Potrebbe essere questo il caso dei Lambchop ma ad un ascolto attento non sfugge l’estrema personalità di questo lavoro. Più che seguire la moda verrebbe da pensare ad una rielaborazione di suggestioni con cui volente o nolente un musicista immerso nel panorama odierno deve interfacciarsi. Per quanto siano riscontrabili ed evidenti le influenze che permeano FLOTUS, la sua indipendenza sonora rimane forte. Le maggiori fonti di ispirazione citate da Wagner sono Kendrick Lamar (che quest’anno bene o male ha influenzato un po’ tutti) e i Shabazz Palaces. Ma potremmo seguire con James Blake, Frank Ocean e, perchè no, Bon Iver.

Il brano d’apertura, “In Care Of 8675309”, segna il passaggio verso queste nuove sonorità con i suoi undici minuti di country rock idilliaco in cui subentra la voce filtrata di Wagner. Proprio queste manipolazioni vocali saranno il filo conduttore di tutto il disco. Un utilizzo, quello del vocoder, abbastanza inaspettato ma altrettanto efficace nel creare paesaggi sonori liquidi, in cui voce e musica vanno a confondersi e a supportarsi vicendevolmente. Il risultato è singolare ma al contempo affascinante. Ricorda vagamente l’esperimento radioheadiano di “Pulk/Pull Revolving Doors” presente in Amnesiac, pur mancando di tutta la sua alienazione robotica ed optando verso atmosfere decisamente più distese e rarefatte.

Tanti brani strizzano l’occhio alla lounge music (“Howe”, “JFK”, “Directions To The Can”) con la voce sussurata e quasi incomprensibile di Wagner, una batteria appena accenata, leggere note di piano e un basso ovattato e pulsante. Abbiamo l’atipica ballad della title track con il suo hip-hop rallentato e stratificato che farà da sfondo anche al basso elegante di “Relatives #2”. Il brano in cui risuona maggiormente questo tipo di influenza è “Writer” con il suo incedere sincopato. La rarefazione raggiunge il suo apice in “Harbor Country”, white soul dalle tinte soffuse accompagnato dalla flebile voce di Wagner. Gran parte del merito va anche a Tony Crow (pianoforte) Matt Swanson (basso), di fondamentale importanza per la riuscita generale del disco.

FLOTUS è l’acronimo di “For Love Often Turns Us Still” («l’amore spesso ci rende immobili») e possiamo dire che sia in linea con l’andamento del disco, che presenta un suono raffinato e sobrio, privo di virtuosismi, e con la copertina, ingrandimento di una foto scattata alla moglie di Wagner, Mary Mancini. Un’attenzione verso l’essenziale, piccoli dettagli ed accortezze spesso trascurate per la loro apparente insignificanza. E così si sviluppa un album fatto di pochi e semplici elementi comunque in grado lasciarci senza parole, come se ci trovassimo all’interno di un romanzo di Carver.

La forza di FLOTUS, come già si accennava, sta nella sua personalità. Traspaiono gli anni di esperienza e l’anima delicata del gruppo, in particolare di Wagner e della sua scrittura intima ed asciutta che trova spazio nel kraut dalle tinte jazz di “The Hustle”, unico brano in cui ritroviamo la voce “al naturale”. (“And it was raining like a movie / And it was hard to look away / And as we spoke to one another / We held our gaze“). L’ascolto del disco risulta veramente piacevole ed anche abbastanza immediato, unica nota dolente l’eccessività corposità di alcuni brani pregevoli resi abbastanza monotoni (in particolare il primo e l’ultimo della tracklist).
In ogni caso FLOTUS segna un ritorno gradito e originale, dalle modalità inaspettate, di una band che amplia il suo raggio di sperimentazione optando per un’elettronica raffinata, senza perdere la propria identità.

 

Filippo Greggi