I musicisti francesi si fanno attendere e di solito non deludono.
Nel campo dell’elettronica il primo nome che viene in mente è Daft Punk. Il secondo Justice.
Ma se Guy Manuel e Thomas sono ancora immersi sotto i loro caschi in un silenzio discografico interrotto solo da rare collaborazioni, Xavier e Gaspard invece sono tornati. “Woman” esce a distanza di cinque anni da “Audio, Video, Disco” (da ora in avanti AVD) che precede a sua volta uno degli album elettronici più importanti degli ultimi vent’anni cioè “†” altrimenti detto (e da ora in avanti) “Cross”.

Il loro ritorno era attesissimo. “Woman” è composto da dieci brani che rappresentano esattamente ciò che ci si aspetta da un disco dei Justice: un groove ipnotico e martellante, valanghe di synth anni ‘70 e ’80, cori dolciastri e slapping a volontà; dieci brani composti con il pilota automatico.
Se in “Audio, Video, Disco” era evidente un tentativo di sganciarsi dal suond che li aveva resi famosi in tutto il mondo, stavolta le formule restano le stesse e il rischio di conseguenza minimo; cambia l’ordine degli addendi ma non il risultato. E questo è un vero peccato.

“Woman” si apre con “Safe and Sound”, tutte le idee migliori della carriera dei Justice rimescolate in un nuovo calderone; l’unico brano che nonostante la poca originalità regge il confronto con i migliori pezzi di “Cross”. Di seguito “Pleasure”, che aggiunge tra gli ingredienti le parti cantate di AVD e in cui inizia ad affiorare un leggero senso di stanchezza generale che viene confermato dalla seguente “Alakazam!”, il primo dei tre pezzi strumentali del disco, un brano che non incide a causa di una sezione ritmica debole e bassi poco vigorosi.

Già dopo tre brani risulta evidente una mancanza di idee che accomunerà tutti i pezzi di “Woman”. Ma oltre a questa mancanza di idee, quello che risuona nella testa dell’ascoltatore è una fiacchezza compositiva unita a una sensazione di sufficienza che permea l’intero disco. A mantenere un minimo d’interesse ci sono le buone melodie e i ritornelli che i Justice sanno come costruire e valorizzare, e che si accostano agli splendidi arrangiamenti di cori e archi nella carente lista degli aspetti positivi del disco.

“So many times we rise and fall/After a while it’s coming all together”. Dal punto di vista concettuale “Woman” racconta esattamente ciò che si presume dal titolo. Brani come “Stop” e “Fire” esprimono devozione verso le donne e l’impotenza verso il sentimento amoroso. “Lovers need no season/The golden key that opens any door/It sets the world on fire”: la passione infuocata di un rapporto e i malinconici ricordi che ne derivano. Un concept molto interessante su cui i Justice non riescono a costruire una musica altrettanto dirompente.

“Chorus” e “Heavy Metal” sono gli altri due brani strumentali dell’album e anche quelli in cui è più evidente la voglia di ritornare, soprattutto per quanto riguarda “Chours”, una cavalcata in perfetto stile Daft Punk versione “Homework”, ai ritmi della rivoluzione techno francese della seconda metà degli anni ’90 con l’aggiunta addolcente di cori angelici e simil Onde Martenot. Ma il risultato è molto lontano dall’energia di perle French House come “Signatune” di Dj Mehdi o “Colossus” del casco argentato dei Daft Punk Thomas Bangalter.

Le ultime speranze di un colpo di coda finale sono riposte negli ultimi due brani di “Woman”: “Love S.O.S”, una richiesta d’aiuto, con tanto di sirena in sottofondo, in cui è molto evidente il distacco fra parte ritmica e tappetti elettronici, e “Close Call”, l’ultima chiamata del disco, molto simile nel suo andamento lento e solenne a “Presence”, la ghost track di “AVD”. Si chiude su arpeggi incrociati tra synth e chitarre reverberate poco memorabili un disco poco memorabile. Un’occasione persa che suona in realtà come l’ultimo rantolo della French House.

I Justice sembrano intimoriti dall’arduo compito di realizzare un disco al livello di “Cross”, impresa già fallita con “AVD”, e questa maledizione stavolta li ha portati a preferire strumenti e suoni collaudati; formule sicure che hanno assicurato un risultato discreto ma che li hanno costretti a rimanere in territori già esplorati.
E da Gaspard e Xavier, due pionieri che non hanno nulla da invidiare ai loro cugini dotati di casco, questo non è giustificabile.