Blood Bitch è il sesto LP di Jenny Hval, uscito il 30 settembre per la newyorchese Sacred Bones Records. I 5 punti in cui oggi ve lo racconteremo sono:

CHI È JENNY HVAL?

Cantautrice di origine norvegese, Jenny Hval, dopo una prima esperienza come cantante in una band gothic metal, si è fatta conoscere sotto il moniker di Rockettothesky per poi affermarsi in via definitiva con il proprio nome, adottato a partire dal terzo disco.
L’attività musicale si è intensificata solo negli ultimi anni con il crescente consenso di pubblico e critica. Si trattava inizialmente di un’attività secondaria, che accompagnava il suo lavoro di scrittrice e giornalista freelance, sbocco naturale dopo i suoi studi in scrittura creativa, letteratura e performance all’Università di Melbourne. È inutile dire come tutto ciò poi si sia ritrovato all’interno della sua musica che spazia tra avant-garde, art-pop ed experimental-folk (per usare quei termini tanto odiati dagli artisti quanto funzionali per un primo inquadramento).

SANGUE ED EROS

Blood Bitch, a partire dal titolo si configura come un concept album. Il tema è dei più triviali, ma appunto per questo, strettamente legato alla vita: il sangue, come linfa vitale dell’umano e delle sue passioni. E si sviluppa attorno a due nuclei centrali: i vampiri e il sangue mestruale. I primi da sempre fortemente legati al retroterra mitico dei paesi scandinavi, il secondo inteso come tratto comune che lega necessariamente ogni donna. A proposito Hval ha precisato “the purest and most powerful, yet most trivial, and most terrifying blood: Menstruation. The white and red toilet roll chain which ties together the virgins, the whores, the mothers, the witches, the dreamers, and the lovers”.
Partendo da ciò si delineano i tratti salienti di un disco che gioca sulla femminilità, colta nei suoi lati più umani, e sul desiderio vampiresco di sangue, spesso impregnato di una forte carica erotica. Non a caso le liriche si presentano in tutta la loro ambiguità. È come se la cantante norvegese si identificasse nel vampiro. Entrambi sono divorati da un desiderio (eros), di sangue e d’amore, tanto impellente quanto impossibile da sopprimere poichè connaturato alla loro essenza.

UN DISCO POP

Nonostante tutte le possibili definizioni di genere (art-pop, avant-garde ecc) a Jenny Hval piace parlare del suo disco come di un disco propriamente pop.
Anche se risulta abbastanza difficile definire pop (per come lo concepiamo noi) un album del genere, sotteso rimane l’intento di ridefinire o definitivamente cancellare tutti i limiti e le categorie, costruiti solo a posteriori, che noi abbiamo della musica pop. Un proposito unico, che potrebbe far storcere il naso a molti, ma forse ora più che mai fondamentale per rivalutare un genere perlopiù visto in maniera negativa.
Un gesto di critica teso a colpire tanto l’industria quanto chi con fare snob se ne distacca definendosi “sperimentale”. Semplicemente la Hval ci sta dicendo che l’universo pop è infinito e in quanto tale ognuno può trovare all’interno di esso infinite soluzioni, libero di fare – per usare un francesismo – “il cazzo che gli pare e piace”.

SOGNO E SUBCONSCIO

Fin dall’inizio si ha la sensazione di trovarsi catapultati all’interno della mente di Jenny Hval. E in generale Blood Bitch può essere letto come un il racconto di un sogno. Il drone di “Ritual Awakening” è l’inizio perfetto di questa visione onirica. Si canta “It’s so loud / And I get so afraid / So I start speaking”. E il viaggio può iniziare. Viene ricreata l’atmosfera tipica accostando elementi reali come dialoghi, ansimi, ticchettii. Per un attimo il sogno acquisisce realtà ma viene subito smentito dalle liriche spesso ambigue e frutto di libere associazioni. Il subconscio viene lasciato agire liberamente ispirato dalla musica altrettanto surreale. Questo accostamento crea un leggero effetto di straniamento, che trova il suo apice in “In The Red” con il suo susseguirsi di respiri affanosi a cavallo tra ansia ed orgasmo.
Il momento più allucinato è rappresentato da “The Plague” con i suoi voli pindarici pronti ora a rassicurare ora a spaventare, come se il sogno degenerasse in incubo.
Il finale è tutt’altro che rassicurante con le tinte thriller di “Lorna” improvvisamente concluse da un inatteso risveglio.

IL DISCO

Blood Bitch è un disco difficile, complesso ma non per questo inaccessibile. Bastano pochi ascolti per entrare nel mood generale dell’album, calmo ma imperversato in ogni suo punto da una tensione di fondo. Dieci pezzi omogenei, dato anche l’esiguo numero di strumentazione adoperata, che alternano intermezzi di accompagnamento a brani più corposi, dettando i tempi con il giusto equilibrio.
Rispetto ai lavori passati c’è una maggiore essenzialità e spesso la struttura dei brani è retta semplicemente da sovrapposizioni di synth ed effetti di eco e riverbero, come nella stupenda “Conceptual Romance” con il cambio di registro tra il fare scanzonato della strofa e la voce sublime del ritornello.
Di rilievo anche rumori presi dalla vita quotidiana come si accennava in precedenza. Esemplare l’attacco della soave “The Great Undressing” e di “Untamed Region”. Quest’ultimo in particolare prosegue con un discorso preso da “Oh Dearism II”, breve documentario di Adam Curtis sulle contraddizioni della politica contemporanea e si conclude con l’ingenuo parlato della Hval.
Interessante il crescendo del synth pop stralunato di “Female Vampire”, in cui risalta la tematica vampiresca (“When I’m near you become someone else”).
“Period Piece” è l’unico brano che si avvicina alle precedenti produzioni, con tanto di drum machine e basso pur distaccandosene e rivestendo il tutto di una deliziosa patina lo-fi.
Tanti, dunque, gli elementi di novità, tuttavia coniugati magistralmente arrivando a creare un prodotto artistico di primo livello.
Ciò che emerge con insistenza, considerando il disco nella sua interezza, è quella sensazione di caducità e di fragilità tipica dell’esistenza umana. Come se la Hval volesse mostrare a noi il suo lato più intimo mascherandolo (ma neanche troppo) tra antiche leggende ed assorbenti usati. Questa apparente debolezza ed attenzione verso gli aspetti più infimi della realtà costituiscono un valore aggiunto mostrando tutta la sensibilità di un’artista e, prima ancora, di una donna.
Pochi sono in grado di tradurre tutto ciò in musica e soprattutto di elevarlo a loro punto di forza. Ma Jenny Hval è un caso a parte, un unicum nel panorama odierno di cui ormai non possiamo più fare a meno.

Filippo Greggi