Jay-Z, uno dei rapper più famosi al mondo, un uomo che non ha bisogno di grandi introduzioni: tutti conosciamo e abbiamo ascoltato quest’artista e, a prescindere dall’opinione che abbiamo di lui, possiamo definirlo una delle figure più influenti dell’Hip Hop dalla metà degli anni ’90 a oggi. Dopo American Gangster, uscito nel 2007, la sua carriera ha subito uno smacco: a livello qualitativo i suoi album sembravano essere entrati in una spirale discendente lenta ma inesorabile; col suo 4:44, però, il rapper/imprenditore multimiliardario non solo si risolleva, ma ci mostra un lato di sé che molti di noi pensavano non si sarebbe mai visto in un suo disco.

4:44 è intimo, personale, riflessivo e onesto, anche a costo di compromettere l’immagine da uomo duro e sicuro di sé che Jay-Z si era costruito in questi anni. Emergono debolezze, incertezze, paure e fragilità di un uomo che sembrava deciso fino all’ultimo a mostrarsi come una fortezza impenetrabile. Quest’album non è di Jay-Z, non è del rapper, né del businessman, è l’album di Shawn Carter.

I beat sono freschi, attuali, pur mantenendo il classico suono che ha sempre caratterizzato il rapper, ricordando a tratti i suoi lavori precedenti, in particolar modo The Blueprint e The Black Album.

Dal punto di vista dei testi ci sono alcune carenze: qualche rima banale o non proprio informata e qualche barra che non viene chiusa, ma nel complesso il Jigga sfoggia comunque un’ottima tecnica e flow molto vari e ispirati. Sono tuttavia gli argomenti che rendono quest’album così particolare: non c’è il classico “ego trip” sempre presente nei suoi album –o meglio, non è preponderante come negli altri album-, abbiamo invece le riflessioni di un uomo giunto a un momento della sua vita nel quale è il caso di fare il punto della situazione.

“Fuck wrong with everbody?” Is what you sayin’, but if everybody’s crazy, you’re the one that’s insane

Kill Jay-Z è la prima traccia, nella quale il rapper espone tutte le critiche che gli vengono spesso mosse e le prende in considerazione. Jay sembra dire:”E se tutto questo fosse vero? Se fossi un ipocrita? Se fossi veramente cambiato? Questo cosa significherebbe per me?” Il risultato è una riflessione consapevole ed estremamente matura, che introduce perfettamente l’intera opera.

Nel brano successivo, The Story of O.J., l’artista dispensa consigli finanziari finalizzati al raggiungimento dell’indipendenza economica individuale: non spendere subito i propri soldi, ma risparmiarli e investire ciò che si può.

Y’all on the ‘Gram holdin’ money to your ear. There’s a disconnect, we don’t call that money over here

Smile è un’altra canzone molto intima, che esalta il coraggio della madre Gloria –presente a fine brano- nel confessare la propria omosessualità.

Mama had four kids but she’s a lesbian, had to pretend so long that she’s a thespian

Quella che però risulta la traccia più sentita è la title track 4:44, nella quale scopriamo un lato del rapper che nessun ascoltatore aveva mai visto: Jay-Z chiede scusa alla moglie Beyoncè per averla tradita e confessa la propria paura di perdere la propria famiglia e gli adorati figli, ponendo un accento sulla vergogna che prova per questo suo gesto. Parole che per chiunque sarebbe molto difficile pronunciare.

M heart breaks for the day I have to explain my mistakes and the mask goes away and Santa Claus is fake

Moonlight è una delle poche tracce effettivamente aggressive dell’album, in contrasto con il beat posato e quasi onirico, contenente un campione di Fu-Gee-La, uno dei brani più famosi dei Fugees.

L’ultima traccia è Legacy e si apre con la figlia Blue Ivy che chiede al padre cosa sia un testamento. È proprio in questo che consiste il brano: un vero e proprio testamento, spirituale e non, che Jay-Z immagina di “dettare” alla figlia nella prima strofa, parlando poi del proprio passato in relazione al rifiuto per la religione nella seconda.

Le collaborazioni sono molto azzeccate e ben riuscite: sia la tranquilla Caught Their Eyes con Frank Ocean che il banger Bam con Damian Marley aggiungono qualcosa di unico al disco, riuscendo a valorizzare entrambi gli artisti che prestano la loro voce a 4:44.

Decisamente inaspettato, quest’album è estremamente solido e ben sviluppato e, ad eccezione di qualche scivolone lirico, di altissima qualità. 4:44 è un’opera che piacerà sicuramente ai fan del rapper di Brooklyn, ma che, mostrandone un lato diverso e più intimo, potrebbe riuscire ad entusiasmare anche chi prima non apprezzava Jay-Z.