Essere un membro della TDE nel 2018 vuol dire anche rassegnarsi ad aspettative esageratamente alte e lavorare di conseguenza. Tutto questo Jay Rock lo sa benissimo e ce lo dimostra con Redemption: un album coraggioso tanto nell’affrontare temi intimi e personali quanto nell’uscire dalla propria zona di comfort mettendosi alla prova su beat diversi da quelli soliti.
Esperimento riuscito? Quasi del tutto.

Redemption è un album con un concetto di fondo: sfruttare una seconda occasione. Rock, infatti, decide di raccontare il suo incidente in moto del 2016 –con il quale ha rischiato la vita– come un punto di svolta, un momento che sancisce l’inizio di un secondo capitolo, dando al rapper la possibilità di cambiare e migliorare come essere umano.
Purtroppo il principale problema è la mancanza di consistenza nello sviluppo di questo concept: non abbiamo un prima e un dopo, anzi la cronologia viene sovvertita e le tracce appaiono in ordine sparso, lasciando all’ascoltatore il compito di comporre il puzzle per vedere l’immagine completa. Come se non bastasse alcuni brani sembrano esulare dal tema, alimentando la sensazione di collage che l’opera trasmette.
Tutti questi piccoli intoppi insieme rendono impossibile evitare il paragone con Good Kid, M.A.A.D City, confronto dal quale Redemption non esce vittorioso, apparendo quasi come una versione più confusa del primo.

Flipped off that bitch, milly rockin’ the wheel
200 thousand in the bank, straight to hospital bills
Momma still got the shakes, prayin’ I’m all right
Dreams of enemies in the lobby when I hit the lights

Per quanto riguarda i beat, come detto in precedenza, Rock esce dalla sua consuetudine, cimentandosi in strumentali dalla batteria Trap e in altre ancora con una spiccata influenza Soul. Il risultato è estremamente positivo: ogni singola base ha una sua personalità e riesce ad attrarre e interessare, migliorando la qualità generale dell’intero progetto.

Un punto di forza, oltre alle strofe di qualità indubbiamente alta per tematica ed esecuzione, sono i ritornelli: tutti estremamente orecchiabili e accattivanti e, nella loro naturalezza, funzionano che siano cantati o meno.
Un esempio di questo è la prima traccia, The Bloodiest, che apre l’album con una batteria pesante ma movimentata e un testo dall’immaginario molto duro, nel quale non mancano comunque tratti ironici. Qui il ritornello è esaltante ed efficace nella sua estrema semplicità.

I knew a nigga, doin’ double digits, bust the head wide
For another nigga, who’s scared to rep his set right
Now in solitary, doin’ push ups by his bedside
All he want is a Green Dot, his homie keepin’ himself fly
Don’t come around without your pass, niggas on they tip
Zero tolerance on niggas money, niggas want they shit
Don’t start nothing without your blower, that’s a one way trip
Six feet under, real life, that’s all gunplay is

Un altro pezzo sulla stessa lunghezza d’onda è ES Tales, che racconta la vita nelle case popolari di Eastside Los Angeles (dove Rock è cresciuto). Storie di vita vera e difficile narrate su un beat lento dal basso distorto e potente che fa immedesimare l’ascoltatore, creando un senso di rassegnazione a una situazione disperata senza effettivamente comunicare questa sensazione in modo esplicito.

La mentalità di sopravvivenza del ghetto torna anche in OSOM, acronimo per Out of Sight Out of Mind (Lontano dagli occhi, lontano dal cuore), questa volta con un’accezione più riflessiva su un beat calmo dall’evidente influenza Soul. In questo pezzo la strofa di J. Cole –nettamente superiore a quelle del suo album K.O.D.– è fondamentale e diventa il punto di forza del brano, rubando completamente la scena a quelle di Rock.

Cause I ain’t got nothin’ to lose
But I got these wins to gain
And I don’t feel comfortable
One thing that I’ve learnt all of these years
Is to block devils off of my ears
Cause fairy tales don’t end well
When the fame and fortune not here

Paradossalmente, la collaborazione più interessante sulla carta risulta la meno riuscita nella pratica: Kendrick Lamar non sembra essersi impegnato al massimo in Wow Freestyle, il cui unico punto di forza sono gli scambi di battute tra Rock e K Dot. Scambi che denotano una spiccata chimica tra i due, ma non abbastanza da stupire come ci si aspetterebbe, complice anche un beat troppo scarno e inadatto, che si dimostra incapace di esaltare le strofe.

La traccia cruciale dell’album è Redemption, molto lucida e rilassata anche nel beat –di nuovo dall’influenza Soul– nella quale le voci di Rock e di SZA si contrastano e completano in modo magistrale. È qui che viene spiegato il concept del progetto: la voglia di redenzione nata da un’esperienza quasi fatale e la conseguente necessità di migliorare se stessi.

I see false claimers, strangers and foes with they head in they laps
I see mo’ division
I see some of them showin’ up just to post a picture
Like they was my nigga, Instagram’s a dead man’s best friend
Everybody lookin’ for likes but wasn’t likin’ you when
You needed somethin’ to hold on dealin’ with life stress

Un pezzo che risulta noioso e tutt’altro che necessario è Kings Dead, già sentito nella colonna sonora di Black Panther e che qui ha addirittura il coraggio di non includere la parte più interessante (quella di Kendrick Lamar) per tenere il vergognoso falsetto di Future, ormai un meme più che una strofa vera e propria.

Messi da parte i problemi di consistenza più che evidenti nel disco, Redemption riesce a far riflettere con le sue tematiche e a intrattenere con i suoi beat così ben realizzati, tuttavia questo non basta per renderlo l’ottimo album che sarebbe potuto diventare: le tracce sono troppo sparse e spesso il concept si perde di vista, rovinando gran parte dell’esperienza. Se le idee fossero state messe in ordine prima e con più cura, probabilmente questo progetto avrebbe espresso meglio l’indiscusso talento di Jay Rock.