Sotto sotto sapevamo tutti che J. Cole avrebbe pubblicato un nuovo album quest’anno, ma K.O.D. è uscito senza alcun preavviso, inaspettatamente. Una sorpresa più che piacevole dal momento che, in questo progetto, il rapper sembra aver un messaggio urgente da mandarci e molti pesi sullo stomaco da togliersi.

Come annunciato dallo stesso artista, l’acronimo K.O.D. ha tre significati: Kids On Drugs, King OverDosed e Kill Our Demons, sta a noi scegliere secondo quale di questi concetti interpretarlo.
Proprio il tema della scelta sembra, insieme a quello delle dipendenze, essere quello imperante in tutto il disco: la frase “Choose wisely” (Scegli con saggezza) ricorre molto frequentemente nel disco, ma Cole non sembra volerci spingere a “Fare la cosa giusta”, bensì a scegliere con attenzione gli strumenti che usiamo per affrontare le difficoltà che incontriamo nella vita.
Che siano droghe, soldi, sesso, lavoro, amicizie o social media, le “dipendenze” che scegliamo sono nostre, il rapper non giudica, consiglia semplicemente di considerare quali possano essere le conseguenze e, se siamo disposti ad accettarle e assumere la responsabilità che ne deriva, fare ciò che ci sembra più opportuno.

Right now I’m starin’ out the window of my Range and contemplating, am I sane?
Have I sacrificed for fame?
My occupation’s on my brain
Thought that I could change it all if I had change
But the niggas that I came up with way back is still the same

Dal punto di vista lirico, Cole è all’apice delle sue capacità: la sua tecnica è impeccabile; flow, metriche, incastri e significati sono tutti studiati in maniera magistrale e nulla è lasciato al caso.
Il più grande difetto dell’album è il sound: troppo classico e le tracce che osano un po’ di sperimentazione non lo fanno abbastanza; tutti i beat risultano troppo calmi e rilassati, anche quando l’artista assume un tono più concitato o aggressivo. Questo è un peccato soprattutto se si considera l’interpretazione del rapper, estremamente comunicativa e decisamente a un altro livello rispetto alle strumentali.
Questa scarsa varietà potrebbe essere la conseguenza di un tentativo di discostarsi dai continui paragoni con Kendrick Lamar ai quali Cole è sottoposto, andando quindi verso un suono completamente diverso, ma che purtroppo risulta tutto sommato poco interessante.

Pardon the visual
But money, it give me a hard-on it’s typical
I want it in physical
A million dollars, I count up in intervals
Without it I’m miserable
Don’t wanna fall off so I’m all in my bag
Thankin’ God like it’s biblical
I know it’s gon’ solve every problem I have

ATM è la traccia più interessante dal punto di vista sonoro e, se il basso fosse stato un po’ più aggressivo, il beat avrebbe avuto molto più carattere e sarebbe risultato più fresco. Qui, con un flow saltellante e coinvolgente, Cole spiega come i soldi siano stati un punto cardine nella sua vita, una sorta di rivincita nei confronti di chi cercava di ostacolarlo e ora, invece, lo sostiene. La metafora che ne emerge, però, fa riflettere su come si possa diventare degli esperti in ciò che prima non si riusciva a fare quando è coinvolto qualcosa che desta il nostro interesse (fondamentalmente “Guarda come sono bravo in matematica ora che ci sono i soldi di mezzo”).

L’argomento centrale di BRACKETS è estremamente interessante ed esprime una profonda preoccupazione: dove vanno a finire nello specifico le tasse che, giustamente, paghiamo? In particolare, Cole teme che questi soldi possano finanziare proprio quei programmi che finiscono per impoverire ulteriormente le aree come quella nella quale lui stesso è cresciuto, rovinando la vita a dei giovani promettenti.

Yeah, I pay taxes, so much taxes, shit don’t make sense
Where do my dollars go? You see lately, I ain’t been convinced
I guess they say my dollars supposed to build roads and schools
But my niggas barely graduate, they ain’t got the tools

Il tema della depressione è affrontato in FRIENDS, che solleva il problema di una mentalità insita nella comunità afroamericana. Mentalità che fa vedere tali difficoltà come un segno di debolezza e impedisce a chi ne soffre di chiedere aiuto, costringendoli a cercare sollievo nelle droghe. Lo stesso argomento viene trattato da un altro punto di vista in Window Pain (Outro), traccia densa di emozioni in cui Cole ipotizza la possibilità di aver “ereditato” una forma di depressione da sua madre, un “contagio” che può essere dovuto anche all’impossibilità dell’artista -all’epoca poco più di un ragazzino- di aiutarla.

These white kids love that you don’t give a fuck
‘Cause that’s exactly what’s expected when your skin black
They wanna see you dab, they wanna see you pop a pill
They wanna see you tatted from your face to your heels
And somewhere deep down, fuck it, I gotta keep it real
They wanna be black and think your song is how it feels

Decisamente differente è l’ultimo brano, 1985 (Intro to “The Fall Off”). Su un beat classico e minimale, Cole risponde all’insulto ricevuto da Lil Pump non in maniera aggressiva, bensì dando al giovane artista consigli riguardanti il music business, spiegandogli come nel mondo della musica non esista uno stipendio stabile e quanto sia necessario pianificare la propria carriera in modo da non stancare il proprio pubblico, così da non cadere nel dimenticatoio.

Nel complesso l’unica vera pecca di quest’album è il sound estremamente ripetitivo e mancante di ispirazione, tuttavia, dal punto di vista dei testi, risulta carico di significato e spunti di riflessione. Speriamo solo questo basti per far parlare di J. Cole evitando paragoni inappropriati.