Dell’importanza e della necessità di certe cose non ci si rende conto a volte finchè non le abbiamo. In quel momento è facile pensare «Ma come ho fatto a vivere fino ad ora senza questo?».
Ecco il disco di J. Cole fa più o meno quest’effetto, nel senso che quello che questo 2016 ci avrebbe lasciato sarebbe stato completamente diverso. Lontano dall’immaginario e dall’ostentazione trap che ha dominato quest’annata, ma anche dai deliri di onnipotenza di altre figure non sospette, Cole torna, dopo l’acclamato 2014 Forest Hills Drive, per ricordarci che ha ancora senso, forse ora più che mai, fare un disco hip-hop senza necessariamente strizzare l’occhio alle tendenze del momento. Beats old school, contenuti, flow e delivery da far invidia a la maggior parte della scena americana.

Interessante la narrazione del disco i cui spunti principali derivano dalla recente paternità del rapper americano e dalla scomparsa dell’amico d’infanzia James McMillan Jr. in un parallelismo toccante. Due vite simili accompagnate dalle medesime esperienze, dalla medesima realtà urbana, ma terminate in modo diametralmente opposto. Così il raccontare dell’amore di James per la figlia Nina diventa anche un modo per trasmettere le stesse sensazioni alla propria. L’apice viene raggiunto nella titletrack, negli ultimi commossi versi: “Nah, your daddy was a real nigga, not ’cause he was hard / Not because he lived a life of crime and sat behind some bars / Not because he screamed, “Fuck the law” / Although that was true / Your daddy was a real nigga cause he loved you / For your eyes only“. Poche barre di orgoglio black a spazzare via ogni pregiudizio sulla comunità afroamericana ricordando ciò che davvero conta e rende tale un uomo. E il titolo del disco, For Your Eyez Only, a voler rivalutare la figura paterna agli occhi della figlia orfana e a dare un esempio (quasi si trattasse di un romanzo di formazione mancata) alle migliaia di giovani che potrebbero percorrere la medesima strada. Il tutto è ben esemplificato anche dalla copertina in cui J. di spalle viene osservato dallo sguardo profondo e carico di speranze di un bambino.

A prescindere dai temi il pezzo è pazzesco (non è da tutti mantenere costanti attenzione e qualità per 8 minuti in una canzone rap). Posto al termine della tracklist questo brano, in una sorta di composizione ad anello, richiama inevitabilmente quello d’apertura (“For Whom The Bell Tolls”) per le tinte jazz che arricchiscono entrambi.

Ma J. Cole è altrettanto bravo a narrare in “Neighbors” la spiacevole irruzione nella sua casa/studio della SWAT, contattata dai vicini che vedendo il colore della pelle e qualche canna hanno pensato che in quella casa coltivassero e spacciassero stupefacenti.
Si passa poi anche al romanticismo nelle due parti di “She’s Mine” con un rappato dolce sorretto da piano e archi.
Le basi, di ottima fattura, non presentano una grande sperimentazione e pescano da tutta la musica black: abbiamo il funk di “Foldin Clothes”, l’R&B di “Change” e il soul rilassante di “Ville Mentality”.
Tra le tracce più degne di nota c’è poi “Immortal” dall’incedere ipnotico, anch’essa dedicata all’amico defunto con uno spaccato dei sogni e delle possibilità di chi vive certe situazioni (“Now I was barely seventeen with a pocket full of hope / Screamin’ “dollar and a dream” with my closet lookin’ broke / And my nigga’s lookin’ clean, gettin’ caught up with that dope“).

J. Cole è la prova vivente che è ancora possibile fare l’hip-hop seriamente, senza troppi fronzoli e senza parlare di cazzate rimanendo coerenti con se stessi. Non che ce ne fossimo scordati, ma a volte è utile che qualcuno torni per rammentarlo.
Uno storytelling solido e profondo poggia su strumentali classiche e prodotte magistralmente portando una boccata di ossigeno in questo 2016 ormai saturo di trap.
For Your Eyez Only conferma egregiamente uno dei nomi più importanti del rap d’oltreoceano, dando un forte segnale alla scena semplicemente con la forza della musica.

 

Filippo Greggi