GOAT: FRA MISTERO E PURA CONDIVISIONE

A quanto pare la world music moderna è in uno stato di perfetta forma. Se sembrava pesante l’eredità lasciata dalla cosidetta kosmische musik (il krautrock, per intenderci), ad oggi collettivi musicali come i Goat riescono a pieno a coglierne tutte le sfaccettature e a farle proprie. Il misterioso collettivo svedese, il quale si nasconde dietro maschere colorate e vestiti dalle tonalità sprizzanti, deve molto alla sopracitata corrente dalla quale ha raccolto tanto il tribalismo, quanto le influenze psichedeliche e lisergiche. Quello dei Goat in Requiem è un immenso viaggio di poco più di un’ora partendo dalle Ande, passando per l’Africa fino ad arrivare alla piccola comunità svedese di Korpilombolo, dove leggenda narra che una strega abbia portato in dono un culto voodoo e da allora gli abitanti non hanno più smesso di ballare e cantare inni sacri. Dei Goat non si conosce né nomi né volti, e in questi anni hanno puntato tutto sulle loro qualità artistiche dimostrate attraverso il loro primo disco “World Music” (elettronica e psichedelia combinate alla perfezione) e “Commune”, disco che ha confermato la strada intrapresa dal gruppo, sottolineando le ideologie e le convinzioni che fino ad allora erano state portate avanti. La scelta dell’anonimato poteva essere un autogoal, così come una efficace strategia che aveva il solo compito di comunicare quanto questo collettivo tenga soltanto a condividere con tutti la loro musica, e null’altro. E così è stato. Dunque non si tratta solo di una vanità, quella dell’anonimato, ma bensì di uno status e una scelta dal significato ben preciso.

IL DISCO: FRA TRADIZIONE E MODERNITA’

Requiem, intanto, è l’album dove l’elemento tradizionale fa da traino a tutta la produzione e, se nei dischi precedenti era sempre finito in secondo piano, fra esperimenti elettronici e psichedelici, oggi è la colonna portante di un disco dove a farla da padrone sono flauti, pifferi, corde acustiche, tamburi e chi più ne ha più ne metta. Il viaggio interculturale dei Goat comincia con “Union Of Sun And Moon” che si apre prima con un cantato a cappella, e poi sfocia in una incredibile festa di flauti e chitarre cadenzose, continuando con “I Sing In Silence”, un inno alla fratellanza accompagnato da percussioni e cori femminili. In “Temple Rhythms” primo pezzo interamente strumentale dell’album, le percussioni guidano tutto il brano, lanciando l’ascoltatore in un incredibile rito tribale che potrebbe continuare fino all’alba, o probabilmente per sempre se la leggenda su Korpilombolo è veritiera. In “Alarms” invece c’è un chiaro ritorno agli anni ’60, con cadenze desertiche e western mischiate ad un rock acido e ruvido. La tropicale e al contempo anti-bellica “Trouble in the streets” è un solare inno all’amore fraterno che si mischia al rock ‘n’ roll di matrice settantesca. Poi, improvvisamente lo scenario cambia in “Psychedelic Lover”, un lisergico viaggio in una landa desertica che si stravolge improvvisamente trasformandosi in una fantastica session blues. “Try My Robe”, dalle sonorità del tutto indiane, è la conferma di quanto questo “viaggio intercontinentale” sia estremamente meticcio: i colori dell’India moderna che si legano alle influenze krautrock, creano un binomio tutto orientaleggiante. “Goatfuzz” è un connubio fra le musicalità rock ‘n’ roll dei 70’s di stampo sabbathiano e le sonorità afro, con un pizzico di oriente sul finale, uscito direttamente dalle vie della seta. “Goodbye” è il riassunto di tutte le influenze che troviamo in questo album: rock ‘n’ roll allo stato puro, jazz, etnicismo, il tutto in un mai banale e del tutto originale modus operandi. “Ubuntu” è l’inaspettato finale elettronico, e l’unico brano che raccoglie le influenze degli album precedenti. Monopolizzato completamente da voci lontane mentre nel frattempo scorrono i titoli di coda accompagnati da leggeri synth dal sapore futurista che volgono senz’altro uno sguardo alla contemporaneità. Probabilmente il finale perfetto, una sorta di messaggio che ci spiega come la “tradizione” oggi si stia fondendo con i tempi che cambiano, resistendo ed adattandosi però anche a degli scenari non del tutto legati ad essa.

SCRIGNO DELLA WORLD MUSIC

Requiem è uno scrigno con all’interno raccolti tutti i tesori più di valore della world music. Un viaggio che, nonostante a tratti faccia della ripetizione una base sulla quale si regge, non risulta mai ridondante. I Goat si dimostrano impeccabili quanto ad originalità, affascinando anche i più restii al genere e lasciando riscoprire le tante facce di cui è composta la tradizione. Un lavoro che fonda la contemporaneità con il passato, senza mai stravolgere gli schemi e quindi risultando quanto di più vero ci possa essere. Requiem, oltre che un enorme omaggio alla musica popolare e un “melting pot” di popolazioni, linguaggi e identità, è un inno alla speranza e alla cooperazione. Del resto, determinate ideologie erano già venute fuori nei dischi precedenti, e i Goat rimangono coerenti dimostrando di avere una loro particolare e unica natura.