Dal busto in Piazza Lenin a Cavriago fino ai grattacieli cinesi, che torreggiano lungo i bordi di un campo da calcio giallastro. Sì, i tempi sono cambiati, per il mondo e soprattutto per i Giardini di Mirò: dal loro disco d’esordio, “Rise and Fall of Academic Drifting”, che nel 2001 li ha lanciati verso l’Olimpo post-rock, sono passati 17 anni di trasformazioni riuscite, passi falsi e progetti paralleli più o meno interessanti. Ora arriva “Different Times”, e i Giardini di Mirò continuano a non accontentarsi delle formule già perfezionate. Al contrario, le strapazzano, le miscelano e le mettono alla prova per cercare nuove vie, con tutti i rischi che questo comporta.

“Different Times”, che apre e dà il nome al disco, è uno dei brani più riusciti nella discografia della band, un gigante strumentale lungo 8 minuti che vola via in un attimo: tutte le varie sezione del pezzo si amalgamano nel modo giusto, il suono sembra fluttuare sospeso, grazie a una progressione melodica di serena malinconia che ritroveremo lungo tutto il disco, un’atmosfera rara in ambito post-rock. Ma i Giardini di Mirò sono sempre stati un’anomalia, sempre alla ricerca del compromesso fra lunghe suite, melodie più immediate e l’utilizzo della voce, che cerca di incastrarsi nel potenziale sonoro.

In Different Times, questa strada, che parte dai My Bloody Valentine e tocca Godspeed You! Black Emperor, Mogwai e tanti altri, è percorsa con buoni risultati in brani come “Under”, showgaze all’ennesima potenza che non teme il confronto con Slowdive e compagnia, e  “Don’t Lie”, una ballata slowcore massimalista in cui i Giardini di Mirò si fanno aiutare dalla splendida voce di Adele Nigro (Any Other), forse un po’ troppo affogata nel mixaggio. E proprio il mixaggio dello storico collaboratore del gruppo Giacomo Fiorenza sembra il punto debole di brani come “Hold On” e “Void Slip”: qui le ottime chitarre riverberate, meno taglienti che in passato, di Jukka Reverberi (scusate il gioco di parole, voluto) e Corrado Nuccini, sommergono il resto creando molta confusione.

In generale però sembra che i Giardini di Mirò, tentando la strada dell’accessibilità con pezzi anche di poco superiori ai tre minuti, siano un po’ costretti a tenere a freno le loro capacità musicali. E quando il gruppo tenta strade meno battute, come in “Failed To Chart” – una base arrangiata senza pretese su cui si poggia la profonda voce alla Leonard Cohen di Glenn Johnson – il risultato non convince.

Meglio invece quando i brani hanno il tempo di dispiegarsi: da notare in “Landfall”, l’altra delle due composizioni strumentali, il brano più vicino al post-rock di Explosion in the sky e simili, l’ottimo giro di basso di Mirko Venturelli e il riuscitissimo climax finale, il punto più potente di tutto il disco. Qui i Giardini di Mirò dimostrano di avere ancora idee melodiche e di arrangiamento molto fresche. In “Fieldnotes”, brano di chiusura, meno. La melodia, poco incisiva, non riesce a sorreggere i 10 minuti di lunghezza, e la voce di Daniel O’Sullivan non aggiunge molto, piuttosto si adegua all’atmosfera fino quasi a scomparire nel mare sonoro, che lentamente diventa tempesta noise verso il naufragio finale.

Different Times però non è un naufragio. È un disco con molti alti e bassi più riuscito del precedente Good Luck, ma non abbastanza solido per rivaleggiare con i primi due LP della band. Quello però, come il busto di Lenin a Cavriago, è il passato. Ora c’è il presente e il futuro e per sopravvivere tra i grattacieli e le contraddizioni della società moderna bisogna sapersi evolvere. I Giardini di Mirò ci hanno provato.