Il turnista è quella figura leggendaria che suona per i grandi nomi della musica, con capacità tecniche molto superiori al cantante davanti a lui. È quella persona che tieni per qualche album e tour vari. I membri dei Dot Hacker fanno parte di questa categoria di musicisti “fantasma”. Sembra orribile, ma in fondo hanno suonato con PJ Harvey, Tom Morello, The Scream quindi invidiateli pure. L’eccezione è Josh Klinghoffer, che prima con Frusciante e ora con i Red Hot Chili Peppers si sta facendo un nome importante e nessuno può dire che non se lo merita. Sono tutti musicisti eclettici, che riescono a passare dal pop alla sperimentazione. I Dot Hacker sono il lato sperimentale e artistico necessario in mezzo agli impegni “seri” dei quattro.

A differenza di “How’s Your Process” e “Inhibition”, N°3 funziona molto bene nel complesso più che per singole tracce. È un album tra realtà e immaginazione, che si appoggia su quella strana sensazione tra la veglia e il sogno. I Dot Hacker disegnano paesaggi artificiali dai toni neutri, perfettamente geometrici e dalle ombre timide, dove trovi piacere nell’essere disorientato.

La voce di Josh è senza dubbio un elemento affascinante, psichedelica ed effeminata, dalle parole incomprensibili. Già dai primi sussurri in “C Section” ci si perde in mezzo a questi dialoghi surreali tra chitarre e voci acute. Perché Josh è eccezionalmente bravo a creare melodie orecchiabili, quasi da canzone pop, e inserirle in sperimentazioni che si avvicinano al post rock (“We’re Going Where”). Ogni strumento ha il suo giusto peso, nessuno prevale e la voce diventa un mezzo per colorare ulteriormente le canzoni.

La struttura strofa-ritornello-strofa-ritornello è assente, i brani vengono costruiti su passaggi di atmosfere. Questo costringe ad ascoltare l’album più volte per ricordarlo, ma offre il lato sperimentale e sognante del progetto (e qua “Mindwalk” è perfetta). L’elettronica viene gettata un po’ ovunque nell’album, anche se in piccole dosi, insieme a un dolce pianoforte, tanto amato da Klinghoffer. “Beseech” riassume tutto questo diventando il punto più alto dell’album, dove i Dot Hacker suonano contemporanei, melodici e coinvolgenti. “Apt Mess” invece, si avvicina allo stile compositivo degli album precedenti, decisamente più aggressivo e più semplice da capire mantenendo comunque un livello molto alto.

A dire la verità le capacità di Josh come compositore e chitarrista brillano di più su questa band che sui Chili Peppers, visto che non deve sentirsi sotto il giudizio di un  “ma Frusciante era meglio” ed è libero di sperimentare maggiormente sui suoni. Si respira quindi un’aria tranquilla, sognante che termina alla fine di un’ intensa “Minds Dying”. N°3 crea uno ampio spazio onirico che i quattro musicisti cercano di riempire il più possibile.