Ognuno elabora il lutto come può, nei tempi e nei modi che più gli si addicono: Devendra Banhart opta per la leggerezza, quella cifra stilistica che è il marchio di fabbrica della sua carriera musicale dagli esordi nel 2002. Il cantautore mezzo statunitense e mezzo venezuelano lo ricordiamo come artista a tutto tondo, pioniere del revival indie folk che tanto fa sfracelli oggi negli ambienti alternative e di tutti gli altri generi acustici con l’etichetta folk e weird attaccata, nonché colui che ha resuscitato con parti di cadavere ed un fulmine Vashti Bunyan ed hipster ante litteram quando ancora non andava di moda; tre anni dopo l’ottimo Mala si presenta  con un album segnato della perdita di ben cinque persone a lui care, tra cui il padre biologico e quattro amici tutti impegnati nel campo artistico (il dolore è amplificato dal fatto che il legame con il padre aveva iniziato a recuperarlo in prossimità della sua scomparsa). Non ha caso Devendra ha dichiarato che forse questa tristezza lo accompagnerà tutta la vita.

Nelle interviste promozionali il nostro cantautore ha anche rivelato che in Ape in Pink Marble viene rappresentato lo spettro completo che avvolge il lutto: la perdita, lo shock, la riflessione e l’accettazione. Tutto ciò viene musicato – e qui sta la cifra stilistica del disco – con leggerezza come abbiamo accennato, ma ciò non significa superficialità: la cura degli arrangiamenti e quel personalissimo tocco naif e stralunato tipico di Devendra Banhart rendono l’album riconoscibile e personale, pure troppo.

Se infatti l’apertura di Middle Names, dedicata al collega Asa Ferry degli Kind Hearts & Coronets la cui prematura scomparsa ha lasciato sotto shock Devendra (“I wonder where you are/Then I wonder again”), ci introduce nella tristezza del folk singer la cui voce non è mai stata così naturale come in questo brano, spogliata del vibrato ed inconsapevolmente struggente (come avrebbe dovuto essere l’album), il resto di Ape in Pink Marble ritorna nei binari canonici della produzione weird e stralunata del nostro artista.

C’è molto esotismo nel sound e nell’ispirazione come nella tribale Good Time Charlie, nel koto e marimba che accompagnano Jon Lends A Hand e nella piacevole bossa nova tra synth ovattati ed archi ben dosati di Theme for a Taiwanese Woman in Lime Green; brani le cui atmosfere richiamano il Brasile ed il Giappone, Paese caro a Devendra. C’è l’elettronica dei synth che può essere brillante come oscura: il primo caso riguarda l’inaspettata doppietta disco di Fancy Man, zuccherosa ed ammiccante e la frivolezza ai limiti del stucchevole di Fig In Leather, mentre sono più dark la riuscita Saturday Night dall’atmosfera plumbea allegerita dalle note del koto e con un testo carico di dolore (“You know how to numb the wound/ But you don’t know how to heal it / Trying waiting for hours, days and years /You can keep waiting but no one’s ever gonna show up here”) e le tastiere enfatiche dalla danza macabra e catartica in Mourner’s Dance. Su tutte, la voce di Devendra Banhart è un sussurro , un mormorio a volte lezioso e che a volte sfocia nel tedio (Souvenirs) in un viaggio che dal dolore passa al ripiegamento malinconico in sé stessi per giungere infine nella voglia di reagire, nel desiderio di vita ed ottimismo (Lucky), perché bisogna comunque festeggiare e celebrare chi non c’è più ed il fatto che si è vivi (la conclusiva, e non poteva essere altrimenti, Celebration).

I toni di Ape in Pink Marble non sono però quasi mai gravi o solenni, quanto piuttosto il risultato finale è un easy listening da fine estate a volte frizzantino e stralunato, a volte un po’ fine a se stesso. Il problema, non solo dell’album ma di Devendra Banhart, è uno stile derivato new weird folk che poteva essere dirompente quattordici anni fa ma che adesso inizia a mostrare un po’ la corda: sono i limiti che dimostra questo disco, incapace di colpire nel segno  perché troppo autocompiaciuto nella sua posa naif.

Curioso poi che quasi in contemporanea a questo lavoro Nick Cave ha pubblicato Skeleton Tree (recensito e promosso dal nostro Filippo Greggi), anche questo basato sulla difficile elaborazione di una perdita, se vogliamo ancora più sconvolgente (ultimamente il mercato discografico alternative è un continuo trigesimo): qualora pensiate che il lutto non s’addica ad Elettra se viene espresso con leggerezza, non vi resta che ripiegare sull’autentica, dirompente e struggente solennità del cantautore australiano, meno cool  ma forse più efficace.