Immaginatevi seduti in una stanzetta, la penombra che avvolge quasi tutto quello che avete intorno, è tutto molto cupo e rilassante; ora immaginate lì con voi un vostro caro amico, sia esso maschio o femmina non fa’ alcuna differenza, uno di quelli che sa sempre cosa chiedervi per far uscire fuori le cose che non dite mai, le paure più nascoste. Ecco ci siete quasi, l’atmosfera è giusta, ed è la stessa che la nostra cara Courtney Barnett proietta nel suo ultimo, attesissimo disco, Tell Me How You Really Feel. La penombra, l’introspezione e quelle parti di chitarra che tanto ci hanno fatto impazzire prima nel disco d’esordio e poi, lo scorso anno, nel duo con Kurt Vile.

Si presenta ai nostri occhi una Barnett profondamente cambiata dall’incontro con Vile, più posata e concentrata esordisce con una traccia che ci lascia incollati alle cuffie, prima un cupissimo riff di chitarra, dove si innesta la voce chiara e calibrata; per poi esplodere nel finale, quasi caotico, con chitarre distorte e riff martellanti di batteria.
Ci lascia entrare in punta di piedi in quello che sarà un disco estremamente personale e puntato verso i più profondi recessi dell’animo della nostra cantautrice.

You know what they say
No one is born to hate
We learn it somewhere along the way
Take your broken heart
Turn it into art
Can’t take it with you

Così non ci resta che proseguire e farci accompagnare da Courtney in questo “piccolo” viaggio nel tentativo di conoscersi e lasciarsi andare. Come quando vuole farci partecipi della paura di essere aggredita nel parco da uno sconosciuto, di come tenga le chiavi tra le dita quasi a simulare un tirapugni; per poi citare Margaret Atwood nel ritornello: “I wanna walk through the park in the dark/Men are scared that women will laugh at them/I wanna walk through the park in the dark/Women are scared that men will kill them“; il tutto in un pezzo che vorrebbe sembrare divertente e spensierato ma vuole mirare ad essere esattamente l’opposto, la durissima verità.

Se sentite ancora però il bisogno di una spinta, di energia, beh ci penserà il minuto e cinquanta secondi di I’m not your Mother, I’m not your Bitch. La vena Punk, quasi Grunge, dell’australiana qui viene esaltata con un pezzo veloce ed intenso, che vi farà saltare dalla sedia per poi farvi tornare immediatamente “culo per terra”(dopo altri due tre pezzi) per la splendida chiusura che si avrà con Sunday Roast. La splendida lettera con cui Courtney apre il suo portone per l’interno e fa uscire tutto in una toccante e delicata ultima traccia per un disco che non avrà l’immediatezza e l’irruenza di Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit, ma suona come uno spartiacque per il futuro dell’artista Australiana, uno spartiacque con una bellezza tutta da scoprire.

Keep on keepin’ on, y’know you’re not alone
And I know all your stories but I’ll listen to them again
And if you move away y’know I’ll miss your face
It’s all the same to me, y’know it’s all the same to me