Oggi vi accolgo nel piccolo studio di casa mia.
Mentre posiziono la puntina e dopo l’attimo di silenzio che dedichiamo a quel suono, vi chiedo: cosa c’era prima dei Rolling Stones?
Per rispondere a questa domanda vi toccherà arrivare alla fine della recensione. Ma non aspettatevi di trovare la risposta all’ultimo rigo dell’articolo, perché verrà fuori strada facendo. E la nostra strada parte dalla citazione di un tizio che con gli Stones ha avuto un bel po’ a che fare.

“Col passare degli anni, ho capito che la musica degli Stones si basa sul blues. La loro musica è una revisione del blues, un loro personale riarrangiamento. Credo che il blues rifletta certi aspetti dell’essere umano, sensazioni che proviamo in quanto tali. ”
Martin Scorsese, 2007

L’essenza dell’animo umano ha un che di blues, e l’essenza degli Stones sta tutta in Blue and Lonesome.

Sia chiaro: in quest’album non c’è nulla che non abbiate mai sentito in vita vostra, e ve ne rendete conto ai primi secondi di ascolto. Ma c’è una sorpresa: non avete mai sentito gli Stones suonare così.
Questa chicca di 12 tracce che giocano a flipper fra il Delta e Chicago è una ristretta antologia di brani impeccabilmente riproposti con un carattere del tutto autentico, autoctono se mi passate il termine, proprio di un gruppo che sa di far parte di un Pantheon di divinità musicali tutt’altro che eteree, ma concrete, vive. E le vecchie guardie del rock britannico riportano in vita Little Walter, Willie Dixon, la natura del blues più ruvido come papà Jimmy Reed gli ha insegnato. E quell’immortale Howlin’ Wolf che durante lo show americano Shindig li vide sedersi ai suoi piedi per ascoltarlo mettere tutta l’anima in un’armonica. ‘Adesso stiamocene tutti zitti perché c’è Howlin’ Wolf, sul palco!’. E ce ne stiamo zitti anche noi, col primo singolo di quest’album qua.

Blue and Lonesome è un album strapieno di romanticherie. Di spassionate confessioni al lume di un paio di candele consumate o urlate sotto al balcone dell’amata, o bisbigliate a se stessi in totale solitudine a bere una pinta al bancone di un bar mentre in un angolo della sala, illuminata da un paio di fioche luci calde, c’è la band che dolcemente accompagna le tue preghiere, Mick.

La traccia che dà il titolo all’album è di un decadentismo sconcertante, ‘sono triste e solitario’, e immagini Jagger vagare per le strade nella disperazione più totale. A rendere credibile quel che Mick urla ai lampioni è il lamento corale che risiede nelle chitarre, e la loro unione con un solo di armonica scartavetrato quanto basta. E’ quasi un botta e risposta fra voce e chitarra. E’ sempre stato così: una trama intessuta da più protagonisti, molto spesso due weaving guitars, chitarre che s’intrecciano in due pattern sovrapposti, quando l’aggressività delle corde di Richards fa slalom fra le pacate armonie acustiche di Brian Jones.

E se il cadenzato riff di Commit a Crime è scandito da una manciata di note riverberate all’infinito, il grido a pieni polmoni di All of Your Love lo rende uno dei pezzi più sentiti di tutta la collana di perle. Jagger strilla come un autentico bluesman ferito a morte. Il dolore dell’abbandono si lascia cullare da una chitarra mediatrice, ripercorrendo i passi tracciati da Magic Sam e lasciando che l’ascoltatore gli vada dietro con sguardo compassionevole. Che gli faccia da spalla, e lo accompagni in un posto sicuro. Buttato giù l’ultimo sorso, si va. Il finale di All of Your Love si avvia verso la porta in punta di piedi, come un gatto che non vuole farsi beccare mentre trascina via un bottino di cui nessuno all’infuori di lui potrà capire il valore.

Il blues va preso con estrema serietà. Ma se non ti diverti mentre lo suoni, quel che chiami blues, del blues non ha proprio nulla. Lo conferma Keith Richards a Rolling Stone mentre con una semplice frase descrive i tre giorni scarsi di registrazione dell’album, a Settembre: “E’ divertente, lo è sempre!”.
Gli allegri giovincelli di Londra si divertono come ragazzini impegnati nella più spontanea delle jam sessions, perdendosi spensierati nel letto d’un puro blues trascinante.

Alla sesta traccia, un inconfondibile magic touch ti fa girare la testa di scatto e pensare: “Ma questo è Clapton!” e lo è, è lui davvero. Everybody Knows About my Good Thing vede proprio Eric slowhand Clapton come ospite d’onore, e chi meglio di lui per un bel blues arrogante? Non si smette di buttare dolcemente la testa un po’ verso destra, un po’ verso sinistra, mentre i misurati stacchi di Charlie Watts ti rendono il tempo che detta l’incessante ondeggiare. E’ il potere del blues: ti fa muovere come su una gondola che galleggia su un lago di whisky caldo.

Dalla seconda metà in poi il groove si fa più pressante e più sentito e più marcio assieme.
Ti senti nel West Chicago dove il blues è crudo e fluttuante allo stesso tempo, e i bicchieri non sono mai abbastanza pieni. Dove le storie d’amore dipingono poesie cantate e le chitarre tendono loro la mano rendendo ogni brano una inscindibile unione di tristezza e sensualità.

L’armonica solitaria di Little Rain si sdraia su un languido tappeto di accordi sonnolenti e fa da eco all’umore del protagonista del film che ci si materializza in testa mentre il vinile gira. Perché Little Rain è lo sfondo perfetto per una di quelle scene da film americani in cui il protagonista sa seduto sul letto della sua camera di un motel malandato in un afoso pomeriggio senza null’altro da fare che fumarsi una bella sigaretta guardando le macchine che sfrecciano sotto la pioggia calma, fuori. Oppure no, oppure andrebbe benissimo per un ballo lento con due soli finali possibili: piangere, o bere un altro bicchiere.

L’ultima fatica dei vecchi pirati è un’ode alla musica sentita nelle viscere, al groove che tira fuori il meglio di te e il meglio di te che genera il groove, è un inno alle origini di una musica in costante evoluzione ma che sta sempre a girarsi per vedere se il passato le copre le spalle, da eterna, inesauribile fonte d’ispirazione. C’è un termine che Scorsese usa in quell’intervista che vi ho citato su, ed è anthemic. Perderebbe d’efficacia se vi dicessi che in italiano si avvicina a ‘risuonare come un inno’, quindi non lo farò.

Blue and Lonesome suona come un album che c’è sempre stato, costante sottotraccia di una carriera artistica incredibile. Ad ogni brano sembriamo riconoscerne lo stampo, il profumo, l’essenza, il carattere di ogni ditata, le battute accoglienti, le voci familiari.

Deliziosamente raffinati come uno scotch ben invecchiato, a 70 anni suonati (in tutti i sensi) i Rolling Stones sfornano una brillante collezione anacronistica in uno scenario il cui ritmo è ormai scandito dagli effetti spaziali dell’elettronica, dall’ombra gigantesca e soffocante dell’orecchiabilità insita nel pulitissimo pop che puzza di plastica. Gli Stones nascono dal blues e si percepisce, in queste tracce, che mentre suonano musica nera si sentono veri. E’ come se lo facessero da tutta una vita, e più o meno è davvero così.

Al calar del sole, lascio la parola ad Otis Rush, cui lascio anche lo sporco compito di chiudere l’album. Tocca al bluesman di West Chicago staccare la corrente con la struggente I Can’t Quit You e non ci sarebbe titolo più azzeccato, per una colonna sonora che non riusciamo a lasciar andare.
Ma basta spostare indietro la puntina, e ricominciare.

Dicevamo: cosa c’era prima dei Rolling Stones?
Sicuramente, c’era il blues.

 

Martina Petrizzo