Quello in cui tutti speravamo ma che non avevamo il coraggio di aspettarci è successo: Kendrick Lamar, insieme agli altri della TDE e molti artisti di spicco, si è occupato della colonna sonora del nuovo film Marvel Black Panther (visione consigliatissima). Chi meglio di loro, visti i temi che affrontano di solito e l’attitudine che sfoggiano, avrebbe potuto cogliere e tradurre in musica la storia del re di Wakanda?
L’album, soprattutto per essere una colonna sonora, è nel complesso ben realizzato e rappresenta molto bene le scene del film –a eccezione di qualche brano che sembra andare fuori tema–, ma soprattutto ne incarna perfettamente l’ambientazione dal punto di vista sonoro con un misto di Hip Hop e Trap moderni affiancati da musica tradizionale africana.

Your native tongue contradictin’ what your body language say
Are you a king or you jokin’? Are you a king or you posin’?
Are you a king or you smokin’ bud rocks to keep you open?
Because the king don’t cry, king don’t die
King don’t lie, king give heart, king get by, king don’t fall
Kingdom come, when I come, you know why

Gli argomenti trattati variano dal razzismo all’amore, dalla lotta tra pari all’affermazione di sé, mentre il sound spazia abbastanza notevolmente, arrivando addirittura a incorporare un’influenza EDM in Opps di Vince Staples e Yugen Blakrok.
Va precisato, prima di entrare nel dettaglio, che non si tratta di un album di Kendrick Lamar, ma curato dal rapper che, nonostante sia la voce principale e dominante, non è presente in tutte le tracce.

L’uscita del disco è stata preceduta da tre singoli di K Dot: All The Stars con SZA (il cui cantato è a dir poco spettacolare), King’s Dead con Jay Rock, James Blake e la ridicola interpretazione di Future, infine Pray For Me con The Weeknd (che per quanto orecchiabile non riesce a non suonare come un “già sentito”). Tuttavia la parte più interessante dell’album è senza dubbio quella che non avevamo ancora sentito prima del rilascio: molti di questi pezzi, infatti, mettono in luce un grande impegno da parte della maggior parte degli interpreti, valorizzando abbondantemente anche quelli meno conosciuti o solitamente ignorati.

I don’t plan for luck, I keep workin’ hard
Who keep blessin’ us? Ugh
I’m on a ten and I need a ten
Nigga, done made in my M a week
Nigga, December been good to me
Not even Kendrick can humble me

X è la prima di queste canzoni: un banger vero e proprio, con un beat dalle influenze Trap, un ritornello accattivante di Kendrick e delle strofe –a eccezione di quella tristemente vuota di Saudi– memorabili: quella inaspettatamente riflessiva ma sfacciata di 2 Chainz e soprattutto quella inarrestabile e violenta di ScHoolboy Q, che dimostra di meritare molto più credito di quanto gliene sia dato.

Un’altra ottima traccia è Bloody Waters di Ab Soul, Anderson .Paak e James Blake –quest’ultimo, purtroppo, impiegato nuovamente soltanto per la transizione finale– con un beat molto tranquillo a metà tra l’Hip Hop classico e la musica tribale, con un suono che sembra quasi essere stato prodotto sottacqua. Le strofe di Soulo sono estremamente intelligenti, cariche di significato, metafore e giochi di parole relativi all’acqua e alla violenza, da cui il titolo.

So what’s your game plan if you got one?
You aimin’ at passengers with a shotgun? (woah)
The aftermath is you in the scope
It’s warfare, is war fair? (no)
You understand? It’s probably better you don’t
Just keep a dock on standby, charter a boat
Ships set sail and planes depart
The big picture’s in motion, are you playin’ your part?

Uno dei beat più interessanti è quello di Redemption: minimale, composto da note di pianoforte e una batteria mista tra musica Dance e tribale, che dà una sensazione di riflessività e di allegria. Tutt’altro che entusiasmante è la performance canora di Zacari, che però viene risollevata da quella di Babes Wodumo, cantata in lingua Zulu.

Quello che forse è il pezzo più profondo dell’album è Seasons, con un beat lento e tribale sul quale si alternano le strofe di Sjava (in Zulu), Mozzy e Reason. Quest’ultimo si rivela essere la più grande sorpresa dell’intero progetto con una strofa magistrale che, di fatto, rappresenta uno dei picchi più alti del disco.

I carry my city like guilt that ain’t got no forgiveness
No way out, shit we locked in the system

Con questa colonna sonora, quasi tutti gli artisti presenti dimostrano di essere in grado di lavorare molto bene insieme, anche con accostamenti improbabili, per un risultato esaltante con poche debolezze. Ciò che lo rende particolare, tuttavia, è che, dopo la visione del film, l’album acquista una nuova interpretazione: non risulta, infatti, un accompagnamento musicale per la pellicola, ma piuttosto ne racconta la storia attraverso dei brani che funzionano perfettamente sia se legati alla trama che in maniera isolata.
Un altro trionfo targato TDE.