Domenica 17 agosto 1969.

Il sole è calato da un po’, sulla gente che affolla la prateria di Bethel. Al terzo giorno di ininterrotti canti e balli sfrenati la stanchezza si fa sentire e, mentre qualcuno si accascia per tentare di metterla a tacere, sul palco sale l’ennesima band. Si fa spazio nel buio, nel groviglio di cavi che inonda le umide pedane del piedistallo. Il biondo chitarrista tende l’orecchio alle corde mentre le tende girando le chiavette. La chitarra ha perso un po’ d’accordatura per i capricci del tempo, e la frenesia del dietro le quinte non ha permesso di ovviare prima. Ma è un attimo: il frontman si asciuga il sudore via dalle sponde del caschetto disordinato e annuncia il pezzo. Un surreale silenzio precede l’intro più adrenalinico che gli ultimi anni di rock dal vivo possano ricordare. Il riff di I’m Going Home sciocca l’audience per la sua velocità e l’anima blues di quel ragazzetto smilzo che per tutta la durata della canzone suona con gli occhi chiusi. Con naturalezza invidiabile, e movenze sciamaniche.

Chissà che starà vedendo in quella testa. Quale gamma di colori genera, il blues?

Fu così, con un intermezzo di Blue Suede Shoes di Elvis della rapidità di un morso e le mani in un moto perpetuo su quei tasti, che Alvin Lee fece innamorare Woodstock. Eppure, questo particolare successo, lui, non se l’è mai spiegato: si chiedeva spesso cosa sarebbe successo se invece nel film avessero messo un altro dei pezzi eseguiti. Uno qualsiasi, ma non quello.

“They called me ‘Captain Speedfingers’ and such, but I didn’t take it seriously. There were many guitarists faster than me—Django Reinhardt, Barney Kessel, John McLaughlin and Joe Pass to name a few.”
Alvin Lee

L’eloquenza della Gibbo 335 di Alvin lasciò tutti a bocca aperta. Quella sera, fra le ipnotizzanti esibizioni di Canned Heat, Joe Cocker, Hendrix, lui e i suoi Ten Years After tennero il pubblico col fiato sospeso per circa 12 minuti. Il frenetico assolo richiamava sonorità di un vecchio blues stagionato reincarnatosi in un venticinquenne bianco delle midlands orientali cresciuto a pane e Chuck Berry. A Graham Barnes – questo il vero nome dell’insospettabile genietto in bluejeans che concluse la sua performance in quella landa desolata del New York caricandosi in spalla un cocomero più grande di lui – la scuola non piaceva. Così, durante le lezioni si esercitava con gli accordi su un mezzo manico di quattro tasti che teneva nascosto sotto al banchetto.

Fondò i TYA nel 1966 e con loro cominciò a suonare nei club underground di Nottingham come l’UFO e il Middle Earth, posti in cui le performance di quartetti d’archi s’intrecciavano con quelle di poeti contemporanei in cerca di comprensione e luci basse quanto basta. Mai avrebbero pensato di poter suonare al primo, grande festival della storia, fra fango, acidi, congas, nudisti, sorrisi, gadgets, schiere di teste dai capelli lunghi fino al sedere, frange, bambini, a centinaia, centinaia di migliaia. Arrivati sul palco di Woodstock, però, i TYA erano già in via d’estinzione. Da quel momento in poi fu un costante tira e molla fra la band e Lee, che nel 2003 avrebbe lasciato i suoi compagni in maniera definitiva, in favore di una meno clamorosa carriera solista. Il nucleo originario, orfano di padre, avrebbe continuato ad andarsene in giro con quel nome, pur avendo perso la propria essenza: “E’ l’unico modo in cui possono sperare di guadagnarsi da vivere”, disse qualche anno fa Alvin. Eppure, a guardare il docu-film del 1970 diretto da Michael Wadleigh (e montato, fra gli altri, da tale Martin Scorsese) la band non sembrava poi così in crisi. Pareva emanare energia positiva che le telecamere non fecero alcuna fatica a catturare.

“If the people in the audience are talking, you’re being ignored. If the people are gazing at you, you’ve got something they want to hear.”
Chuck Berry

Ed è questo ‘gazing, il fissare, il contemplare, l’inevitabile conseguenza del dirty dancing con protagonista una chitarra che fra le mani di Lee si fa partner a tutto tondo. Questi sempre troppo pochi minuti hanno stregato generazioni, e se non vi avete mai assistito, se non vi è mai capitato neanche per caso di beccare in giro la testimonianza di questo magico momento non c’è motivo (se ci si sente almeno un pizzico in colpa) di non rimediare ad una mancanza del genere.

A capire perché Alvin Lee venga annoverato fra i chitarristi rock-blues più influenti della storia della musica, è questione di qualche istante. Poche note. Una magia.

 

Martina Petrizzo