I Pink Floyd entrano in studio con le idee molto chiare sul progetto da realizzare. Su tutti, Roger Waters è deciso sul modo in cui mettere insieme un preciso ciclo di brani raggruppati sotto un nome: The Dark Side Of The Moon. L’opera era stata già resa nota, anche se embrionalmente nel 1972 in alcune date londinesi, di debutto per Dark Side. Era stato dichiarato in qualche modo il contenuto dell’album concettuale con un curioso sottotitolo: A Piece For Assorted Lunatics, utilizzato nella prima esibizione pubblica del nuovo materiale musicale.

Sulla soglia dei trent’anni, Roger Waters e i suoi sodali avviano una ricerca minuziosa delle atmosfere giuste per esprimere preoccupazioni e ansie connesse a quel periodo di ideale transizione delle loro vite. Promotore di questa indagine dell’animo umano è Waters, pronto a irrompere dall’anonimato in cui ristagnava il suo ruolo di bassista/compositore. Viene domandato di tutto e a tutti, chiunque passasse per gli studi di Abbey Road, approfondendo temi differenti, dai vizi alle paure, dal tempo che scorre alla morte.

“Sono stato pazzo per un sacco d’anni, cazzo, anni interi,

sono stato oltre il limite per un sacco di tempo, mi sono fatto il culo per le band… “

“Sono sempre stato matto, so di esserlo stato, come la maggior parte di noi…

Difficile da spiegare perché sei matto, anche quando non lo sei…”

Introduzione in crescendo, Speak To Me, firmata Nick Mason che racchiude in circa un minuto tutte le stanze dell’album. Battito cardiaco. Poi le urla meravigliosamente disperate dell’immortale Clare Torry gettano l’ascoltatore dentro il primo brano: Breathe. Il primo elemento simbolico è il respiro. Più in particolare, si tratta dell’invito a “respirare a pieni polmoni” e godersi la vita con tutte le sue emozioni e le sue pulsioni. Breathe, breathe in the air / Don’t be afraid to care . Il perché? La vita non è altro che ciò che si vede e si tocca, i sorrisi e le lacrime, e nulla più. Paragonati a un coniglio frettoloso che scava la propria tana e si dimentica del mondo che lo circonda (Run, rabbit run / Dig that hole, forget the sun ), viviamo con un unico punto di riferimento, banale ma spiegato con inevitabile franchezza: la morte. For long you live and high you fly / But only if you ride the tide / And balanced on the biggest wave / You race towards an early grave. La benzina di questa corsa “verso una precoce sepoltura” sarà – e cosa altrimenti? – il tempo.

E dopo On The Run che racconta la corsa disperata verso la fine e con l’esplosione conclusiva a seguito di uno schianto aereo pauroso, siamo al ticchettio degli orologi di Time. E’ chiaro quanto pessimismo trasudi già dalle prime parole. Il tempo non è solo incontrollabile ma è anche amaramente in anticipo sulla nostra stessa vita, rimasta ferma alla partenza senza che ci siamo accorti dello starting gun. Giriamo a vuoto, incastonati in un loop opprimente come uno piccolo spazio cittadino, senza aprirci al mondo e agli altri. Senza nulla da fare, ci si incoraggia che la vita sia lunga e che si è giovani quando, a un tratto, ti ritrovi dieci anni alle spalle, passati senza che nessuno abbia fatto presente quando svegliarsi dal torpore. And you run and you run to catch up with the sun but it’s sinking / Racing around to come up behind you again. Corriamo per acchiappare il sole, per riuscire a guadagnare del tempo extra ma finiamo per essere inseguiti e invecchiare inesorabilmente perché il sole finisce sempre per riapparirci alle spalle anche se stavamo inseguendo col fiato ormai corto il tramonto. Non si riesce ad avere il tempo di finire i propri piani, realizzare i propri progetti. Qui la geniale trovata metaletteraria, l’impossibilità di concludere il discorso con una canzone: The time is gone, the song is over / Thought I’d something more to say.

 

“Non ho paura di morire, in qualunque momento andrà bene, non mi importa.

Perché dovrei aver paura di morire? Non ce n’è ragione, prima o poi devi andartene.”

Senza sminuire la profonda riflessione quasi mistica di The Great Gig In The Sky che, ricordiamolo, viene fuori da una registrazione quasi improvvisata e stimolata da un invito a “pensare alla morte” fatto all’epica cantante Clare Torry, l’altro elemento che non poteva sfuggire all’analisi sociologica di mastro Waters è il denaro, altra illusione della vita. In Money troviamo la profetica demonizzazione della fama e del successo. Descritto come uno spasso, tra diverse allusioni a una vita molto agiata, da miliardario, piena di divertimento e sregolatezza, si mette in chiaro come il denaro sia altamente volatile ma così importante nell’affermazione sociale. Sprezzante è l’accusa verso l’ipocrisia de “l’origine di tutti mali è il denaro” e di tutto l’atteggiamento fintamente umile nei confronti di questa effimera fonte di vita: Money, it’s a crime./ Share it fairly but don’t take a slice of my pie. / Money, so they say / Is the root of all evil today. / But if you ask for a raise it’s no surprise that they’re giving none away.

Dopo questo ironico inno all’avidità e al lusso, la ferocia che divide in qualche maniera le persone viene magistralmente espressa dal pezzo più evocativo dell’intero ciclo. Us And Them è il teatro di una particolare battaglia: quella delle parole. Us, and them / And after all we’re only ordinary men. Ci ritroviamo in contrapposizione senza sapere perché e da che parte della barricata ci siamo schierati. Nel costante senso di “complotto” che Waters trasmette, si inserisce un misterioso regista delle azioni belliche che ci urla di andare avanti e morire scontrandoci con i nemici, gli Altri, orchestrati come siamo da logiche sistemiche che non possiamo controllare e conoscere. Forward He cried from the rear / and the front rank died.

E’ Brain Damage che spiega come sopravvivono coloro che non hanno retto alla pressione del sistema e che evidentemente sono i “pazzi” rimasti fuori dalle convenzioni sociali. Anche se un naturale riferimento va a Syd Barrett, si parla di tutti noi in bilico tra normalità e patologia mentale, sempre sull’orlo della depressione, della follia e dell’alienazione più profonda. E’ il lunatico (nel folklore popolare associato alla follia) il protagonista di cui si parla, termine che ha smesso di essere utilizzato in ambito medico ma che in questo caso assolve perfettamente alla funzione e al collegamento con il concetto. Stare a ricordare il passato vivendo di nostalgia, leggere il giornale e tenere la testa bassa: tutto ciò che dovrebbe tenere “buoni” i malati, ma che in alcuni, a un certo punto, causa confusione sulla propria identità e su quello che gli viene messo in testa. There’s someone in my head but it’s not me. Il lavaggio del cervello per tutti e il controllo sociale per chi esce fuori dal recinto: sembra questo il significato di questa vita imprigionata in schemi molto più grandi di Noi. E’ possibile incontrarsi con questo “altro”, il pazzo o l’escluso(si), “nel lato oscura della luna”. And if your head explodes with dark forebodings too / I’ll see you on the dark side of the moon.

 Una degna conclusione, semplice, immediata e riassuntiva di un percorso così pieno di ostacoli e lune, è il brano Eclipse. Ogni cosa che possiamo inglobare, incontrare, e ogni cosa che poi, in fondo, subiamo può spezzare il nostro delicato equilibrio portandoci a esiti (o iperboli di vita) dei quali l’ultimo era stato proprio la follia. Perché, è importante qui, basta la piccola luna a distruggere il potenziale luminoso del sole. All that’s to come / and everything under the sun is in tune / but the sun is eclipsed by the moon. Una oscura luce è sempre pronta a distruggere l’energia vitale solare. Ed è questo che si è cercato di spiegare con le direzioni incredibili e impreviste che si possono affrontare nella propria esistenza. Ma è significativo il finale enigmatico e insieme inquietante che chiude il disco nel battito cardiaco che ci aveva lentamente accompagnato nei primi attimi dell’opera.

 

A dire il vero non c’è un lato oscuro della luna. In realtà è tutto buio.