Viaggio attraverso il “nuovo” personale e politico.

«Un sacco di gente lo accusa di essere poco coinvolgente, poco naturale, poco emotivo, ma il laptop mette in relazione così tanto della mia vita… Il mio Skype, il mio conto in banca, le mie email, i miei rapporti personali (…) In effetti è uno strumento iper-emozionale: ha più contenuto emotivo di quello che un violino potrebbe mai sognarsi (…) Come esprimiamo oggi le emozioni che proviamo? Mi sembrerebbe strano usare un crescendo di violini per descrivere i sentimenti che provo dopo che mi sono lasciata con uno su Skype».

A prima vista potrebbe sembrare un dialogo uscito da chissà quale romanzo sci-fi adattato nei nostri anni, dalla visione distopica ma attuale. Una sorta di racconto del nostro tempo che si tramuta in una distorsione della realtà. In verità sono parole di Holly Herndon, cantante statunitense del Tennesee. Definita da alcune riviste “la regina della tech-utopia”, la Herndon nel 2015 con l’uscita di “Platform” ha fatto molto parlare di sé, e di quanto il suo disco probabilmente fosse la cosa più attuale che il mondo della musica avesse partorito fino a quel momento. A due anni di distanza la situazione non sembra essere tanto variata, forse con l’unica accezione che la sopracitata dichiarazione si perpetua nel tempo e riveste un immaginario, se non una realtà sempre più nitida e veritiera. Quindi cosa all’interno di “Platform” suscita tanto scalpore ed ha aperto così tanti accesi dibattiti? Sono state spese migliaia di parole, fatte degressioni filosofiche e politiche a riguardo, le stesse che la Herndon ha infilato tutte in un’opera che racconta la linea sottile fra pubblico e privato, fra personale e politico.

I punti di vista della cantante statunitense dividono ad oggi in due il dibattito, fra chi trova la sua una ovvia constatazione del presente e chi invece pensa che probabilmente sia una visione fin troppo eccessiva e quasi frutto di un lavaggio del cervello figlio di chissà quale lobomotizzazione digitale. L’iper-emotività digitale della Herndon ha però dalla sua circostanze che attestano quanto sia esperienza più che viva, “realtà solida” che si sgretola sì in un mondo virtuale e dunque teso all’immaterialità, ma che trova risposta nel presente in maniera decisamente netta. Platform è sicuramente una delle testimonianze che meglio detta la descrizione della nuova estetica hi-tech, un flusso di coscienza che sovrasta la quotidianità di chiunque, a volte in modo diretto, altre inconsciamente, appunto. A partire dal suono, “Platform” è costituito da una amalgama di effetti ed elementi brillanti composti essenzialmente da una struttura fluida, che si intrufola in ogni angolo e che a volte tramuta in superfici più solide, come testimonianza di una adattabilità fuori dal comune. Liquido esattamente come il mondo moderno (pace all’anima di Bauman). Il titolo del disco poi è ispirato alla teoria di Benedict Singleton, accademico e designer che predica la costruzione di spazi deputati al dialogo che lui chiama appunto “piattaforme” in cui la gente possa comunicare e interagire in modi differenti, al fine di trovare soluzioni innovative ai problemi propri e del mondo. La piattaforma è uno spazio di condivisione, che abbatte qualunque gerarchia. Sovviene alla mente anche “Exit, Voice, and Loyalty“, opera dell’economista tedesco Hirschman, che con il concetto di “exit” intendeva l’effettuarsi di interazioni non più con il proprio gruppo di appartenenza, ma con soggetti esterni al gruppo stesso allargando il proprio raggio d’azione permettendo una cooperazione più ampia.

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Guarda caso molti suoni contenuti nel disco di Holly Herdon provengono da registrazioni fatte online attraverso un sistema inventato dall’artista Mat Dryhurst. Il sistema si chiama net concrete e il suo lavoro è quello di campionare audio mentre qualche utente sta navigando fra una pagina e l’altra. Il risultato sono suoni dalle trame fredde e distanti, ma che per la Herndon hanno come scopo di descrivere il rapporto simbiotico tra sé e la tecnologia. Il tutto crea un mondo completamente distante dal solito immaginario cupo e divisorio che si ha della tecnologia, piuttosto si concretizza in una visione ottimistica, dove il futuro è radioso e le nuove tecnologie diventano la chiave per creare vicinanza e intimità. Il critico statunitense Deforrest Brown Jr. ha però lasciato intendere come sottolineare gli stessi aspetti positivi delle nuove tecnologie ci faccia poi dimenticare come le stesse siano motivo di sfruttamento e addirittura “depressione digitale”. La stessa che mette in correlazione il capitalismo con la salute mentale degli individui schiacciati dalla morsa dell’assolutezza capitalistica, dalla competizione e la mania dell’iperconnettività. La filosofia della Herndon però assume comunque toni ottimistici, con una visione tesa essenzialmente alla condivisione, come da lei dichiarato infatti “È la mia aspirazione che la gente lavori assieme per trovare scenari alternativi a quello attuale, perché quello che abbiamo adesso non funziona”. Chiaramente riferendosi al capitalismo definendolo esattamente dicendo “Capitalism is sucking the life out of everything”.

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Dietro ai lavori della Herndon risiede poi il collettivo olandese di design Metahaven, diventato famoso qualche manciata di anni fa per una loro campagna sullo scandalo Wikileaks. Metahaven è da sempre impegnato politicamente, celebre per le sue posizioni decisamente radicali riguardo ai brand un brand è una forma di pregiudizio socialmente ed economicamente sostenuta”. In questi anni il collettivo ha combattuto le proprie “battaglie dall’interno” suscitando non poca curiosità, e nel video di “Home” di Holly Herndon, per il quale hanno collaborato, viene messo alla luce tutto il discorso sul controllo informatico, datagate e la circolazione delle informazioni personali. Visto da questo punto di vista il racconto della Herndon più che una constatazione della realtà, diventa una vera e propria denuncia. Non a caso l’artista parlando del caso NSA ha dichiarato «la mia casella di posta per me era la mia casa e pensare che qualcuno abbia potuto violare quello spazio…è qualcosa di leggermente malato». Per la Herdon, insomma, la tecnologia è una questione privata, personale, che mette alla luce come oggi più che mai la sfera personale sia anche politica, in un discorso che trascende in una vera e propria simbiosi con le nuove tecnologie, tanto da dichiarare esplicitamente di sentirsi parte di esse, in un discorso dalla matrice e il sapore completamente transumanista.

Ma c’è anche dell’altro, c’è una denuncia alla diseguaglianza sistematica e al neofeudalesimo, e di come «più ci si immerge nelle interfacce e nell’internet e più si diventa vulnerabili», soggetti al bullismo di nemici riconoscibili e altri più subdoli. La Herndon ci avverte che “la tecnologia significa conflitto”. O per meglio dire: “un MacBook è eccezionale per far girare una workstation audio, ma le politiche sul lavoro della Apple sono quantomeno discutibili. I software possono partorire suoni che nessuno strumento è in grado di produrre, ma possono anche essere l’obiettivo di una cyber-sorveglianza non richiesta”. E’ il rovescio della medaglia del mondo che la Herndon intende rappresentare, un futuro che in realtà chiamiamo tale per convenzione ma che già sta accadendo ed più che presente, meglio descritto da quest’opera e da questa artista più di qualunque altro manuale post-moderno. Una guida al “nuovo mondo”, ovvero la realtà virtuale, meta sempre in continua ed infinita espansione.