Sono sere strane.
Il vento fa le fusa, il cd nello stereo continua a saltare. La solitudine tipica dell’autunno ha bussato alla mia porta con un tempismo da record, e per fortuna, direi.
Perché in certe sere, tutto ciò che vuoi è startene per fatti tuoi. A sentire il vento che fa le fusa, e il cd che salta nello stereo. E mentre lo fai, probabilmente stai ascoltando un pezzo come questo.

‘Out of the blue’.. ma perché? Si sta così bene, nel proprio mondo kind of blue, piuttosto triste. Un senso di nostalgia verso qualcosa che non sai definire bene e nemmeno t’importa di farlo. ‘I miss the comfort in being sad’, cantava Cobain in Frances Farmer, ed è così: dalla tristezza nascono cose meravigliose, quando sappiamo navigarci dentro. Ma nemmeno troppo, perché scavare a fondo spazzerebbe via la magia. E’ un moto perpetuo ed infrangibile, quello della tristitude, struggente quanto irresistibile. Tutto ciò che hai ottenuto dall’ennesima giornata inconcludente è la conferma che non hai la vita che sognavi, non sai se l’avrai e il pessimismo che ti si è attaccato alla nascita come una cozza ti porta a pensare che domani, quando ti sveglierai, nulla cambierà?
Allora prendi le cuffiette, nella solitudine della tua camera. A tutto il resto, penso io.

Questa storia comincia con un quarto di dollaro. Molto meno, in realtà.
Il poco più che ventenne Duane Allman è davanti a una cabina telefonica, agita la mano che stringe la cornetta attaccata al filo. Fuori piove a dirotto, ma lui canta, disperato. Veste a nuovo gli struggenti ripensamenti di Boz Scaggs, cui fanno da sfondo un organo triste ed accorto e i toni sommessi di una chitarra che avanza senza alcuna speranza. ‘Qualcuno mi presti dieci centesimi, che devo richiamare i miei vecchi tempi’, devo fare una telefonata all’amore perduto, quella bella ragazza di cui non capivo il valore all’epoca ma che scemo, l’ho capito soltanto adesso ch’è tardi. L’intensità aumenta, e la rabbia per la stupidità dell’averla lasciata andare si alza in un acuto, per poi calare di nuovo in una pozza di speranza completamente prosciugata.
E non ho soldi per chiamarla proprio ora che vorrei tornare indietro, ma anche se la chiamassi, a che servirebbe?
“Ho imparato che ci sono amori impossibili, amori incompiuti, amori che potevano essere e non sono stati. Ho imparato che è meglio una scia bruciante, anche se lascia una cicatrice: meglio l’incendio che un cuore d’inverno.”
Ferzan Ozpetek, Rosso Istanbul

Tocca ai lamenti che hanno attraversato le corde di Lucille per arrivare fino alle mani di un poco più che ventenne Peter Green. Nel buio della notte, un worried dream disturba il sonno del tormentato bluesman. L’incubo di un tradimento, e quello di un addio, sfociano nelle lacrime inconsolabili di chi è lontano dalla persona amata e non ha altri mezzi se non un pianto disperato. Finché uno spiraglio non entra dalle pieghe della persiana, che se soltanto l’avessi chiusa meglio non avresti dovuto arrenderti al giorno. Eppure.

“E per quanto siano fervide le mie preghiere, per quanto disperato il mio desiderio, c’è un oceano fra di noi; là starà ella a far la fame, e qui io camminerò da una strada all’altra, con le lacrime cocenti che mi bruciano il viso.”
Henry Miller, Tropico del Cancro

Ogni musicista nelle cui vene scorra sangue blues si sveglia ogni mattina con un pensiero in testa, a conferma della classica formula Woke up this morning with.. (continuare a piacere). Pallini malinconici che portano a vivere la giornata con quel velo di tristezza più che mai necessario in questo genere musicale.
Altrimenti, non si chiamerebbe blues. Abbreviazione di blue devils, le intense allucinazioni visive che seguivano sbornie colossali (si pensi alle ‘blue laws’ di alcuni stati USA) e includevano di tutto, dagli elefanti rosa ai fantasmini consiglieri. I diavoletti blu avrebbero poi portato a designare la condizione di blue come stato depressivo. Pura e semplice melancholia.

Un bluesman non è tale se non ha una ferita. Ancora fresca o all’apparenza rimarginata, non fa molta differenza. Col tempo, anche certe cicatrici appaiono incandescenti.

“Per un po’ forse continuerò ad urlare il tuo nome a me stesso, nel cuore. Ma alla fine la ferita si cicatrizzerà”
David Grossman, Che tu sia per me il coltello

Il blues, quelle ferite le canta. Le sbandiera ai quattro venti per esorcizzare dolori dei più disparati.
Ricordi che non vuoi rivivere e che eri certo d’aver rimosso, stipati in qualche angolo polveroso della tua memoria dove, anche se dovessero urlare, non li sentiresti mai. E invece.

“La memoria si blocca. Ma è ancora lì tutta intera.
Anche le cose più dimenticate si ripresentano, ma quando vogliono loro.”

Elias Canetti, Il cuore segreto dell’orologio

“La vita doveva essere qualcosa e aspettavo che questo qualcosa arrivasse, lo cercavo. Ora penso che non c’è niente da aspettare, così resto nella mia stanza, seduto su una sedia, e non faccio niente.”
Agota Kristof, Ieri

Insoddisfazione. Banale, inflazionata insoddisfazione che non cambia mai la sua essenza: semplicemente, la si chiama con un altro nome. Un giorno lunedì, un altro giovedì. Da quella finestra, tutto è uguale: le persone come formichine operose che se ne vanno avanti e indietro, mezzi rumorosi, foglie che cadono e alberi che si spogliano, tutto è uguale e si ripete in un ciclo grigiastro che nulla aggiunge, ma neanche toglie, ai tuoi giorni.
E T-Bone Walker lo sa bene.
“La gente non vuole rimettere in sesto la propria vita. Nessuno vuole che i suoi problemi vengano risolti. I suoi drammi. Le sue distrazioni. Le sue storie risolte. I suoi casini ripuliti. Perché, che cosa mai le rimarrebbe? Solamente il grande spaventoso inconoscibile.”
Chuck Palahniuk, Survivor

Sfiga. Una sfiga gigantesca che Big Mama Thornton è riuscita ad incastrare nei pochi minuti di sfogo chiamati ‘Born under a bad sign’, cover del brano di Albert King. La cazzutissima black lady ruggisce la propria frustrazione ai mulini a vento coi quali ci tocca combattere ogni maledetto giorno, e dipinge la disperazione con pennellate di fierezza. E pure la sfiga.
“Ma non ci si può vendicare | di quell’orco mostruoso che è la Vita. | Tu entri nella stanza – cioè nasci; | e poi devi vivere – logorarti l’anima, | ecco!”
E.L. Masters, Antologia di Spoon River

Con lo stesso orgoglio, ma addolcito da qualche grammo di docilità, John Mayer ci porta a sbarazzarci di un ex. ‘Va’ a dire ai tuoi amici cos’ha fatto Johnny’, va’ a dire loro che t’ho lasciato, e se non ti prendono per pazza, allora sono tutti fuori di testa come te!’.
Cose che ti fanno sentire meglio, almeno per tutta la durata della canzone.
“Quei tempi sono passati, e che liberazione, cazzo; l’infelicità significava davvero qualcosa, allora. Adesso è solo una seccatura, un po’ come avere il raffreddore o essere al verde. Se volevi veramente incasinarmi, dovevi arrivare prima.”
Nick Hornby, Alta Fedeltà

Ma non è un accompagnamento degno di una serata di struggimenti, se non prevede questa perla. Otto minuti e tre secondi di perfetta, disperata sensualità. Che sono sempre troppo pochi, ammettiamolo.
Per tutte le volte che hai perso la testa, per le ossessive cotte temporanee che pensavi (e speravi, dì la verità) sarebbero durate per sempre, per le notti insonni a controllare se t’avesse scritto un messaggio. Anche solo per sbaglio. Per tutte quelle in cui c’hai creduto, e hai capito di essere l’unico a crederci. Plant sarà il tuo portavoce, la Les Paul di Page ti servirà i cori, la cassa di Bonzo farà di una impercettibile sabbiolina i mille, piccoli pezzetti in cui sei già ridotto. Tranquillo, capita a tutti.

“L. ha riso e, sfiorandomi, è uscita dalla stanza.
Subito m’è parso di avere il cuore dappertutto”.
Vladimir Nabokov, Lolita

Martina Petrizzo

Foto: Lois Dodd, Night House (1975)