E quando sei convinto che quella musica americanissima non potrebbe provenire che da qualche buio scantinato dove dei pazzi hanno creato una nuova magia SBAM! arriva l’Italia con qualche suo inaspettato genio. Dov’è che il Bel Paese non ha lasciato traccia, dalle trame culturali a quelle artistiche? Nulla da fare, non hai scampo. Anche stavolta, la lunga storia di un genere musicale – riduttivo chiamarlo così, più adatto “stile di vita” – non risparmia la presenza di qualche italiano, viaggiatore capitato per caso o per necessità, nel ruolo di innovatore e ispiratore.

Il jazz ha beneficiato del prezioso contributo dei Siciliani emigrati negli Stati Uniti. Ma non si tratta di una semplice influenza quella che si ritrova nelle storie degli isolani che approdarono in luoghi di fermento quali New Orleans e Chicago. Furono le pionieristiche scelte di quei “musicisti da banda” (in particolare i figli di emigrati, che da giovani si gettavano tra le file delle bande cittadine) a cambiare il corso degli eventi e l’evoluzione della stessa musica americana. Siamo in quel passaggio tra Banda Band.

   

Dalle piccole feste di paese a un movimento rivoluzionario. I musicisti provenienti d’oltreoceano incontravano negli States la “black music” fatta di danze e cori, antenata del moderno gospel. Gli afroamericani conoscevano poco le tinte orchestrali. La trombetta, uno degli “strumenti da banda” e fiato ben più squillante della tromba, era una novità. I neri recitavano in disparte la loro musica di ribellione. Tra questi si inserirono quasi subito – socialmente parlando – gli italiani meridionali, anche loro di pelle scura (tanto che venivano naturalmente accostati agli africani), che ingaggiarono una vera e propria corsa all’ultima innovazione. La lotta fatta di esperimenti sonori tra i proto-jazzisti siciliani e i neri americani era iniziata. Immaginate solamente quale contaminazione musicale aveva luogo. Sarà infatti dall’incontro fra la tradizione musicale della minoranza nera – con i suoi gospel, le marcette militari e i canti da lavoro nei campi – e quella siciliana – proveniente dall’opera lirica e con reminiscenze arabe – che nascerà quella miscela esplosiva che prenderà il nome di “Jass”.

Qualcuno sa di chi è il primo disco inciso nella storia del jazz? Registrato nel 1917 da Nick La Rocca (al secolo Domenico La Rocca), siciliano di seconda generazione nato a New Orleans, il disco della Original Dixieland Jass Band fu un successo con oltre un milione di copie vendute. Un boom enorme considerato che ai tempi non c’era la strategia di promozione e la capacità di diffusione di oggi.

Curiosità o leggenda. Da notare la dicitura Jass cambiata successivamente in Jazz (quella che conosciamo e utilizziamo oggi): una trasformazione obbligata, probabilmente a causa degli scherzi che facevano i ragazzi burloni strappando dai manifesti la lettera “J” per prendere in giro quella musica – forse non ancora del tutto compresa e presa sul serio – con l’appellativo restante ass. Questo episodio esilarante, alla luce delle “leggi anti-jazz” approvate negli States contro la musica libera, fa riflettere su quali difficoltà e contro quale corrente di pensiero andarono i musicisti di quel periodo di sperimentazione, in qualche modo visti come dei misteriosi alchimisti nel Medioevo.

Togliendo la maschera (semmai ce ne fosse bisogno) a qualche personaggio, partendo dai suoi dati anagrafici, si confermano le origini dei tantissimi artisti che spopolavano in diverse città statunitensi. Fa sorridere – ed anche riflettere – il tentativo di integrazione dei musicisti di origine italiana. Era attraverso la trasformazione del proprio cognome che avveniva il camaleontico inserimento nella società e nella credibilità musicale: negli Stati Uniti troviamo così nomi riadattati come Vincent Rose trasformazione da Vincenzo Cacioppo, Pete Rugolo al posto di Pietro Rugolo, Joe Venuti versione american di Giuseppe Venuti, giganti come Frankie Laine, creato ex novo da Francesco Paolo Lo Vecchio, e Tony Scott, nome d’arte di Anthony Joseph Sciacca, ed altri che lasciarono un segno indelebile nel firmamento della musica del Novecento. Non serve specificare alcun luogo di nascita. Sarebbe superfluo. Tutta una schiera di musicisti di gran classe con un’innegabile eredità italiana.

Italia: Mafia, spaghetti e mandolino. Non sono escluse le note dolenti da questo racconto. Possiamo rintracciare riferimenti alla cosiddetta Mano Nera e a Cosa Nostra che praticavano estorsioni presso i quartieri abitati dagli italiani e dominavano incontrastate diversi settori, tra cui il contrabbando illegale di alcool e il giro delle “taverne” clandestine. E dove ancora? Un certo business discografico. Qui le mani della criminalità coinvolgeranno direttamente molti artisti italo-americani, con episodi di estorsioni che potrebbero rimandare alle scene de “Il Padrino”, arrivando fino a una delle leggende del jazz, Frank Sinatra, utilizzato – consapevolmente o meno, non ci è dato saperlo – come “corriere della droga”.

Che jazz sarebbe stato senza la Sicilia? Lasciati in disparte anche dagli stessi studiosi ed esperti americani di musica, i jazzisti siciliani (o di origine meridionale) trovano giustizia nel complesso quadro che viene fuori dai racconti che per fortuna continuano a passare tramite documentari, biografie e monografie scritte, inequivocabili testimonianze di una storia musicale anche italiana. È probabile che rimarranno sorpresi i “non addetti ai lavori”: quelle traversate oceaniche in partenza da Palermo hanno giocato un ruolo fondamentale sulla produzione del coloratissimo e denso affresco musicale del Jazz.